Fabio Ciriachi
Testo a fronte/9

Tremori

«Tu scarti il panino integrale alla contadina, quanto di più salutista reperibile al buffet della stazione, mentre la cinquantenne mangia cibo dall’odore gradevole cucinato a casa»...

Con questo racconto inedito di Fabio Ciriachi prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


La donna che incroci sotto il sole a Centocelle canticchia a bocca chiusa ma non fai in tempo a compiacerti della leggerezza perché, prepotente, da tanta innocenza emerge un nome.

Nadette la conosci in treno a Parigi, al ritorno da Bruxelles, quando condividi la cuccetta da quattro del Palatino con una coppia di quarantenni “per bene” e una cinquantenne dai colori adolescenti, tutti francesi.

Il treno lascia la Gare de Lyon e dopo un’ora che stai lì a scrivere, come fai sempre quando viaggi, la lei della coppia ti domanda se sei uno scrittore.

Dici di sì e racconti della presentazione bruxellese del tuo ultimo romanzo. Lui vorrebbe vederne una copia, gliela mostri, la sfoglia, ma il suo poco italiano non gli permette di leggere nulla.

Alla cinquantenne piacerebbe conoscere la trama e provi ad accontentarla. Ti diverte quella micro-presentazione in francese e ti dilunghi in dettagli, fai digressioni inedite.

Diversamente dalla coppia, che ti ascolta annuendo per intelligenza, la cinquantenne mostra l’incanto della bambina alle prese con una favola. Lì, ti accorgi quanto i suoi calzetti arcobaleno si accordino con gli occhi spalancati e il respiro trattenuto.

All’ora di cena, la coppia sceglie il primo turno della carrozza ristorante.

Tu scarti il panino integrale alla contadina, quanto di più salutista reperibile al buffet della stazione, mentre la cinquantenne mangia cibo dall’odore gradevole cucinato a casa.

Lei siede alla tua sinistra, è bella, e pensi che per fortuna il tempo tratta con generosità i tuoi settant’anni.

Il silenzio crea uno stare assieme privo di imbarazzi. Avverti la perizia del modo in cui mangia, si muove, tace. Finito il pasto, lei ripone le sue cose e canticchia piano, a bocca chiusa. Stai così bene, in quel tempo sospeso, che il ritorno della coppia ha un che di spiacevole.

Col buio, vi preparate per la notte. Tutti e tre i compagni di viaggio hanno per meta Firenze, e ruminando quel pensiero il sonno arriva presto dal dondolio del treno.

Vi svegliate tutti anzitempo e mentre la coppia va a fare colazione alla carrozza ristorante, l’altra passeggera e tu consumate cappuccino e croissant seduti vicini. Con naturalezza lei dice di chiamarsi Nadette. Ha cinquantacinque anni e vive a Orleans, ha un figlio di trenta, è divorziata e dirige una casa di riposo per anziani.

Ti chiede di te e ti ascolta con la stessa concentrazione di quando mangiava. Poi ti dà il suo indirizzo mail e ti chiede il tuo.

 

Dopo Firenze, rimani solo nello scompartimento e mentre il treno ti sbatacchia verso Roma, pensi a Nadette, alla sua intraprendenza timida e decisa, e vedi una donna matura che arricchisce la vita con doni infantili. La sua è un’innocenza restituita e desiderabile.

Da subito, vi scrivete cose più o meno quotidiane e senti che Nadette influisce positivamente sul tuo lavoro. Qualche mese dopo, sei di nuovo nella libreria italiana di Bruxelles; stavolta, a presentare il romanzo di un altro. Che un ulteriore compenso al lungo viaggio stia nella possibilità di avvicinarti a Nadette lo sai con certezza quando lei ti chiede quanto tempo corre tra l’arrivo del Thalys da Bruxelles a Parigi e la partenza del Palatino per Roma.

Tre ore le sembrano un tempo magnifico da spendere assieme. Partirà da Orleans in tempo per aspettarti all’arrivo del treno alla Gare du Nord e insieme andrete alla gare de Lyon. Ci sarà spazio anche per bere qualcosa se il Thalys sarà puntuale.

Il Thalys è puntuale e Nadette ha un sorriso che ti fa benedire la sua proposta. Quando uscite dalla metro, vi prendete per mano. Poi, lei da dietro il suo tè, e tu da dietro il tuo caffè, lasciate che gli sguardi arricchiscano a modo loro il racconto improvvisato dalle mani. Camminate abbracciati verso la stazione.

