Testo a fronte/11
Esercizi sull’abbandono
«A me sembra che tu abbia dormito anche troppo, bello mio. Forse è il caso che ti svegli, un personaggio letargico non piace a nessuno»...
Con questo racconto inedito di Gianni Usai prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
La notte si è congedata con una fioritura di luce magenta, e tra poco il sole si affaccerà su Villa Nova scavalcando le cime frastagliate che svettano sui Monti di chiesa. Sul lungomare umido anime solitarie e sparuti gruppetti di mattinieri in tenute ginniche troppo pretenziose vanno e vengono, schivando gli spazzini che provano a restituire all’arenile ciò che lo scirocco gli ha sottratto e l’acqua salata ha incollato all’asfalto. Ogni granello è prezioso.
Riccardo scosta la porta e raggiunge il giardino. Aria fresca, immobile, e odore di terra smossa e umida. La vanga abbandonata di fianco alla buca. Nella casa accanto una donna pettina il prato con gli artigli metallici di un rastrello estensibile. Sotto l’impeccabile acconciatura paglierina indossa un paio di sneackers fucsia, da ragazzina, jeans larghi che lasciano scoperte le caviglie fino ai polpacci e un immacolato cardigan avorio a mezzemaniche. Infilate nei guanti in pelle, le mani appaiono enormi, sproporzionate rispetto al corpo minuto. Sembra una visione irreale, la proiezione di un immaginario plasmato dagli intervalli pubblicitari nei noiosi pomeriggi domenicali. Ritrova la libertà, sconfiggi i cattivi odori e dimentica quelle imbarazzanti perdite urinarie con i nuovissimi slip contenitivi Super Dignity LeiLui. Il rastrello incoccia in qualcosa di solido e dal cespuglio di verbena in fiore spunta una bottiglia di birra. «Teppisti di merda!» L’idillio da prolasso uretrale è andato in frantumi, adesso Riccardo vede la ricrescita grigia che incalza il biondo chimico a scadenza bisettimanale, il mucchietto di escrementi che la donna ha raccolto vicino ai propri piedi. Ed ecco il peloso responsabile, o comunque il principale indiziato, camminare sul muro divisorio in elegante equilibrio e con passo sicuro. «Gutta ti calit![1] Mio babbo ti avrebbe scuoiato e bagnato nell’aceto.» A Riccardo sale in bocca un sentore di aglio e pomodori secchi, l’impronta fossile di un osso succhiato per tutta la notte su un materasso steso oltre i confini della memoria. Come può non ricordare?
Scra-men-tu[2]. Era solo uno scherzo, Riccardo. Solo un gioco, mica si mangiano i gatti. Adesso torna in casa, non vuoi conoscere il contenuto della scatola?
«Devo dormire.»
A me sembra che tu abbia dormito anche troppo, bello mio. Forse è il caso che ti svegli, un personaggio letargico non piace a nessuno.
La donna sfila un guanto e sistema i capelli col piglio di chi scaccia un imbarazzo e si prepara alla conversazione.
«Buongiorno, sa che non l’avevo vista? Sia gentile, pure lei, mandi via quel farabutto. È una piaga.»
«Non immagina quante volte ci ho provato, signora, solo che lui non ne vuole sapere. Non riesco a levarmelo di torno.»
Sei simpatico, quando ti ci metti, ma non dimenticarti che senza di me tu non esisteresti.
«Non me ne parli, ormai spendo un patrimonio in repellenti. Promettono miracoli e invece… si farebbe molto prima con una bella schioppettata. Però scommetto che il prato dei padroni è lindo e pinto. A cosa serve votare dalla parte giusta, se poi la gente continua a fare quello che le pare?»
Ma ormai la donna è tornata a parlare al prato e alle proprie frustrazioni. Le gambe malferme e un accenno di ingobbimento, è invecchiata dieci, vent’anni da quando è comparsa nella mattina di Riccardo.
«Vecchia ciabatta, perché non spari a sto cazzo?»
Cerca di controllarti, non darò ai miei lettori un raccontino scurrile. E poi ci starei attento, fossi in te, quella non se lo lascia dire due volte.
«Stacci attento tu, e bada agli affari tuoi, scribacchino! Io ci piscio in testa alla nonna della lupa e al suo fascismo da circolo dell’uncinetto.»
Se esiste un confine tra il giorno e la notte, che non sia il progressivo sfumare dell’uno nell’altra, dell’una nell’altro, al di là delle illusorie transizioni che chiamiamo alba e tramonto, Riccardo lo ha appena oltrepassato varcando la soglia di casa. Ma non è questione di tempo. Da una parte il sole imberbe che affida le sue promesse al mare – ce n’è una anche per la donna china sul prato, sotto il carico di tutte le sue età, dalle scarpe al rastrello, passando per la merda che le permette di sentirsi viva; dall’altra una lettera e una scatola che vengono dal suo passato, e il frastuono di mille e mille notti insonni.
Sei mai stato intero, Riccardo? Sei mai stato il resto dell’uomo in fuga dalle risposte che adesso ti assediano?
