A Bologna la Fiera del Libro per Ragazzi
Basta la parola
È il passe-partout per ricominciare, è lo snodo – letta, pronunciata o scritta che sia – che consente di comunicare con se stessi, che ci lascia arrivare all’altro, che dà forza e fa percepire la bellezza, che apre il futuro. Lo racconta Silvia Vecchini, poeta, scrittrice e autrice di libri per l’infanzia, a partire dalla sua esperienza, motivo per lei di ispirazione
In occasione della Fiera del libro per Ragazzi che si apre domani a Bologna (dal 13 al 16 aprile), pubblichiamo un estratto della conferenza che Silvia Vecchini, vincitrice del Premio Ceppo per l’Infanzia e l’Adolescenza 2026 (una delle molteplici articolazioni del Premio, fondato nel 1955 da Leone Piccioni con l’Accademia Pistoiese del Ceppo), ha tenuto a Pistoia in occasione del recente conferimento. Come si legge nella motivazione del premio (presieduto da Paolo Fabrizio Iacuzzi), il riconoscimento è stato assegnato «per la sensibilità e l’attenzione profonda con le quali la scrittrice ha saputo raccontare, attraverso opere di narrativa, poesia e fumetti l’universo complesso e delicato dell’immaginario e delle emozioni di bambini e ragazzi».
(Il testo integrale della conferenza è stato pubblicato sulla rivista Liber – Libri per bambini e ragazzi n. 149. Per saperne di più https://www.premioceppo.it/70-ceppo-ragazzi-2026/)
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Ho raccontato spesso che sono stata una bambina senza biblioteca, o almeno senza quella che si aspetta incontrando questa parola. L’ho scritto anche in un libro di racconti autobiografici dal titolo C’è questo in me (Topipittori) che si chiude con la poesia Dieci biblioteche prima dei 14 anni. In casa c’erano dei libri ma erano per i grandi e io avevo solo qualche centimetro del ripiano più basso di uno scaffale messo in corridoio. Il paesino di campagna dove sono cresciuta non ha mai avuto una libreria. Per trovarne una bisognava prendere l’auto e cercarne una non proprio nelle vicinanze. La biblioteca del mio comune non era attrezzata per ricevere bambini, e comunque non la frequentavo. Ci sono entrata tardi, già da adolescente. Non andava meglio a scuola. La mia era una scuola molto piccola e senza biblioteca né scolastica né di classe. Non era una questione economica questa lontananza dai libri ma di orizzonte culturale. E per quello che mi riguardava c’era il fatto di essere una bambina piuttosto silenziosa. Molto di quello che accadeva in me non era sospettabile. Gli adulti soprattutto non potevano decifrarlo così facilmente. E neppure accontentare i miei desideri. Facevo mistero di quello che mi orientava e le mie poche parole erano delle mani a coppa attorno a una fiammella nel vento. Solo molto tempo dopo ho capito che potevo cercare degli alleati. (Nella foto Silvia Vecchini).
Intanto volevo conoscere meglio quello che sapevo di me. Ad esempio, sapevo che mi interessavano le parole, che mi piaceva inventare storie su due piedi, oralmente, assecondando bambini più piccoli o amiche che volevano giocare dipanando una trama. Inventavo dialoghi, scenari, spettacoli con sorprese, ma puntualmente mi collocavo dietro le quinte. In chiesa alzavo le antenne quando si leggevano i Salmi e i libri poetici della Bibbia. Mi piacevano i suoni delle parole e mi piaceva non capire tutto. Mi piaceva quel “tu” lanciato lontanissimo. E mi piaceva leggere ma nessuno mi aveva mai detto che i libri erano tantissimi, diversi e che si potevano leggere uno dopo l’altro, che funzionava così, che potevo diventare una lettrice, che tutti quegli indizi portavano all’amore per la lettura e forse alla scrittura. I libri arrivavano un po’ a sorpresa, per una festa, oppure per caso. Per questo non ero una lettrice vorace, che copriva grandi distanze in poco tempo veleggiando, ma una lettrice verticale, la lettura era una pesca di profondità. Nei libri ci cadevo dentro, ci rimanevo per un tempo attento e concentrato. C’era tanto da fare dentro un libro e dentro lo spazio che si apriva in me dopo la lettura. (…)
Quelle delle mie storie sono spesso bambine che prendono la parola, come in Eugenio l’inventore (Giunti) dove Matilde, visto che i suoi non fanno che affidarla alle baby-sitter, chiede di poter scegliere chi deve passare il tempo con lei. Oppure Zoe di Maschi contro femmine (Mondadori) che arriva in una classe dove regole assurde dividono i maschi dalle femmine fino a impedire che i due gruppi si parlino e conoscano davvero. E ci sono bambine che permettono che la parola, una parola viva, arrivi a qualcun altro. Penso a Telefonata con il pesce(Topipittori) dove è una bambina a cercare il modo di comunicare con un compagno di classe che non usa la voce in contesto sociale e che a scuola resta sempre zitto, anche di fronte ai malintesi e alle ingiustizie. È in lei che si accende l’idea giusta per aprire una strada alla parola. Oppure la protagonista del libro Le parole giuste (Giunti), dislessica, con poca dimestichezza con la parola scritta, che scopre che la bellezza e la forza delle parole è qualcosa che riguarda anche lei. E penso anche a Emma di Prima che sia notte (Bompiani) oppure a Olivia di Fiato sospeso (Tunué) che sono ragazze che stanno iniziando a scrivere in versi dando fiducia alla propria voce. E ancora Sara de Le parole possono tutto che dopo essersi chiusa nel silenzio riscopre, una lettera alla volta, il potere delle parole, il loro creare e ricreare la nostra realtà più profonda fino darci la possibilità di ricominciare.