Non c’è niente di meglio della folla per creare solitudine. Patita, può essere infernale; desiderata, offre un ambito di libertà piena. Siete uno di fronte all’altra, vi guardate, tu l’abbracci. I corpi si toccano, le labbra si sfiorano. Nadette è scossa da un tremito che non t’aspetti.

Occhi negli occhi e con la voce rotta dice che devi fare piano, perché lei non avvicina il corpo di un uomo da tanto tempo. Senti l’energia che le si agita dentro, vedi la sua passione rattenuta. Ancora piccoli tremiti la scuotono. Forse capisce che il suo tremare ti eccita. Si stringe a te e tu l’abbracci come se cominciaste a fare l’amore per la prima volta.

La cuccetta da sei posti e la famiglia che occupa gli altri cinque aiutano la separazione. Pensi a lei a occhi chiusi e i pensieri rinfocolano il desiderio. Non puoi leggere, né scrivere. La coscienza della distanza tra Orleans e Roma non significa nulla. È quel suo tremare inatteso che non smette di struggerti; pensi a un terremoto primaverile, all’emergere di un’isola dal mare. Non ti è mai capitata una cosa simile.

Dovevi aspettare i settant’anni, e i cinquantacinque della colorata direttrice di una casa di riposo, per incontrare quella geologia del sentire che sovverte abitudini e disposizioni.

Ora sai che nell’amore il nuovo deriva da una vena inesauribile, e che non c’è calma, inaridimento o freddezza sotto cui non possa spingere la montata lavica pronta a ridisegnare il paesaggio.

L’incontro di Parigi rende quotidiani gli appuntamenti su Skype. Lei ti fa visitare la sua casa, tu gli mostri la tua. A una dopocena festoso presso di te, lasci anzitempo la tavola per andarla a incontrare al computer e nell’occasione le presenti tutti gli amici che vengono a portarti da bere, o a fare battutine allusive. Lavorate insieme alla traduzione in francese di un tuo racconto, perché Nadette vuole sapere cosa scrivi. Ci tiene. Lei legge molto, ma seguendo un caotico procedere. Ti scrive con una sincerità che rischia di apparire ingenua a chi non sa nulla del modo rigoroso con cui ordina e disordina la vita.

Lei è quella che canticchia a bocca chiusa, accanto a un estraneo di cui si fida perché ne avverte l’energia.

I colori che indossa sono bandiere di libertà e tu l’approvi per intero con lo sguardo. Dura fino a un fuori programma che non è detto debba essere devastante, e invece lo è.

Mentre parlate come al solito, una sera arriva il figlio. Entra in diretta sul vostro Skype, massiccio, barbuto, guardingo per la tua presenza virtuale che lì per lì non comprende, saluta la madre un po’ perplesso, lei ti presenta, lo saluti, ti saluta, ma in quell’incontro c’è l’esatto contrario di quello che hai provato vedendo Nadette la prima volta.

Ti senti sorpreso come un ladro.

Lo sguardo del figlio, privo del minimo sorriso, dice che stai commettendo qualcosa di indebito, qualcosa che non si fa. Quel figlio s’intrufola nella tua coscienza e pretende di inocularci la colpa. È l’altro uomo di Nadette, è il vero marito, il padrone. La faccenda si muta in una informe cosa tra maschi che arriva quasi a renderti subdolo.

Ti domandi se per caso tu non abbia lasciato impronte sul corpo di Nadette che è viva, sì, ma i detective preventivi, che ora ti sono alle costole, giurano che al tuo cospetto prima o poi soccomberà.

Invece di cantare con lei la canzone bella accennata a bocca chiusa, ringhi da lupo ubriaco alla porta del suo sangue. Quella stessa notte i colori di Nadette si spengono. Il figlio la detiene in un modo che la rende banale, le toglie fascino e tu la risolvi in tronco: non ti piace più, ti tiri indietro, come se quel tuo approvarla con lo sguardo si fosse esaurito.

Lei, il giorno dopo, registra che non rispondi a Skype, e così il giorno dopo ancora, e non rispondi alle mail che chiedono ragione del silenzio. Sparisci e basta. Neanche il pensiero del suo tremito riporta indietro l’orologio. Sei un rapinatore. Un avvoltoio e una iena, i tuoi animali araldici.

Ora, su Centocelle il sole è scuro, ogni passante è storto, come uscito da un dipinto di Daumier. Tu sai che tutto quel deforme è vero. L’hai conosciuto già il disdoro dei corpi malvissuti. Col peggio ti senti a tuo agio.

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