Paolo Puppa
Storia di un tradimento tardivo

Ricorrenze

«Al matrimonio di Rebecca con un discendente di una gens veneziana famosa, che vantava vari dogi, nel Danieli requisito c’era la Venezia che contava. E lei indossava un abito Armani che la fasciava tutta»...

Oggi si alza felice, se può essere felice una signora dimezzata dalla morte del marito, Ugo, illustre notaio e grande appassionato di letteratura. Sì, lui l’ha in un certo senso tradita, togliendole il gusto di invecchiare assieme, una volta sistemati i due figli gemelli, Rebecca e Davide, l’una avvocato penalista e l’altro ginecologo, tutti con le loro belle famiglie, e consuoceri molto all’altezza, e bambini in arrivo ad entrambi. Il suo sogno era quello di passare assieme la parte dolcemente declinante della vita. Lei pregustava di averlo solo per sé. Vedeva terrazze d’albergo a Ischia o sul Lago di Garda, cenette a lume di candela, passeggiate sulla spiaggia mano in mano, e buone letture, al che provvedeva l’immensa biblioteca, iniziata del resto già dal suocero, anche lui ovviamente notaio. E invece un casuale controllo medico per una febbre che non voleva abbassarsi aveva strappato il futuro al loro rapporto, con la scoperta feroce che era già in metastasi. Sì, le cellule cancerogene erano schizzate dappertutto, spazio solo a cure palliative, e lui che non doveva sapere nulla, qualcosa di certo aveva intuito. Il tutto in poco più di un mese. Ha pianto per un anno, baciando il suo pigiama, tenendoselo sulla bocca, o sul grembo, in pose anche scomposte. Lei aveva solo cinquantanove anni, in fondo, ed era stata una gran bella donna, inchiodata a casa dal marito, strappata al ruolo di segretaria principale nello studio notarile. Non c’era bisogno di un doppio stipendio. I figli erano stati meravigliosi, e molto adulti. L’hanno a poco a poco convinta a tornare nel mondo, a tentare di affrontare gli altri. Ma incontrando in certe serate, di nuovo mondane, coppie di amici, più anziane di loro, faticava a non gridare per l’enorme ingiustizia.

Le mancava l’anima di Ugo, il suo profumo, Yves Saint Laurent, la sua infinita gentilezza. L’ultimo regalo di compleanno, ad esempio, era stato una collana di coralli, con un costosissimo pendaglio di corni sanguigni. Irresistibile per lei andare con il marito ai concerti stando affiancati in una complicità palpitante e fremere ogni volta nell’attesa dell’aria conosciuta, del passaggio amato. Il corpo no, il corpo non c’era più da tempo. Complice una fastidiosa disfunzione tiroidea, lui non poteva nemmeno ricorrere al viagra. In certe sere di smanie coniugali, lei pur decisamente assetata di coccole vere si accontentava di praticare il “fraccoscio”, come lei lo chiamava sfrontata, ovvero stringersi una sua gamba nuda tra le sue, e sfregare a lungo. Oppure, e questo le dava l’estasi, farsi toccare nei modi sapienti che lui conosceva. Ma penetrare no, mai più. Lui avvilito a volte si scusava e lei allora lo abbracciava come un bimbo timoroso e gli canticchiava con voce commossa di adorarlo comunque, che lui era l’uomo della sua vita.  L’unico.

Al matrimonio di Rebecca con un discendente di una gens veneziana famosa, che vantava vari dogi, nel Danieli requisito c’era la Venezia che contava. E lei indossava un abito Armani che la fasciava tutta e faceva risaltare il suo vitino a fare impazzire per invidia l’amica del cuore, la Clara (un Papa nel suo Dna), cicciona adorabile e di gran classe. Costei l’aveva instradata all’inizio, dopo il suo matrimonio di Cenerentola, nel giro alto e zittito le male lingue che accennavano a nonni che zappavano la terra nel bellunese. Stupidi, suo nonno aveva possedimenti con vigneti e faceva l’agricoltore da possidente con tanta gente a servizio!   Sul capo, portava pure un cappellino eccentrico e vedeva gli sguardi dei giovanotti pieni di desiderio. Matronale ma insieme magrissima. Persino Ugo la fissava in modo strano. Lui tanto elegante in frac. E magari lei intuiva il suo dolore fisico, per non riuscire più ad amarla come in passato. Ma lei non era disposta ad alcun ricorso a medici pettegoli e ad astruserie volgari. Le era sufficiente averlo a fianco, ai concerti e a letto. Aspettare che precipitasse in un sonno pesante, disfatto dal tanto lavoro

La settimana prossima scadono tre anni da che il suo Ugo l’ha lasciata e lei ha deciso insomma di organizzare qualcosa di significativo. Lo scopo è quello di far sentire anche ai figli e ai loro nuclei riuniti la vigile e protettiva presenza del padre. Sì, lui sta a San Michele, d’accordo, nella monumentale cappella di famiglia.  Lontano e nondimeno lei si reca nella calma isoletta a rinnovare i fiori ogni due o tre giorni. In realtà lui continua a sedere nella regale poltrona con l’alto schienale di mogano, nel suo studio dove lei apre sempre le finestre, persino d’inverno. Il computer al centro del tavolo, e la cancelleria in bell’ordine. Luce, luce, luce, a cacciar via immagini buie e tenebrose. Perché Ugo c’è e lei sente la sua vicinanza che la scalda e la eccita. Sì, sta là, assiso come su un trono, con la vestaglia viola e il cachecol  di Hermès che nulla toglie alla sua virilità. E come un tempo lei non osa aprire la tv. Solo letture la sera. Anche se di recente ha ceduto e si addormenta spesso con il telecomando che le vibra in mano. Lo schermo se l’è portato in camera da letto, a riempire un vuoto devastante.

