Diario di una spettatrice
Vite da rivivere
Il nuovo film di Bradley Cooper mescola autoironia e leggerezza: un modo per combattere la cupezza del tempo presente. Grazie anche a due formidabili attori: Laura Dern e Will Arnett
Prendete un film di Woody Allen girato a ritmo serrato con la camera a mano, aggiungete una scena da Il grande freddo di Elia Kazan (quella in cui gli amici si ritrovano a colazione e due di loro hanno avuto una notte di fuoco all’insaputa degli altri), infine ingaggiate come protagonista l’attrice prediletta di David Lynch, Laura Dern (di cui racconterò alla fine un aneddoto poco noto). Il risultato è Is this thing on? ovvero È l’ultima battuta?, terzo film diretto dall’attore, sceneggiatore, regista e produttore statunitense Bradley Cooper, film che riesce a farci sorridere in questi tempi bui, ricordandoci che in fondo la vita è tutta un’improvvisazione, esattamente come sul palco di una stand-up.
Elenco tre buoni motivi per vedere questa pellicola. Il primo riguarda il soggetto, il mondo delle stand-up appunto (la sceneggiatura scritta dal regista con l’attore protagonista Will Arnett e con Mark Chappell si ispira al libro del comico inglese John Bishop). Un mondo di dilettanti allo sbaraglio che la sera salgono su un palco per raccontare a un pubblico di sconosciuti, vincendo pudori e paure, le vicissitudini della loro vita condite con molta autoironia (raccomando su questo tema la serie tv francese ancora disponibile su Netflix Drôle – Comici a Parigi, spin-off dell’indimenticabile Dix pour cent, ovvero l’originale Chiami il mio agente!)
Secondo motivo. Il film di Cooper è un raro esempio riuscito del genere “comedy of remarriage”, cioè quando una coppia arriva sull’orlo del divorzio ma poi c’è un ritorno di fiamma, i due ex diventano amanti clandestini all’insaputa di amici e figli e finiscono per tornare insieme. Questo schema produce quasi sempre film noiosissimi. Ma non in questo caso.
Terzo motivo: la performance dei due protagonisti.
Tess e Alex Novak (Laura Dern e Will Arnett) sono una coppia newyorkese alla vigilia dei cinquant’anni e come tante sono in crisi, troppe cose non dette, troppe rinunce per la famiglia, rinunce che covano da anni e diventano rancore. Entrambi vogliono tutelare l’amicizia che li lega per gestire i figli Felix e Jude ma non è semplice. Tess è stata campionessa di pallavolo nella nazionale olimpionica americana e ha rinunciato alla sua passione per i figli. Alex lavora precariamente nella finanza e fa i conti con gli alti e i bassi dei mercati. Intorno a loro gli amici di una vita tra i quali c’è Balls, il miglior amico di Alex (interpretato dallo stesso regista), che fa l’attore e si immedesima talmente nei suoi personaggi che ogni volta fatica a lasciarli andare, con prevedibili effetti comici.
Una sera Alex non riesce a entrare all’Olive Tree Cafè perché è senza soldi e gli propongono di iscriversi alla serata aperta del “Comedy Cellar”, il club di Manhattan ritenuto l’Harvard delle stand-up. Lui non l’ha mai fatto e incredibilmente la sua performance sgangherata funziona, il pubblico ride delle sue vicissitudini di separato e lo applaude. Per Alex è come riscoprire la vita da un altro punto di vista molto più eccitante, non riesce più a smettere, tornerà ogni sera a esibirsi su quel palco all’insaputa di tutti.
Anche Tess comincia a non dare più per scontata la sua esistenza. Riprende i contatti col suo mondo di atleti professionisti e incredibilmente si apre la possibilità di diventare assistente allenatrice della nazionale di volley alle Olimpiadi del 2028. Le vite di Alex e di Tess si rimettono dunque in gioco aprendo prospettive che nessuno poteva immaginare, non certo i protagonisti e neanche gli amici che li hanno visti spegnersi rinunciando al loro “fanciullesco entusiasmo” (per citare Allen) di un tempo. E rimettersi in gioco è maledettamente sexy.
Il cuore del messaggio che ci trasmette il film è contenuto in una frase che il padre dice ad Alex verso la fine: “Nella vita le cose succedono. Noi possiamo solo affrontarle cogliendo il lato positivo”. È la sfida di ogni esistenza. Un lato che purtroppo è sempre più difficile cogliere nella nostra realtà.
L’aneddoto su Laura Dern riguarda il film The Fabelmans con cui Steven Spielberg raccontò la sua famiglia e come divenne regista. Alla fine del film c’è il famoso cammeo, forse il più bello della storia del cinema: David Lynch interpreta John Ford che spiega al ragazzo Spielberg l’importanza del “fucking horizon”, un incontro che avvenne davvero e che gli cambiò la vita. Ma Lynch non voleva saperne di interpretare Ford, Spielberg non riusciva proprio a convincerlo che lui era l’unico in grado di resuscitare il mito del cinema americano. Ci riuscì un’amica di entrambi: Laura Dern.