A proposito di "Scritture segrete"
Grazia Deledda, approssimativamente
Anche Dacia Maraini, in una sua raccolta di scritti, inanella superficialità e luoghi comuni su Grazia Deledda. Dalla poca comprensione generale all'ostracismo dei critici
Si intitola Scritture segrete, il penultimo libro di Dacia Maraini, pubblicato qualche mese fa da Rizzoli per la cura di Michelangelo La Luna (368 pagine, 17 euro; l’enfasi del sottotitolo Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola non stupisca: è, semplicemente, in linea con i tempi). Visto in libreria sul banco delle novità l’abbiamo presto acciuffato, seguendo un nostro interesse personale, per controllare l’indice e vedere se vi fosse trattata Grazia Deledda (ci definiamo infatti da qualche tempo dei dilettanti, nel senso sciasciano del termine, deleddiani): ed è trattata, nella forma di un capitolo a lei dedicato e di due ulteriori pagine all’interno di un capitolo a indirizzo generale, senza contare un paio di episodiche apparizioni altrove nel volume. Potremmo dire che le buone notizie cominciano e finiscono qui, nella quantità. Perché se ci si concentra sul contenuto si va incontro a un’approssimazione che avvicina in modo pericoloso Scritture segrete a una porzione consistente delle parole dette e scritte senza particolare (o nessuna) cognizione di causa sulla nuorese nell’ultimo trentennio. Ma è pacifico che la firma dell’autrice di Bagheria non è come le altre, e che ha un peso specifico ben diverso da quelle di quanti, innumerevoli, si sono cimentati e si stanno cimentando per le più disparate ragioni (spessissimo, però, per ragioni estranee alla letteratura) sull’argomento-Deledda. Un conto saranno Laura Boldrini, Serena Dandini, Carmelo Abbate, un conto è Dacia Maraini. Ma se non ci si può fidare neanche di lei, di chi allora? Entriamo nel merito.
Il capitolo sulla Deledda è l’introduzione al Canne al vento uscito nella collana del Corriere della Sera “I classici della letteratura. Grandi autrici” nel 2013. Così a pagina 116: «Canne al vento è un libro che si legge tutto d’un fiato. E con un gusto che non appassisce nel tempo. Eppure Grazia Deledda non ha avuto comprensione e incoraggiamento dai critici del suo tempo».
Suonano perlomeno curiosi due passaggi: su Canne al vento che si leggerebbe «tutto d’un fiato», come che fosse un complimento per un’opera di simili profondità abissali, e sul mancato incoraggiamento dei critici, come che tra i compiti o le funzioni dei critici ci fosse quello di incoraggiare romanzieri, poeti e compagnia creante. Al di là di eventuali compiti o funzioni, sarà comunque bene ricordare che per il suo Anime oneste del 1895 un’ancor giovane Grazia Deledda poté godere di una lettera-prefazione nientemeno che di Ruggiero Bonghi, tra i maggiori e più influenti letterati (e non solo letterati) dell’epoca. Quel testo cominciava così: «Cara Deledda, Io [sic] la chiamo cara; eppure non l’ho mai conosciuta e neanche vista. Ma v’ha una visione dello spirito, ch’è più acuta di quella degli occhi; e le sue lettere, così piene di grazia e di gentilezza, mi hanno data questa visione di lei. Sicchè [sic] io ho preso a volerle bene; e per conseguenza infallibile a secondarla in ogni suo desiderio: e anche in questo così modesto che m’ha espresso che io presentassi al pubblico una sua novella».
Tornando al libro di Dacia Maraini, sembra di essere alle solite: a quella caratterizzazione della Deledda che ha iniziato a prendere corpo una trentina d’anni fa, come dicevamo poco sopra, e che poi è s’è rafforzata una volta scavallato il secolo, purtroppo imponendosi: è la caratterizzazione della povera piccola sarda osteggiata e combattuta da chiunque l’abbia incrociata lungo la via, sia privata che pubblica e professionale. In primis – naturalmente – dai critici. Ora: chi si sia addentrato (per quanto possibile: è impresa ardua, data la mole) nella critica deleddiana contemporanea alla scrittrice sa, e potrà con agio testimoniare, che le cose non stanno così, e che le considerazioni della Maraini che abbiamo appena riportato sono nel migliore dei casi frutto di una estrema approssimazione. Basteranno a dimostrarlo le recensioni e i profili tracciati da critici, Grazia Deledda vivente, come tra gli innumerevoli altri Borgese, Tozzi, Capuana, Baldini, Bellonci, De Roberto, Pancrazi e Tecchi.