Aglio, prezzemolo, lardo e pomodori secchi conservati in sale e foglie d’alloro. È sufficiente per chiamarlo ricordo? Un dicembre, forse domenica e comunque festa, Natale si avvicina, una mano gli sfiora la fronte a scostare il ciuffo castano, l’altra gli porge una coscetta magra e dorata al calore della brace. Assaggia, è buono il coniglio. Vedrai che ti piace. Al capo opposto del tavolo un miagolio sommesso. Ssh! Passa via, Scramentu. Lo sguardo si abbassa fino a sbirciare sotto la tovaglia, tra gambe e piedi e un tozzo di pane finito a terra che domani sarà buono per le galline. Mangia, nonno ti sta prendendo in giro. Lassadd’in paxi su pipìu[3]. Mangia, Chicche’, a nonna, sei magro che canna. Ti tiene a pane e acqua, tua madre? Come se noi le avessimo mai fatto mancare qualcosa. E lei neanche un padre ti ha dato. Non si cresce un figlio in grazia di Dio, senza un padre.
Da dove vengono queste voci? C’è stato un tempo prima del tempo, allora, e aveva gesti e parole, un lessico degli affetti che tracciava confini all’interno dei quali sentirsi protetti, un alfabeto dei rancori e delle incomprensioni capace di generare distanze incolmabili e solitudini abissali. Vieni a mettere la giacca, Riccardo, ce ne torniamo a casa. Sono solo parole, come possono suonare tanto definitive?
Un’attesa infinita su un marciapiede sferzato dalla pioggia, il sole che fino a poco fa tratteggiava l’ombra dell’albero dei limoni sul cemento del cortile è rimasto dall’altra parte. Uno sbuffo d’aria acida, incombusta, sale da sotto il sedile dell’autobus, mentre il finestrino appannato e lurido nasconde alla vista il mondo che va frapponendosi tra lui, tra loro, tra quel primo plurale tradito e una vita possibile. Il conforto è un osso da succhiare tutta la notte, aglio, prezzemolo, lardo e pomodori secchi conservati in sale e foglie d’alloro, e quando sarà rimasto soltanto il duro, quando sarà sparita anche l’ultima traccia di cartilagine, torneranno a essere soli, lei e lui, lui e lei, una fine che precede e cancella il principio. Un futuro da riscrivere. Lo sapevo che non ci dovevo andare. Io li conosco, lo so come sono, io li conosco.
Quanti anni ha Riccardo nel tempo prima del tempo? Noi non abbiamo bisogno di loro, vero Chicche’? Bastiamo io e te, solo io e te. Quanti anni ha in questo brodo primordiale saturo di parole? Non abbiamo bisogno di loro, sono ovunque, Bastiamo io e te, risuonano nell’aria stantia del piccolo appartamento umido e buio, Solo io e te, si infrangono contro l’unica finestra affacciata sulla stretta via che odora di murena fritta e dei resti della notte rovesciati sull’acciottolato dalla vecchia del piano di sopra. Non ha volto, questa vecchia che gli fa spavento e viene da un altro secolo, è solo puzza di piscio maturo e un tossire grasso. Io li conosco, parole che si aggrappano ai muri scrostati, Lo so come sono, divorano ogni pezzo di carta e grattano il misero mobilio usurato dalle troppe vite. Io li conosco.
Parole come bolle che fluttuano nel rancido delle stanze spoglie, ti illudi di poterle afferrare e sono già una mano vuota, delusa. Hai freddo, Chicche’? Dormi con me, sogneremo l’estate. Promesse impossibili da mantenere, forse speranze, ma crederci non basta. Hai fame, su sposu[4]? Disegniamo una mela, la potremo dividere. Bisbigli, voci e poi grida. Deliri. Hai paura, Chicche’, di me, di tua madre? Vuoi abbandonarmi anche tu, lo so, ma non lascerò che ti prendano. Ci penso io a te! Non lascerò che ti portino via.
C’è il suo nome sulla lettera e la lettera è sulla scatola. Riccardo accosta l’orecchio e lo sente il dibattersi furioso all’interno, la sente la disperazione che poco alla volta scema, si fa attesa e dura anni, decenni. Quanto a lungo può sopravvivere la percezione di un’assenza? Non abbiamo bisogno di loro, Chicche’. Bastiamo io e te. Una mente perduta non conosce rassegnazione, né pace diversa dalla fine.
E adesso dove vai? Torna dentro Riccardo, non farlo. Per tutta la vita hai finto che lei non esistesse, ma non si può fuggire per sempre, è arrivato il momento di ricordare. Leggi la lettera, non essere egoista, apri la scatola! Il lettore ha diritto di sapere cosa ti ha lasciato.
«Venga qui a scavare, il lettore, se vuole conoscere questa verità. O ne scelga una di proprio gradimento tra le tante possibili, la tua storia avrà solo da guadagnarci.»
Non è così che funziona, stai rovinando tutto. Ricominciamo daccapo, ma ti avverto Riccardo, stavolta si fa a modo mio.
La notte si è congedata con una fioritura di luce magenta, e tra poco il sole si affaccerà su Villa Nova scavalcando le cime frastagliate che svettano sui Monti di chiesa. Sul lungomare umido…
[1] “Che ti venga un colpo!”
[2] Il rimanere scottati (a seguito di un’esperienza negativa). In questo caso (si vedrà) usato come nome proprio.
[3] “Lascia in pace il bambino”.
[4] Amore, tesoro.