Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Ode a Godard

Il nuovo, delizioso film di Richard Linklater è in primo luogo un omaggio a Jean-Luc Godard. Ma è soprattutto il ritratto di una passione: quella per un cinema che sogna di poter migliorare il mondo

Lo scrivo subito: Nouvelle Vague, il film del sessantenne regista statunitense Richard Linklater, è incantevole. Presentato l’anno scorso a Cannes e accolto da un applauso interminabile, commuove lo spettatore perché racconta, con una freschezza e una “vaghezza” che sfiora l’ingenuità, l’incanto della prima volta. La prima volta che la macchina da presa scese nelle strade di Parigi in mezzo alla gente, con attori sconosciuti che non recitavano le battute di una sceneggiatura scritta giorno per giorno, senza riflettori, carrelli e binari, luce naturale e camera a mano e un budget ridicolo per fare un film. Nacque così la nuova ondata che avrebbe travolto non solo il cinema francese, ma il cinema mondiale.

Ci voleva lo sguardo perdutamente innamorato di un regista texano per riuscire a celebrare, senza concedere nulla a elucubrazioni intelló, quella Nouvelle Vague che a Linklater, per sua stessa ammissione, ha cambiato la vita. Il cinema dell’improvvisazione, della follia che smonta e dissacra tutto e tutto diverte, esattamente quello di Jean-Luc Godard. “Faceva ciò che era proibito, disegnava, improvvisava. Amo il suo umorismo, la sua fisicità, la sua audacia. Non seguiva alcuna regola se non la propria coscienza cinematografica”, ha detto Linklater. Una dichiarazione d’amore totale. Come celebrare questo amore se non raccontando la genesi e il set del primo film di Godard, À bout de souffle ovvero Fino all’ultimo respiro, che sarebbe diventato per tutti l’involontario manifesto della Nouvelle Vague?

La pellicola è in bianco e nero vagamente sgranata persino nei loghi d’apertura dei distributori, lo schermo è il quadrato del formato quattro terzi. In un attimo lo spettatore è catapultato a Parigi, è il 1959 e c’è un gruppo di amici cresciuti recensendo i film degli altri sulle pagine dei Cahiers du Cinéma, discutono a ogni proiezione della Cinématéque, si sfottono allegramente mentre si allenano a sconvolgere il modo di fare cinema. Linklater li presenta semplicemente uno ad uno mescolati ai miti dell’epoca – da Jean Cocteau a Robert Bresson a Juliette Gréco – nel corso di una festa parigina. E qui c’è il primo motivo di interesse del film, il suo cast: François Truffaut, Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jacques Rivette, Suzanne Schiffman, Agnès Varda, Alain Resnais e infine Jean-Luc Godard con i suoi eterni occhiali scuri, vengono inquadrati dalla macchina da presa e a interpretarli sono attori così simili agli originali che non hanno bisogno di trucchi. È subito evidente che a Godard piacciono le citazioni, ne infilerà a raffica per tutta la pellicola. Citerà Gauguin “L’arte è plagio o è rivoluzione” e per spiegare come gli piace lavorare dirà: “non datemi tempo, datemi una scadenza”.

Ci sono due scene significative che precedono e introducono la ricostruzione del film di Godard. La prima è a Cannes 1959, I 400 colpi di Truffaut vince a sorpresa la Palma per la migliore regia e quella vittoria, di un regista di ventisette anni e di un attore di quindici (Jean-Pierre Léaud), è l’inizio di tutto: Godard capisce che i tempi sono maturi per passare dalle parole ai fatti, dalle recensioni dei film degli altri al suo primo film, del resto tutti i suoi amici un film l’hanno già fatto e il soggetto ce l’ha già, è un fattaccio di cronaca nera scritto da Truffaut, e Claude Chabrol è pronto a fare da consulente alla scenografia. La seconda scena avviene nella redazione dei Cahiers con Roberto Rossellini, per tutti il maestro: lui ricorda ai “giovani turchi” i fondamenti di quel cinema e lì si capisce quanto la Nouvelle Vague sia debitrice verso il neorealismo italiano.

La ricostruzione della genesi e del set di À bout de souffle è così avvincente da agganciare anche chi non conosca quel film. La lavorazione viene ricostruita giorno dopo giorno rifacendo le scene più famose che videro protagonisti Jean-Paul Belmondo – allora quasi uno sconosciuto, Godard lo ritrova boxer mentre tira pugni a un sacco – e la star americana Jean Seberg che il regista esordiente riesce ad agganciare solo perché lei vuole girare in Francia: la somiglianza degli attori che li interpretano, Aubry Dullin e Zoey Deutch, è impressionante. Lo spettatore molto si diverte a seguire le vicissitudini, gli imprevisti e le acrobazie di un set dove Godard decide capricciosamente cosa, quando e soprattutto se girare, mandando su tutte le furie l’amico Georges de Beauregard detto Beau Beau che ha accettato di finanziarlo. Si gira in presa diretta e la colonna sonora interviene solo tra una scena e l’altra con un commento jazz che enfatizza l’improvvisazione tipica di quel cinema. È in sala di montaggio che Godard completerà la tecnica della Nouvelle Vague: il “jump cut”, cioè il taglio non tra una scena e l’altra ma all’interno della stessa scena, togliendo tutte le pause e i silenzi ritenuti superflui. È una necessità perché Beau Beau gli ha concesso solo 90 minuti di pellicola. Ma è anche una rivoluzione: un cinema così non l’aveva mai fatto nessuno.

C’è un sentimento di sottile nostalgia che impregna la pellicola di Linklater. È la nostalgia per quel tempo beato in cui tutto sembrava possibile, la nostalgia per quella Parigi naïve e per quella generazione di giovani registi convinta di cambiare il mondo con una macchina da presa e che teorizzava che l’unico modo di fare critica cinematografica era fare un film. Ribellandosi alle regole del “cinéma de papa”, quei ragazzi avrebbero inaugurato una nuova estetica del cinema e un nuovo modo di rappresentare la vita. Presuntuosi certamente e Godard lo era più di tutti, insopportabile, umorale, antipatico, sempre polemico. Ma sono stati loro a inventare quella prima volta. E chiunque ami il cinema non può non vedere Nouvelle Vague.

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