Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Camus e il Caso

Il bel film che François Ozon ha tratto da "Lo straniero" rispetta pienamente il romanzo di Camus. Una parabola sul Caso e sull'impossibilità di governare l'esistenza

C’era un precedente troppo ingombrante per ignorarlo: il film che Luchino Visconti girò nel 1967 con Marcello Mastroianni. Ma François Ozon, che da quando aveva trent’anni fa un film all’anno e ogni volta è diverso e a 59 ne ha già diretti 24, più di Fellini, non ha comunque rinunciato al progetto. E adesso L’étranger, “Lo straniero”, portato sul grande schermo esattamente come lo scrisse Albert Camus ma con lo sguardo contemporaneo di Ozon, con dentro tutta l’angoscia dei nostri giorni bui che è la stessa che si viveva nel 1942, girato nel bianco e nero che è proprio quello che ci siamo immaginati leggendo il libro, arriva finalmente nelle sale dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia.

Il protagonista si chiama Arthur Meursault ma il nome di battesimo non verrà mai detto, basta il cognome a identificare il giovane uomo che è straniero a se stesso e al mondo che lo circonda. Lo incontriamo nel controluce della prima scena tra i gendarmi che lo sbattono nella prigione di Algeri, è l’epilogo della sua storia che lui rievocherà tra la veglia e il sonno in questo angolo di mondo in cui incongruamente si trova, unico detenuto francese tra detenuti algerini. Uno di loro lo avvicina e gli chiede perché è lì, glielo chiede in arabo e lui non capisce mentre noi capiamo che lui non ha mai imparato la lingua della città dove vive, straniero anche per questo. Meursault risponde semplicemente “ho ucciso un arabo”. Non dice altro, non tenta di giustificarsi, non cerca attenuanti. Farà così fino alla fine.

Meursault ha lo sguardo assente di Benjamin Voisin, neanche trent’anni e questo è già il suo dodicesimo film, il secondo con Ozon dopo Estate ‘85. Voisin è lo straniero perfetto, più di Mastroianni troppo famoso per interpretare un uomo qualunque: ha il viso delicato del ragazzo di umili origini che è impiegato nella filiale algerina di una ditta francese, conosce i vicini di casa, frequenta i colleghi e i caffè, ha una ragazza che lo ama e lo vuole sposare, ma tutto questo gli è indifferente, lui si limita a osservare e non giudica perché, come spesso ripeterà nel corso delle due ore del film, non importa, non gli interessa, non serve a niente.

È nella seconda scena – l’inizio del lungo flashback, lui che poltrisce a letto nell’appartamento fatiscente che era della madre – che riceve il telegramma che gli comunica la morte della donna, il celebre incipit del romanzo: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.”

La sceneggiatura di Ozon segue passo per passo il romanzo di Camus. Meursault prende la corriera che lo porta nel paese dell’interno – bellissima la fotografia del deserto algerino, in realtà marocchino visto che il film è stato girato a Tangeri, non certo ad Algeri – dov’è l’ospizio che ospitava sua madre. Ciò che succede in quelle ore, anzi ciò che non succede, durante la veglia della defunta e al funerale, determinerà il seguito degli eventi. Meursault non è il figlio che tutti si attendono, non piange, rifiuta di vedere la salma, si limita a fumare e a bere caffè. Ma è sufficiente questo comportamento a definirlo un uomo insensibile, incapace di emozioni? Scopriremo al processo che per tutti lui è così. Il giorno dopo il funerale inizia la relazione con la bella Marie portandola a vedere un film comico con Fernandel (Le Schpountz del 1938). Una conferma e un’aggravante.

In aula lui si presenterà così al pubblico e ai giurati, indifferente al giudizio degli uomini “perché nessuno può giudicare nessuno”, indifferente al pentimento e al perdono di Dio “perché è una perdita di tempo”. Sarà condannato per questo, non perché ha ucciso un arabo.

La sequenza degli eventi, come in un film di Woody Allen, è decisa dal caso. Per caso il protagonista incontra il vicino Raymond Sintès sedicente magazziniere, in realtà pappone, che lo porta al mare insieme a Marie, per caso si mette in tasca la sua pistola, per caso incontrano sulla spiaggia tre ragazzi arabi tra i quali c’è il fratello della donna che Raymond ha gettato sul marciapiede e maltratta. Ed è per caso, perché il sole è inesorabile e il riflesso del coltello che l’arabo estrae lo abbaglia, perché Meursault guarda la realtà come fosse in trance, che lui spara al ragazzo, prima un colpo e poi altri quattro, senza averci pensato, senza volerlo.

Il romanzo di Camus e il film di Ozon raccontano la casualità del delitto e quindi la casualità della vita e della morte, la loro scandalosa assurdità. Sarà il tema del confronto tra Meursault e il prete che lo raggiunge in cella prima dell’esecuzione (segnalo che era Bruno Cremer nel film di Visconti, l’attore che sarebbe diventato un magnifico Maigret nell’omonima serie tv). In questo film pieno di suggestioni alla fine c’è anche una scena alla Bergman: in sogno il protagonista incontra la madre all’ombra della ghigliottina montata come una croce in cima al Golgota.

“Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate”, scriveva Camus nel suo saggio “L’estate”, e in queste parole c’è tutto lo straniero e la scoperta che lui fa un attimo prima della fine. Paradossalmente lui è felice perché scopre di aver condiviso “la tenera indifferenza del mondo”.
Scorrono i titoli di coda ed esplodono le chitarre dei Cure che cantano “Killing an Arab”. E lo spettatore esce sapendo di avere visto un grande film.

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