Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Scrivere e vivere

Il nuovo film di Valérie Donzelli racconta la storia di un uomo che abbandona fama e fortuna per diventare scrittore. Perché solo nella scrittura c'è la sua vita

L’idea non è nuova. A raccontare le sue vicissitudini lavorative per sopravvivere mentre faceva lo scrittore e il drammaturgo era già stato il genio di Vitaliano Trevisan in quella bibbia del lavoro precario che è Works, ovvero il dark side dell’opulento Nord-est. Questo era anche il soggetto del film di Emmanuel Carrère Tra due mondi, ma in quella pellicola del 2021 la scrittrice Juliette Binoche si era infiltrata intenzionalmente nel mondo delle donne che puliscono le cabine dei traghetti che attraversano la Manica per poter scrivere un libro di successo. Nel film La mattina scrivo (titolo originale “À pied d’œuvre”, espressione che significa mettersi al lavoro, essere operativo), co-sceneggiato e diretto dalla regista e attrice francese di origini italiane Valérie Donzelli e premiato alla Mostra di Venezia per la migliore sceneggiatura, il protagonista Paul Marquet (interpretato dal bravo Bastien Bouillon) lascia a quarant’anni la professione sicura di fotografo per seguire la vocazione alla scrittura. “Volevo diventare uno scrittore. Ma continuare a farlo avrei scoperto che era tutta un’altra cosa”.

Scrivere per Paul non è un capriccio passeggero, la velleità di un momento di crisi: è l’unica ragione di esistere. Ed essendo questo, lui è pronto a mettere in discussione tutte le certezze della sua vita. Ma come si fa a fare della scrittura un lavoro vero, essendo consapevoli che “scrivere un testo non vuol dire essere pubblicato, essere pubblicato non vuol dire essere letto, essere letto non vuol dire essere amato, essere amato non vuol dire avere successo, avere successo non significa guadagnare”?

Paul ha una moglie e due figli e un grande appartamento a Parigi, è tutt’altro che un precario, la sua vita fino a quel momento si è costruita su molte certezze. Decidendo di darle una direzione così imprevista, deve inevitabilmente accettare la reazione di chi gli è vicino e non lo capisce, deve accettare l’incredulità dei familiari e l’allontanamento della consorte che si trasferisce a Montreal portandosi via i figli. Gli altri non lo capiscono perché un adulto non butta all’aria a quarant’anni la sua vita, questa non può essere un’opzione. Ma c’è anche un’altra ragione: scrivere è un vero lavoro?

La grande casa in cui ha vissuto non può più permettersela. Paul si trasferisce nel minuscolo studio della sorella sotto il livello stradale, dalla finestra vede le gambe di chi cammina sul marciapiede, il suo sguardo sui passanti sembra una citazione del film di Truffaut L’uomo che amava le donne. In realtà Paul ha già pubblicato tre libri con la prestigiosa Gallimard: i primi due sono stati apprezzati dai critici ma non hanno venduto. Non ha venduto neanche il terzo per il quale ha ricevuto un anticipo, i suoi romanzi non funzionano. Paul è a un bivio: non è ancora povero ma sta per diventarlo, “sono come le 17 di un pomeriggio d’inverno, è buio ma non è ancora notte”.

In questa dimensione di incertezza assoluta gli vengono in mente le parole di Aldous Huxley: “Il contrario di una cosa non è il suo contrario, bensì la medesima cosa colpita dall’aggettivo vero: il vero patriottismo, il vero cristianesimo, il vero socialismo”. La sua è “vera povertà”? Lui lo ha scelto, può dunque considerarsi tale? Come gli rimproverano il padre e la sorella, i poveri sono solo in Africa e in India?

I poveri sono ovviamente anche in Francia, sono ovunque nelle pieghe nascoste dell’Occidente capitalista. Come milioni di altri precari Paul si iscrive a un’app che gestisce lavoratori non specializzati che sono disponibili a svuotare cantine, a smontare soppalchi Ikea o a tagliare l’erba di un piccolo giardino con le forbici offrendosi col massimo ribasso. 20 euro per quattro ore di lavoro, certe volte lo pagano anche meno: è il prezzo di Paul che ha scoperto che scrivere non è il suo mestiere, è solo la sua vita.

In fondo il film La mattina scrivo racconta la storia semplice di un uomo semplice. Una storia a lieto fine. Gallimard pubblicherà il libro intitolato “À pied d’oeuvre” in cui Paul racchiude le mille facce della sua vita precaria e “bagascia” (come direbbe Paolo Conte) e questa volta il suo romanzo vincerà il Goncourt (come in effetti è successo nella realtà al libro che ha ispirato il film). Scrivere può dunque essere un lavoro vero: lui continuerà a svuotare cantine e a fare scatoloni nei traslochi ma solo il pomeriggio. “Perché la mattina scrivo”.

Ps: unico neo (secondo me) della pellicola è la tecnica di ripresa adottata dalla regista: il film è interamente girato con camera a mano e primi piani strettissimi. Se l’intenzione era far provare allo spettatore le stesse fatiche e le stesse angosce del protagonista, Donzelli c’è riuscita benissimo.

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