Ida Meneghello
Nel ventre di Napoli

Fontanelle di vita

A Napoli riapre il "cimitero delle Fontanelle": come un grande museo che celebra l'identità mitica della città. Nella tradizione secolare, le "anime pezzentelle" accudiscono i vivi

«Il Cimitero delle Fontanelle è ufficialmente aperto al pubblico. Per sempre». Inizia così il comunicato congiunto del Comune di Napoli e della cooperativa sociale La Paranza che annuncia la riapertura del Cimitero delle Fontanelle nel Rione Sanità, avvenuta sabato 18 aprile con il clamore di un evento irripetibile. Per sempre: un’espressione che nessun amministratore di nessun’altra città italiana oserebbe, il “sempre” non appartiene alla politica che è mestiere effimero per antonomasia. Ma a Napoli si può, perché con le Fontanelle si entra nella dimensione della Storia, anzi del Mito.

«Il culto delle anime abbandonate del purgatorio, cioè di una schiera di defunti anonimi, rappresenta una grande testimonianza di solidarietà con gli ultimi, di questo e dell’altro mondo. […] La pietà per i morti era ed è la chiave di volta della cultura partenopea e della sua umanissima “religio”, intessuta di un fitto ed ininterrotto colloquio con i trapassati, che diventano spesso custodi delle sorti dei vivi». Marino Niola, che scrive queste parole nel suo saggio Anime. Il purgatorio a Napoli, è forse il maggiore antropologo italiano, certamente il più autorevole in materia di miti e riti (e non solo in questo).

Da secoli, dalla grande pestilenza del 1656 che fece trecentomila morti, l’ossario delle Fontanelle è il luogo per eccellenza di questa liaison, il ponte dove si materializza l’incontro tra l’al di qua e l’aldilà. “In questi inferi la società popolare napoletana ha elaborato la sua concezione della morte, ha ambientato il suo incontro con l’aldilà facendone il sacrario di un’umanità minore, quella che nessun monumento celebra e che nessuna lapide commemora”. In questa antica cava da dove è stato estratto per secoli il tufo che ha costruito Napoli, nelle sue tre gallerie alte quindici metri e lunghe cento, sono ammucchiati ossa e teschi delle “anime pezzentelle”, la schiera immensa e ignota dei dimenticati dell’aldilà, coloro che nessuno ricorda e che non meritano fiori e preghiere. Fantasmi benevoli di cui sono piene le case di Napoli, come ci ha raccontato Eduardo, una familiarità con la morte che li rende parenti di tutti e che non fa paura a nessuno. Generazioni di bambini della Sanità hanno giocato parlando alle “capuzzelle”, i teschi dei morti senza nome nelle epidemie di peste e colera.

Il cimitero è per gli abitanti del rione un luogo familiare come i tabernacoli nei vicoli accanto ai portoni dei bassi, dove mettere candele e fiori, dove ci si inginocchia per implorare la misericordia dei santi e i numeri del lotto dei cari defunti. Perché non c’è differenza tra i diseredati di oggi e quelli di allora, le anime identificate con i crani raccolti nelle cripte della Napoli antica e nelle catacombe extra moenia della valle della Sanità. Per tutti, morti e vivi, c’è la stessa tenerezza, la stessa pietas.

La riapertura di questo cimitero chiuso da anni, avvenuta non per caso il 18 aprile, “World Heritage Day” dell’Unesco, giornata internazionale dei monumenti e dei siti culturali, è qualcosa di più dell’evento che restituisce alla città un luogo simbolo destinato a richiamare visitatori da tutto il mondo: è stata una manifestazione popolare, un corteo di cittadini, anzi una “marcia di comunità” con in testa il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e l’arcivescovo cardinale Domenico “Mimmo” Battaglia, partita dalla casa natale di Totò e che ha attraversato la Sanità fino all’ossario. Con loro tutte le organizzazioni che hanno reso possibile la riapertura, a cominciare dalla cooperativa sociale La Paranza che gestirà con i suoi ragazzi (tutti del rione) l’accesso del pubblico alle Fontanelle, come fa da anni negli altri siti archeologici della Sanità (il “Miglio Sacro” e le straordinarie catacombe di San Gennaro e San Gaudioso). La Paranza è un miracolo come il sangue liquefatto del famoso patrono, una storia nata vent’anni fa grazie al coraggio di un prete visionario come don Antonio Loffredo, il parroco della basilica di Santa Maria della Sanità specializzato nel furto con destrezza di ragazzi sottratti alla strada e alla camorra.

“Il Cimitero delle Fontanelle non è un museo del passato, ma un santuario della dignità che non muore. Per troppo tempo questo luogo è rimasto nel silenzio, chiuso dietro cancelli che sembravano dire: qui la speranza si è fermata”, ha detto il cardinale Battaglia. A Napoli succede che il potere religioso e il potere politico pronuncino le stesse parole e che un luogo di morte si trasformi in un’occasione di lavoro e di riscatto. Istituzioni, fondazioni, imprese, tutti uniti per riaprire le Fontanelle: privati che hanno creduto nel progetto, tra cui la Fondazione con Il Sud, la Fondazione di Comunità San Gennaro, la Fondazione De Agostini, ed Europa Nostra, il più grande network europeo di organizzazioni che si occupano del patrimonio culturale. Nel progetto c’è anche il recupero degli spazi esterni affidato a “G124 – Sanità” coordinato dall’architetto Renzo Piano e realizzato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II. Il progetto di rigenerazione urbana degli spazi esterni ha potuto contare sul finanziamento di Unione Industriali Napoli Gruppo Giovani Imprenditori e di numerose aziende.

È la Napoli del presente che abbraccia la Napoli eterna e le sue “anime pezzentelle”, quasi dovesse saldare con loro un debito antico di secoli. I diseredati, i reietti, i più miseri tra i miseri che ancora immaginiamo in mezzo a noi, noi che sopravviviamo a stento in un presente feroce così simile al loro.

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