Testo a fronte/8
Ospedale
«Osservare in che misura medici e infermieri si rispettino, mi tranquillizza. Nel riconoscersi le competenze, affermano una fiducia reciproca che mi consola assai...»
Con questo racconto inedito di Giuliano Compagno prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Strano che fossi a Ortona da Remo Di Martino per una biografia romanzata su Francesco Paolo Tosti. È una cittadina che mi piace ma a certo punto sento che non va. Rientro a Roma, paura a star solo. Allora ti ostini a inviare messaggi senza chiedere apertamente aiuto, solo sperando che qualcuno intuisca che ne hai bisogno. Verso sera hai tre persone accanto ma s’è fatto troppo tardi, a casa non puoi restare.
È una fase che appartiene a un vissuto comune, quando la vita privata cede spazio a un luogo estraneo e misterioso. All’alzarsi della leva sono incosciente e non rammento nulla. L’ospedale è il Pertini. Un solo ricordo prende a vagare in me, l’immagine di mia madre da poco colpita da un ictus, il suo dolce sguardo che va oltre la finestra e io che le stringo la mano, e non accade altro.
Dalla sua espressione candida transito al mio stato di assenza. Sono vestito con le prime cose che fossero a tiro. La circostanza è un po’ comica, mi presento in pronto soccorso con un maglia di pile arancione, un pigiama a scacchi blu e rossi e due paia di occhiali da presbite. Tutto sfuma ed è un bene non afferrare il commento di un medico. «Mi dissero subito che eri molto grave.» Quella notte è già un buio, potrebbe non compiersi e invece in qualche modo mi trascina a una mezza alba. Socchiudo gli occhi, mi trovo in una camerata, gente va e viene. Non avverto solitudine, m’incarno in una fidata passività. Non ho seguito un ragionamento, mi ci trovo dentro. Il pronto soccorso è la zona franca di decisioni immediate dove in pochi minuti si alternano accolti e respinti, attese o emergenze, infartuati, incidentati e quelli come me, senza più respiro.
Tra il beffardo Molière e Donald Winnicott, che chiedeva a Dio la grazia di morire pienamente vivo, Pierre Cazenave si schiera dalla parte di colui che accoglie la malattia come una verità che lo riguarda intimamente, l’oscura conseguenza della sua storia, l’espressione della sua infelicità e del suo smarrimento dinanzi alla vita. E quando Cazenave ne parla, egli accenna anche a se stesso come fosse il sussulto disperato di chi, ammalato, sente in sé l’estrema occasione di esistere veramente.
È l’intuito, figlio dell’esperienza, a guidarci verso un automatismo, sì che la scelta sia corretta. In ospedale rappresentiamo una folla unita, ciascuno funge da essere in movimento e attende di occupare il sito precario a lui assegnato. Ne so poco perché in fondo non ci sono, a parte vedere che il mio codice è rosso. Il mattino di un ricovero urgente è un tempo sospeso. Poche informazioni e numerosi interventi, perché il malato va condotto fuori pericolo.
Do un’occhiata intorno, provo con gli esercizi mentali, stimolo la memoria, scavo nel respiro e invento un saturimetro. Qui dentro siamo uguali e questa pari identità è confortevole, come un sito in cui non si familiarizzi con nessuno ma anche l’unico luogo dove si imponga un silenzio parentale. Siamo nel grande atrio dove a una cert’ora spengono le luci.
Il tacere racconta di una semplice riflessione sul male che è in noi e il riserbo suggerisce di non farne argomento di curiosità.