Ho pensato spesso al motivo per il quale nelle mie storie sia così importante questo ricominciare. In fondo le protagoniste e i protagonisti, come le mie lettrici e i miei lettori sono giovani, giovanissime. Eppure nelle mie storie il futuro è spesso ricominciare. Si ricomincia dopo un terremoto con La zona rossa (Il Castoro), dopo un trasloco forzato e dettato da un evento tragico con 21 giorni alla fine del mondo (Il Castoro), dopo una fuga da casa e la denuncia della verità con Black hole (San Paolo Edizioni). Si ricomincia grazie all’aiuto di qualcuno ma con decisione, come tuffandosi, lanciando lontano il cuore, dicendo che sì, si può, si deve poter fare. Questo è un nodo che torna nelle mie storie, un po’ perché è la mia storia e un po’ perché è una porzione che mi sono scelta. Il motivo l’ho capito scrivendo I bambini si rompono facilmente (Bompiani), un libro di racconti per adulti. In questi anni di incontri, di viaggi, di laboratori di scrittura, la mia attenzione è stata catturata costantemente dai bambini e dalle bambine le cui storie (a frammenti, in una frase, un ricordo condiviso, una parola tracciata sul foglio) riportavano una frattura, una ferita, una mancanza. Infanzie interrotte, a volte sospese, trascurate, calpestate dagli adulti senza neppure accorgersi, infanzie non viste e non ascoltate. E come se avessi un’antenna, un recettore che attiva la mia scrittura che, anche dopo molti anni, torna a ricevere quella frequenza.
Per questo, tra le tante cose di cui potrei scrivere, in un momento imprecisato devo aver deciso che se avessi avuto la possibilità di essere letta allora avrei raccontato anche questa parte un po’ dolorosa, a volte scomoda, difficile perché punta il dito verso gli adulti e la loro disattenzione. Una parte che mi sono assegnata sapendo che dire ai bambini e ai ragazzi che qualcuno li ha visti e che le cose che non vanno possono cambiare è una possibilità di futuro. E che anche se gli adulti queste cose al momento non sanno cambiarle, loro invece potranno e sì, intanto possono andare avanti, ricominciare. Penso al capolavoro di Guus Kujier, Il libro di tutte le cose. Il protagonista, chiuso in una storia familiare che sembra senza via d’uscita, dove anche Dio dichiara la propria impotenza nel cambiare quel padre autoritario e violento, ha un progetto per il suo futuro: essere felice. A questo bambino, una strana, misteriosa vicina, presta un libro, il primo libro che non sia la Bibbia, che non parli di Dio. Il libro è, guarda un po’, Senza famiglia, la storia di un ragazzo che è rimasto solo al mondo, e la persona che glielo offre lo fa dicendo: “Te lo presto proprio perché tu non sei solo”. Credo che nel tempo, questa parte che mi sono assegnata e che riguarda le storie dove il futuro non è così scontato e il ricominciare è una conquista, uno smarcarsi da un passato difficile, ha esattamente questo significato. Raccontare un’avventura per tutti ma dire precisamente a qualcuno, a qualcuna che non è solo, che non è sola. E che domandarsi perché non è mai una colpa.
©Accademia Internazionale del Ceppo EPS