Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

I figli di Nisida

Per il suo debutto nella regia cinematografica Massimiliano Gallo ha scelto una storia (per metà vera, per metà inventata) ambientata nel carcere di Nisida

Dico una cosa ovvia: fare l’attore e fare il regista sono mestieri diversi. Certe volte passare dietro la macchina da presa funziona, ma non sempre è così. È il caso dell’esordio alla regia cinematografica dell’attore napoletano Massimiliano Gallo, figlio del celebre cantante Nunzio e da anni volto noto del cinema, grazie ai film di Paolo Sorrentino, Mario Martone, Marco Risi e Matteo Garrone, per citarne alcuni, ma soprattutto volto noto al grande pubblico televisivo per la sua presenza in numerose serie Rai: marito del sostituto procuratore Imma Tataranni, avvocato d’insuccesso nei panni di Vincenzo Malinconico, questore Luigi Palma ne I bastardi di Pizzofalcone. Ora Gallo debutta nelle sale col film di cui è regista e co-sceneggiatore, La salita, ispirato a una storia vera.

Napoli 1983. Il bradisismo flegreo compromette la stabilità del carcere femminile di Pozzuoli. In attesa di consolidare la struttura, le detenute vengono parcheggiate in altri penitenziari compreso il carcere minorile di Nisida sull’isolotto omonimo, un carcere a picco sul mare del golfo più bello del mondo, reso celebre dalla serie Rai Mare dentro.

La prima scena mostra i giovani detenuti che sguazzano beati nell’acqua cristallina come ragazzi liberi, ma a guardarli a vista c’è l’agente di custodia Giovanni, corpo imponente e cuore tenero, impersonato dal bravo Antonio Milo. Uno di loro non vuole saperne di uscire dall’acqua, non vuole rinunciare alla libertà che solo il mare può dargli, si chiama Emanuele e gli mancano pochi giorni per lasciare il carcere.

La coabitazione forzata dei ragazzi e delle donne adulte produce effetti prevedibili: le detenute sono segregate in una camerata, il caldo è insopportabile, non possono godere dell’ora d’aria perché in cortile ci sono i minori. La rivolta esplode e il direttore del carcere – Gianfelice Imparato nell’ennesimo magnifico cammeo – deve inventarsi qualcosa per tenere tutti impegnati. Da anni sollecita la Regione e il Ministero per avviare a Nisida un laboratorio teatrale. È arrivato il momento di realizzarlo.

La storia raccontata dal film è vera. Negli anni della giunta Valenzi, il direttore del carcere minorile Luciano Sommella si rivolse a Eduardo de Filippo per avviare un laboratorio teatrale. Eduardo – appena nominato senatore a vita aveva dedicato il suo discorso ai giovani carcerati napoletani – allestì uno spettacolo in cui i detenuti recitavano e cantavano insieme ai suoi attori. A realizzare la messa in scena furono i suoi collaboratori storici: Carlo Croccolo e Rosalia Maggio, sorella dell’indimenticabile Pupella.

Gallo sceglie di procedere su un doppio binario sovrapponendo a questa storia vera e già piuttosto nota una storia totalmente inventata: l’amore di Emanuele per Beatrice Pane, leader carismatica delle detenute di Pozzuoli, vedova di un boss di camorra che ha in testa un solo pensiero, trovare un killer per vendicare la morte del marito e del figlio. I due condividono la passione per la letteratura, quando si parlano per la prima volta attraverso la rete che li separa lei ha in mano Il giovane Holden di J.D. Salinger nell’edizione Einaudi 1961. “L’ho visto nella nostra biblioteca ma la professoressa dice che è storia vecchia, non ne vale la pena”, commenta lui.

Questa seconda traccia, la storia tra la donna e il ragazzo che le ricorda suo figlio, viene utilizzata da Gallo per montare il finale a sorpresa (di cui non dico) e per entrare lui stesso in scena.

Penso che la scelta del regista di sovrapporre alla storia vera del laboratorio teatrale nel carcere di Nisida l’invenzione di un amore impossibile, abbia il sapore inconfondibile della fiction televisiva, un artificio che finisce per sbilanciare tutto il film che procede altalenante fino al colpo di scena finale (a mio avviso artificioso). Quando invece la pellicola avrebbe avuto gli ingredienti giusti per proporsi allo spettatore senza inutili forzature: una collocazione geografica straordinaria, una vicenda unica che ci racconta un mondo ancora pieno di speranze, la bella colonna sonora firmata da Enzo Avitabile. E tutti gli interpreti che ci riportano a quegli anni e a quella Napoli di Eduardo e del sindaco Valenzi.

Vale la pena restare per i titoli di coda: si vedrà il discorso originale che Eduardo fece ai detenuti invitandoli a non cedere alle lusinghe della criminalità e a contare solo sulle loro forze e il loro talento.
Una vita in salita, certo, ma l’unica che vale la pena vivere.

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