La Maraini continua ricordando Croce, che sulla Deledda espresse senza dubbio un giudizio ampiamente negativo, e un altro nome di primissimo piano, Emilio Cecchi, del quale vengono estrapolate poche righe che nell’interpretazione della Maraini dovrebbero certificare «un’altra bocciatura» subita dalla Deledda dopo quella crociana (e quindi, per estensione, dai critici tutti): «Nonostante ella sia capace a cogliere e definire d’un tratto leggerissimo, a volte meraviglioso, movimenti estremamente labili dell’emozione, ed aspetti del mondo fisico che al suo occhio son trasfigurati da non so che barbarica e corrusca raffinatezza, il fondo della Deledda è istintivo, presso che incolto. Le sue predilette frequentazioni della Bibbia, di Omero, dei romanzieri russi, del Manzoni e del Verga, stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario».
Eppure, la valutazione che le «sue predilezioni della Bibbia, di Omero, dei romanzieri russi, del Manzoni, e del Verga, stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario» non solo di per sé non costituisce una bocciatura, ma semmai attesta una qualità, ovvero che la scrittura della Deledda aveva una forza originaria sua propria che non dipendeva dall’interiorizzazione della letteratura coeva e precedente. E poi: non sappiamo da dove citi la Maraini, ma se andiamo alla Letteratura Italiana del Novecento di Cecchi a cura di Pietro Citati pubblicata da Mondadori nel 1972, troviamo che quel passo prosegue così: «E la lettura delle cose sue deve quasi in tutto prescindere da riferimenti culturali e confronti stilistici, che rischierebbero di riuscire esteriori e forzati. Deve altresì essere di continuo difesa contro il disturbo ch’è cagionato da pagine approssimative ed episodi inferiori. Ma richiede, al tempo stesso, un’esperta attenzione, quanto più il mondo d’affetti e d’immagini della scrittrice, nell’intima sostanza è sotterraneo, sfumato, tutto fuggevoli barbagli e penombre».
E ancora, più avanti: «Se non si trattasse d’artista da non andare a cercarle paragoni eccentrici, potrebbe credersi, nel giuoco di queste sue ultime argentee ragnatele, di vederla in gara con chi sa quali prelibati fantasisti. Così le leggi del suo comporre sembrano ormai quelle d’un musicale divertimento; non guidate, come in un [sic] pantomima o in un ballo, che da richiami di grazia. (…)E il più bel premio toccato alla sua bontà, alla nobiltà della sua vita, alla sua esemplare passione di lavoro, fu certamente questo: che le venne risparmiato di sentirsi stanca, meno valida e operosa; le venne risparmiato di sentirsi decadere. Come quelle intrepide donne dei suoi libri e dei suoi monti, filò la sua lana fino all’ultimo. E nel suo profondo disinteresse del già fatto, nella sua ansia del meglio, ella sembrava non essersi nemmeno accorta, per non dovere insuperbirne, che il filo sulle due dita diventava d’una sostanza ogni giorno più preziosa, diventava il filo d’una magia, di una fatagione». In cosa dunque risiederebbe la «bocciatura» di Cecchi?
In Scritture segrete, però, la Deledda compare anche prima. Dopo un fugace accostamento a George Sand, eccola ad esempio nel capitolo su Cime tempestose di Emily Brontë (anch’esso un’introduzione per la medesima collana del Corriere della Sera): «I critici non hanno amato il romanzo della Brontë quando è uscito. Così come non sono state amate Elsa Morante e Grazia Deledda ai loro inizi. Accusate di fare del “melodramma”, di essere narratrici popolari tendenti a strappare lacrime al pubblico, sono state tenute lontane dalle grandi panoramiche letterarie».
Se la Mariani si sta riferendo agli inizi in senso stretto di Grazia Deledda, il minimo è che i critici non l’avessero presa sul serio e l’avessero considerata una che faceva del melodramma. Questo, per intendersi, è un brano dalla prima prova in assoluto sulla lunga distanza della Deledda, Memorie di Fernanda, uscita a puntate sulla rivista “L’Ultima Moda” tra il 1888 e il 1889: «Dunque un pensiero terribile aveva attraversato la mia mente, ed io avevo steso il pugno chiuso, attraverso le sbarre di ferro, verso il mare ed il cielo!
«E quel pensiero era che mi avessero chiusa a San Makao, per uccidere Giorgio!
