A proposito de "L'uomo dissolto"
Il poliziotto dimenticato
Il nuovo romanzo di Franz Krauspenhaar racconta la storia di un poliziotto che cerca (disperatamente) di nascondere sé stesso alla vita. Come se fosse l'unica via possibile per trovare la propria identità
Identità e verità (di nuovo, mi viene da dire subito), nella forma pulviscolare della percezione di sé nel mondo e nella conseguente sparizione, che è più di una sensazione ma sfiora la sostanza della evidenza, cioè del fatto, sono i termini entro i quali si muove l’ambigua vicenda tracciata dal nuovo romanzo di Franz Krauspenhaar (L’uomo dissolto, Polidoro Editore, 163 pagine, 16 Euro). Un romanzo segnato come sempre da una scrittura graffiante, a suo modo spregiudicata, nel linguaggio nello stile e nel tono. Ingredienti krauspenhaariani quasi per definizione, viene da dire, se si pensa anche a tutta la produzione precedente dell’autore milanese di ascendenza olandese che ora ha una pare felice maturità portoghese in cui, pure, pare inevitabile ravvisare una qualche forma di protesta letteraria, e non solo esistenziale.
Il racconto ci trascina fin nelle più segrete inquietudini del protagonista, che narra in prima persona. È un ex poliziotto francese, Marcel Bollini, il quale, apprendiamo, è afflitto da una delusione cocente: aver ripiegato sulla polizia covando il sogno, non esaudito, di entrare nella Legione Straniera. E poiché tutto il romanzo punta sulla dissoluzione dell’uomo Marcel Bollini, avvenuta in ogni caso a un certo punto, visto che il nostro finisce quasi per sparire persjno a sé stesso, è curioso che poi il progetto giovanile di costui fosse stato arruolarsi proprio nella Legione Straniera, cioè scegliere scientemente (come leggiamo verso la fine del romanzo) “la fuga disciplinata nel nulla”.
Come decidere di tornare polvere, cioè “la sostanza della morte”.
È un vertiginoso dondolìo, questo romanzo, tra una vita più dissolta che dissoluta (pur se dissoluta, e parecchio, però, soprattutto nell’animo dell’io narrante) e una specie di stasi assoluta, tutta risolta in un’autoannichilimento molto vivace eppure inesorabile e a suo modo fatale. Veniamo rituffati, anche con espliciti teoremi enunciati nel tessuto di questa fascinosa narrazione, nella morte-in-vita di davidfosterwallaciana memoria, però conoscendo l’opera di Franz Krauspenhaar subito ci si disegna sullo schermo frontale della nostra fervida immaginazone di lettori la pittura stravolta e sanguigna di Francis Bacon, attorno al quale questo scrittore ha ragionato in modo veramente chiaro e illuminante in un saggio raccontato del 2010: Un viaggio con Francis Bacon, 2010 (ZonaVox). In quel saggio che ripercorre ed esplicita la spietatezza del segno baconiano che lascia a sua volta emergere il tratto umano della ferocia attraverso la crudezza del quadro.
Chi conosca Bacon, L’effroyable viande, di Alain Milon (Encre Marine, Les Belles Lettres – 2008), un saggio in cui il professore di Parigi 10 ci mette a contatto col Bacon scomodo, angosciante, uso a metterci a disagio, che sa metterci a nudo mostrandoci nella condizione di essere carne, riconosce forse, leggendo ora questo recentissimo romanzo di Franz Krauspenhaar, una simile sincerità ma anche onestà intellettuale, senza peli sulla lingua e priva di illusioni – che è del pittore, sia chiaro: come se Krauspenhaar si fosse per l’appunto immedesimato nel pittore in lui riconoscendosi.
Ecco, è questo che Franz Krauspenhaar ci fa vivere mettendoci alle calcagna del suo Marcel Bollini, divenuto uno sconosciuto come mai fosse esistito all’intera Francia salvo che ai suoi due persecutori supremi, Roland, fratello ricco che vive dalle parti di Montecarlo, e Michelle, sorella che li stimola non all’affetto ma all’abuso incestuoso, di stanza a Parigi. Marcel Bollini ha una moglie che non sa più chi lui sia, e ha un’amante americana, attrice di film horror, che lo lascia anzitempo.