Ha telefonato ai ragazzi, per lei tali anche se si stanno avvicinando ai quarant’anni. Ha predisposto infatti per il giorno della fatale ricorrenza una festa in cui radunare tutti gli amici e i colleghi più cari. I due salotti collegati dal salone a porte spalancate e un’orchestrina che suoni dal vivo. Sissignori, si ballerà, chi lo vuole può farlo, specie i più giovani tra i suoi collaboratori. E in suo onore verranno allestiti tanti tavolini per un bridge brillante.  Come se ci fosse lui, il festeggiato. Rebecca, per tutta risposta, le ha domandato se si sentiva bene. E lei s’è messa a ridere, tenendo il tono basso per non spaventare la figlia apprensiva e forse un tantino troppo razionale per i suoi gusti (meglio Davide sotto questo punto di vista). E l’ha rassicurata, precisando però che aveva deciso ed era inutile contrastarla. “Ti auguro di vivere la mia esperienza più tardi possibile”, ha aggiunto con rabbia. Non è riuscita qui a frenarsi, purtroppo. Bisognava provvedere a scrivere biglietti di invito, e per soccorrerla in questo ci sarebbe stata la vecchia tata, la Pina gigantesca, metà gendarme e metà badante, in quel palazzo da una vita e devota tuttofare.

Certe notti che non dormiva, stanca di avvelenarsi con i sonniferi, andava nello studio, accendeva il grande lampadario di Murano, sfiorava con tenerezza i tanti libri, le creature di Ugo. Li sfogliava, li spolverava, iniziava a leggerne uno e poi lo riponeva al suo posto, allineandolo meglio con gli altri. Si era data un impegno. Ogni volta, un argomento, con relativa pulitura e risistemazione sulla base dei titoli, mentre gli autori venivano disposti per ordine alfabetico.

Il pomeriggio, le vien voglia ad un tratto non di controllare il grado di pulizia dei volumi di e su Thomas Mann, ma di leggerlo, in omaggio ai gusti di Ugo. Ne prende a caso uno dal lungo colto che riguarda lo scrittore tedesco. Ma aprendolo vede scivolarle addosso sulla gonna di un cachemire color nocciola, un foglietto piegato. E vi legge, nella sua grafia minuta ma leggibile, una frase strana e complessa, che all’inizio ha scambiato per una postilla al romanzo Giuseppe e i suoi fratelli. “Tre volte! Tre volte amore mio, questa notte. Ti rendi conto, Maria, cosa hai saputo fare di me, a sessant’anni? E tra qualche mese il nostro bambino. Mio, mio figlio!”. Si siede di schianto sul seggiolone dall’alto schienale, pallida e tremante, il cuore che le balla dentro. Resta come instupidita per qualche attimo, poi comincia a riflettere e a riscostruire quella minuta di lettera. Doveva essere l’ultima delle assistenti, giunta nello studio lo scorso anno, una grande capigliatura bionda, un corpo burroso, labbra rifatte. “Chi è quella teppa? Dove l’ha rimediata Ugo?”, le aveva chiesto sbuffando la Clara, mentre entravano nel negozio Herno dietro a San Marco. Lei era sprofondata sul divanetto dell’ingresso, dopo essersi tolto il piumino grigio, e aveva risposto sospirando: “Oh, Ugo è un uomo tranquillo, credimi”.  Aveva in mente il suo “fraccoscio”. Sapeva del resto che lui prediligeva le magre come la moglie. Non c’erano problemi, dunque.

Si chiamava Maria, in effetti. Qualcuno l’aveva avvertita di un controverso lascito, nel testamento, alla ragazza, da lei interpretato come un semplice atto di generosità. Resta immobile a lungo, indurita. Prova odio e disprezzo per se stessa, per la propria dabbenaggine. Le appare per un istante l’immagine di Ugo che si pettina con grande impegno, davanti allo specchio del primo bagno (ne hanno quattro), prima di recarsi nello studio, l’ultimo anno di vita, e lei si era sorpresa per tanta insolita civetteria.  Quando alla fine il respiro le torna normale o quasi, va col pensiero alla soffitta, all’armadio degli album di vecchie foto, dove è riposta una scatola di scarpe con dentro un piccolo revolver e le relative pallottole. Conosce anche l’ubicazione della villetta a Noale, dove abita la bionda. Ugo una sera ha cantato le lodi di quel centro antico con resti romani, le pare di ricordare. In taxi ci si arriva in meno di mezz’ora, aveva sentenziato con una smorfia Ugo.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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