Giorgio! L’uomo che io amavo alla follia, per cui avrei venduto la mia bellezza, la mia vita, anche il mio onore!…
«Giorgio! Senza cui io non avrei potuto vivere, forse a quell’ora morto!… Assassinato!…
Mi lasciai cadere in ginocchio presso la finestra, aggrappai le mani alle sbarre della finestra gotica, e col viso contratto da un’orrenda nevrosi rimasi lì, muta, immobile, cogli occhi iniettati di sangue.
«Rimasi così molto tempo, ma un suono di passi nell’andito vicino mi fecero scotere.
Allora mi alzai, e barcollando mi avvicinai al letticciuolo ove mi lasciai cadere piangendo dirottamente.
«Piansi a lungo, ma quelle lacrime mi alleviarono il capo, i miei pensieri confusi, orribili, svanirono a poco a poco, e la speranza ritornò nel mio cuore».
Per contro, quando di lì a qualche anno la Deledda dà alle stampe la sua prima prova matura, quella che più lascia prefigurare la scrittrice che sarà, La via del male, viene subito recensita da un altro nome di spicco dell’epoca, Luigi Capuana: il quale peraltro riporta la recensione uscita a fine 1896 su “Roma di Roma” anche nella sua di poco successiva ben nota panoramica letteraria, Gli “Ismi” contemporanei (Verismo, Simbolismo, Idealismo, Cosmopolitismo) ed altri saggi di critica letteraria ed artistica.
Restando in tema di panoramiche, in Scritture segrete la sarda si affaccia anche nel lungo testo “Le donne: una creatività scoraggiata”, proveniente dal collettaneo Lectio magistralis 2014-2018 del 2019: «Recentemente mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Grazia Deledda. Per questo sono andata a vedere il materiale critico su di lei, ma ho trovato pochissimo: solo alcuni critici sardi l’hanno presa sul serio, gli altri, i grandi critici del Novecento l’hanno trattata con sufficienza e a volte addirittura con disprezzo».
Ancora un’approssimazione, sul tenore delle precedenti. Il materiale critico sulla Deledda, infatti, poco manca che sia smisurato. Lo metteva bene in luce Anna Dolfi, quando nel suo saggio sulla Premio Nobel parlava di una «selva bibliografica» costituita da «enorme massa degli interventi», «estrema eterogeneità delle voci» e «alta percentuale di volumi, fenomeno raro, qualora si manifesti, e in modo così evidente, per una autore del Novecento»: e a queste parole faceva seguire 18 fittissime pagine di bibliografia. La studiosa scriveva nel 1979 (il libro, per chi volesse, è stato ristampato nel 2022): e da allora a oggi le monografie critiche, i capitoli in volume e (tocca dire: spesso purtroppo) le biografie si sono moltiplicati. Com’è dunque possibile che, cercando, si trovi «pochissimo»? Né hanno reale rispondenza «la sufficienza e a volte addirittura [il] disprezzo» dei grandi critici del Novecento: basta confrontarsi con ciò che hanno scritto.
Se si è più che d’accordo sulla necessità di portare all’attenzione la letteratura delle «madri», cioè delle donne, è indispensabile anche farlo in maniera differente da come lo fa Scritture segrete, almeno in relazione alla Deledda. La quale, già soffrendo di suo dell’assurdo sbilanciamento sulla vita privata a scapito dell’opera e della trasformazione in contenitore vuoto da riempire a seconda di certi tornaconti ideologici (per cui, sempre in perfetta contiguità con i tempi che corrono, abbiamo oggi una Deledda femminista, una ambientalista, una rivoluzionaria, una antifascista e via conferendo patentini e onori: come che il Premio Nobel fosse un’attestazione come un’altra per uno scrittore, e non fosse invece un motivo sufficiente per parlarne e farla conoscere al pubblico), richiede semmai, e proprio in virtù dell’unicità assoluta della sua vicenda letteraria e più in generale professionale, maggior cura.
Lo confessiamo: ci pone in una situazione di grande incomodo giudicare così delle pagine di Dacia Mariani. Ma quando ci si può basare su fonti facilmente verificabili, e tanto più in un presente nel quale come non mai godiamo di strumenti che aiutano a evitare sviste o errori (di materiale critico sulla Deledda digitalizzato ce n’è in abbondanza), gli argomenti sono argomenti, a prescindere di chi li propone: e quelli di Scritture segrete riguardanti la nuorese risultano molto, troppo fuori fuoco.