Questo protagonista, che vive o sopravvive sospeso tra il dissolversi del suo sé e un moto perpetuo che ha tutti i tratti della fuga istintiva, si perde nello spazio e nel tempo, vagola nei vasti spazi del deserto americano (un deserto anche urbano, terra però inesorabilmente desolata), raggiunge l’acme della propria sparizione a sé stesso e agli altri mentre cercando di acquistare uno straccio di identità fa la comparsa in una serie di B-Movies veramente scalcagnati, non solo nelle trame e nel girato, ma anche per la desolante umanità con cui il nostro è messo a contatto.
Il punto in effetti è questo: il massimo dell’identità possibile ammessa o concessa (verrebbe da dire) è di comparsa della vita, e la grana umana del protagonista come del resto degli umani qui schierati è indefinibile, ambigua, contraddittoria fino alla finzione e al tradimento. Ingannatrice quindi. Non è ingenuo, il nostro Michel Bollini. È anzi smagato, avvilito proprio dalla facile interpretazione dei segni chiarissimi del degrado, pure comune e ordinario, ascritto a questa indiscutibile umanità.
Improvvisamente ci ritroviamo catapultati in una distopia, in cui non solo gli Stati Uniti sono la terra terribile della nientificazione umana, non solo il Messico è per quattro quinti una terra desolata salvo la punta estrema dove al netto della civile decadenza perlomeno il nostro trova una graziosa nuova patria, ma un attacco terroristico ha simultaneamente aggredito l’Unione Europea, Bruxelles sede del suo governo centrale anche se fragilissimo e tutto solo economico, e tutte le capitali delle potenze europee, Roma compresa – una specie di incubo incistato in un sogno o dura preveggenza.
In effetti il sogno: c’è un sogno che occupa uno spazio significativo del romanzo e rivela dopotutto la doppiezza e inaffidabilità dell’unico altro essere vivente che il protagonista e io narrante abbia dalla sua parte. E costui si chiama, guarda un po’, Grossier. Tutto meno che un’anima fine, diremo.
Allora, il sogno. Il sogno che ospita scenari da incubo. Un sogno raccontato nei minimi particolari, con dovizia di dettagli – tanto che persino Grossier, nella sua grossolanità, chiede al nostro come fa a ricordarlo per filo e per segno. Ma il vero squarcio che si apre a partire da qui è tutto un altro!
Così invochiamo i santi numi: Camus col suo Lo straniero, che ora è anche un film di Ozon girato in bianco e nero (non ne parlano benissimo, ma bisognerà vederlo); e Michel Butor (iniziali MB, come per questo protagonista, Marcel Bollini, ma sarà magari un fortunato caso) e La Modification, nouveau roman indelebile nella memoria di chi lo abbia letto, in cui alla fine si è assaliti dal dubbio che forse tutto ciò che è accaduto nella trama del romanzo [che guardate caso è anche un viaggio (in questo caso in treno, mentre Marcel Bollini nel romanzo di Franz Krauspenhaar, è una specie di Don Chisciotte in automobile)], forse è successo solo nella testa del protagonista-narratore, il quale vuole cambiare vita (appunto, come qui, in modo radicale) ma poi non ne fa nulla, perché, come la Eveline di Joyce, al momento decisivo non ce la fa a dare una vera svolta alla propria vita.
Intanto però, tornando a questo romanzo di Franz Krauspenhaar, acquisiamo due mini-verità che il romanzo è capace di dimostrare dati alla mano: la sua è una famiglia devastata dunque la famiglia è una tomba anzi la famiglia non esiste; l’identità si perde nella sostanziale e statica non esistenza, e, tutti noi, si finisce per diventare narratori, ciascuno, del proprio inconscio.
D’altra parte il romanzo descrive il gesto più squisito della marineria, che può essere sapienza come insipienza, come ci ha abituati a riflettere Samuel Taylor Coleridge, e cioè mollare gli ormeggi il protagonista-narratore di L’Uomo Dissolto a un certo punto molla, non per la saggezza dell’uomo maturo – com’è noto invecchiare non è automaticamente garanzia di criterio e giudizio – ma perché, oltre a una visione più spassionata o spietata, come abbiamo visto, arriva un momento in cui la vita si ripiega su di noi, e il cielo sopra di noi si richiude, e tutto diventa schiacciante e crudele. Allora, con calma meditativa anche se non senza residue asprezze, molliamo. Stiamo fermi. Ci mettiamo a giacere. Shanti shanti shanti. Pace.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.