A proposito de "La ricercatrice"
L’ateneo dei padri
Il nuovo romanzo di Paolo Puppa è (apparentemente) un duro apologo sul mondo universitario. Ma dietro si affaccia il conflitto costante tra padri e figli
Che cosa cerca La ricercatrice (Paolo Puppa, Chàron, 14 Euro)? In anni che si potrebbero definire “berlusconiani” (quelli della rimozione del conflitto d’interesse come problema etico; ma che amarezza dover prendere atto che un’epoca possa prendere il nome da una vergogna), due climax si incontrano: il culmine del successo di un professore universitario (“il giorno della consacrazione, la festa dei sessant’anni” – “alla sera ci sarà la grande festa in dipartimento”) e il fondo della depressione di una sua mancata collaboratrice; che lo sequestra, pistola alla mano, lo incatena a un letto e lo accudisce forzatamente, di cure e torture, di rimpianti e rivendicazioni; gli annuncia che lo ucciderà ma non lo lascerà morire (cosa sarebbe meglio?); ci ha ripensato ma poi lo farà – fino all’epilogo finale.
“Sai che diceva Hegel? Il tragico arriva quando entrambi hanno ragione” (o torto, ma tant’è); come “in un film dell’orrore o in un racconto gotico”, la vicenda – dopo un esordio indecidibile, in cui non si capisce di chi sia il punto di vista, chi sarà il soggetto narrante, se lui o lei – prende definitivamente la forma di un lungo monologo del(la) carnefice alla sua vittima (un tempo a sua volta carnefice), sempre girata di spalle, renitente a proferire verbo – dopo averne proferito forse fin troppo. Sì, una situazione come quella del film di Rob Reiner Misery non deve morire (1990), dal romanzo di Stephen King, dove James Caan è uno scrittore a vocazione seriale (che non si perita di far morire la sua protagonista, Misery); e una memorabile Kathy Bates (Oscar e Golden Globe), sua fan border line, approfitta di un incidente di macchina per portarselo a casa, curarlo e farlo schiavo delle proprie fantasie di lettrice (qui la cinefilia di Puppa nasconde un easter egg nella mancata mutilazione del piede – “al massimo, questo piede te lo tagliamo” – come sarebbe dovuto essere nella sceneggiatura originale, prima di diventare nel film la frattura di entrambe le gambe). Solo che nel romanzo di Puppa l’incontro fra i due non avviene per caso; e nessuno dei due è border line (a meno che non lo sia tutto il mondo di cui fanno parte, l’università; e perché non pensarlo…) e infatti “non è un film questo: è una storia vera”.
Che cosa rimprovera la ricercatrice al professore?
Certo, un futuro mancato, “vent’anni persi, vent’anni che avrebbero potuto essere nostri: avremmo potuto passeggiare la domenica pomeriggio, dopo aver fatto l’amore tutta la mattina; e la sera a teatro, o al cinema, o ai concerti. Io ordinaria al tuo fianco… Che libri stupendi avremmo scritto insieme: tu colle tue piccole conoscenze, io colla mia cultura che viene da lontano, dalla mia famiglia, dalla mia biblioteca paterna”; in una poco convincente commistione di amore disinteressato e più che interessato (narcisistico) carrierismo.
Certo, il decadimento irreversibile della sensualità: lui, ai suoi occhi, è ormai un “obeso diabetico, sovrappeso ormai di almeno dieci chili, se non di più” – un pallone gonfiato, letteralmente, come dimostrano le sgradevoli arie che emette in continuazione, quali “trombe del Giudizio” (e meno metaforicamente la carriera politica da trasformista, ribadita due volte: “vota Forza Italia: da Lotta continua al Cavaliere, dopo essere stato anche leghista”).
Certo (sempre da parte di lei) la forzata rinuncia alla nobilitante famiglia di origine: lo switch scatenante, la mancata presenza alla morte del padre per partecipare a un convegno alla fin fine inutile alla carriera. Il capezzale mancato del padre che non riesce a trasformarsi nell’alcova dell’amante è causa per lei di un doppio smacco.
Ma allora come spiegare quello “strano sentimento di possesso e di complicità”? Quelle pratiche notturne, lui sedato: “ho infilato la mia lingua tra i tuoi denti: mi pareva di baciare un morto. Le tue labbruzze non ne volevano sapere di aprirsi, erano ritrose e schifiltose”?
Se non che il residuo, o peggio il legato di quella carriera mancata, amorosa e scientifica insieme, sia in fondo nient’altro che una forma di necrofilia?
Questa inquietante prospettiva non è mitigata dalle fantasie di una università d’antan (“i tavoli erano diversi nelle stanze dei docenti: solo libri, riviste e tesi. Sì, una cultura più, come dire, più cartacea. Bei tempi quelli”), di una sorta di epopea dello studio libresco (“dove sono finite le biblioteche? Tutto spostato, anche i libri? Computer, computer dappertutto”; “pensavo alla Nationale di Parigi, alla British di Londra, là mi sentivo su un veliero ottocentesco: lampade, fruscio di pagine tutto intorno”), di una Chanson de Roland di una mai esistita cavalleria universitaria, di una Roncisvalle dove i baroni potessero mai immaginarsi conti e dove la ricerca sia quella per antonomasia, del Sacro Graal.
“Ragazzina, bisogna leccare il culo a chi a chi te l’ha messo dentro”, “Questa qua è un’università di merda, mi spiegavi. Solo questione di merda”.
Come non concludere che è “tutta una farsa da voi la ricerca”; “la vostra università è Sodoma e Gomorra: un vero lupanare”? Col tempo, il ricordo di quegli anni di apprendistato/assoggettamento (“guardavo i giovani in carriera: facce composte, cadaveri che camminano. Prima li uccidete dentro, poi li fate entrare; li cooptate dopo aver trapanato loro cervello e coscienza”) genera una sorta di strategia del contrappasso: così mentre il sempre più agonizzante barone giace nel seminterrato di un cottage dalle planimetrie anglosassoni, i suoi ex colleghi facilmente dimentichi di lui onorano la mensa della ricercatrice: “vengono da me con un appetito che non ti puoi immaginare – anche i vecchi, anche i grassi – come si buttavano sul rinfresco! Docenti di chiara fama? Se da fuori vi vedessero… quanti equivoci di meno”.
Perché di questo si tratta: “la mia ricerca se non altro vuol riparare alcuni torti: sistema e scioglie certi nodi”. Quelli che la sedicente ricerca universitaria non dipana, ma anzi aggroviglia: “sono stata una vera ricercatrice […] sono anni che ho preparato questa storia, anni in cui l’ho pensata bene in tutti i dettagli; ho scelto dove e quando agire […] La ricerca doveva avere per prodotto finale la tua rovina, la tua scomparsa accademica”.
Non senza la rivincita di qualche leziosità: esperta di teatro inglese dell’Ottocento, non si nega, a fronte di lui, italianista, un certo esibizionismo lessicale (“mi va di dire smozziconi”; “sì, mi piace dire circonfusa”).
Né, soprattutto, rinuncia a intitolare letterariamente il suo progetto: “questa nostra strana situazione è una ricerca in atto sull’archetipo Lear nella vita quotidiana”.
Né barone né conte, dunque: la vittima è un vecchio augusto re, che ha dimenticato (se l’ha mai saputo…) come fare il padre.