Vengo trasferito in un’area d’attesa. Sollievo, ma quella notte, verso le 3:30, la luce del soffitto mi sveglia e mi acceca. Non ho voce ma contesto la sciatteria di una dottoressa non coinvolta in emergenze ma presa da lavori d’ufficio. La protesta sommuove altri degenti: quattro deboli contro una forte, che si arrende a usare le lucine da tavolo. In mattinata una Dirigente medico del P.S. prende a cuore il mio trasferimento e riesce nell’impresa. La guardo comporre un mosaico di entrate e uscite. Si chiama Valentina Valeriano, vorrei abbracciarla e dirle grazie. Il reparto Medicina Grandi Urgenze è un passaggio breve che mi regalerà l’incontro con un ex capo macchinista di Cinecittà. Giovanni ha trascorso trent’anni organizzando squadre che montavano carrelli, binari, americane e gru per posizionare luci e macchine da presa. Era lui a trovare le soluzioni tecniche che realizzassero le attese del regista e del direttore della fotografia. Dalle opere di Fellini e di Blasetti, sino a La famiglia di Scola, lui dirigeva il caos di comparse, figuranti e grandi attori. Ci domandiamo se sia operativo, sotto nascoste spoglie, un capo-macchinista del Pertini che dopo il ciak dell’ultima scena urli «Buona la terza!» (degli infermieri che spengono le luci).
Finalmente siamo a pneumologia, io e il mio polmone d’Achille! Reparto rumoroso, ove tossire è quasi alzare la voce e si tollera ogni frastuono. Il mio vicino, Claudio, è un virtuoso dello schiamazzo ed emette suoni forsennati a cui è vano opporre resistenza. L’esibizionismo pone se stesso prima di ogni umana attesa.
Isolarsi è tutto. Un reparto è una macchina da guerra e il degente un soldato che va medicato a ogni costo. Non esiste un nemico fisico ma solo blocchi temporanei a un ingranaggio che funziona da sé. Quella degli infermieri è una squadra di fuoriclasse. Mi colpisce l’immagine che senza distinguersi offrono ai ricoverati: preso servizio sembra che non abbiano una vita loro; qualora ne accennino a un collega, lo fanno a bassa voce. Se provo a insinuarmi nella loro cautela, rispondono in via confidenziale. Qualcuno, come Emanuele, è riservato e aperto nella stessa misura. Sa che l’ironia allevia il clima e che un volto aperto al sorriso aiuta chiunque. Intanto Claudio il Rumoroso viene trasferito. Gli prende posto Bruno, un volto tranquillo, attorniato da una bella famiglia. Lo opprime una maschera a ossigeno di cui non può fare a meno. Trascorriamo due notti, protetti da un complice quiete. La mattina dopo non mi rendo conto che in stanza c’è un animato viavai e che hanno issato un telo separatore tra i nostri letti. Passano altri due minuti, riconosco la voce della figlia; sta abbracciando il padre, piange e ripete una sola frase: «Papà, ti voglio bene!”». Bruno si è spento, era un genitore amabile, e sua figlia glielo sta dicendo. Sono senza parole. Anche la morte segna il tempo di un giorno di ospedale, assistervi sospende il vivere e porta via l’amico sconosciuto. Se ne commenta a bassa voce.
Osservare in che misura medici e infermieri si rispettino, mi tranquillizza. Nel riconoscersi le competenze, affermano una fiducia reciproca che mi consola assai. In tre settimane ascolto dei dottori e noto che la loro rassicurante gentilezza sottrae timore al debole in ascolto, io.
«Ha un ottimo aspetto!», se non addirittura «Da quel che vedo, sta guarendo!», suonano come affermazioni che subito alzano la saturazione, stabilizzano la pressione e abbassano i battiti. Il mistero di quel triplice effetto sta in una frase di Schleiermacher che mio padre mi regalò: «Le porte dell’intelletto si aprono dal di dentro.»
Tra gli altri, il cardiologo Massimo De Luca evita ogni enfasi e ha un tono di voce pacato che ricorda Gian Maria Volonté. Vorrei diventare suo paziente e lui risponde con un movimento della nuca così impercettibile da sembrare un inciso. Qualche giorno dopo, dal numero 6 passo al letto 14. Accanto c’è Carlo, una vita in Ama, prima da scopino, poi ai camion e agli uffici, da cui fugge per noia e torna alla guida. Non ha l’abitudine di girare attorno alle parole. Suo figlio Antonio viene ogni giorno a sostenerlo; sua moglie lo chiama ore pasti e gli chiede se è tutto buono e lui risponde di no e lei lo consola, e lui non vuole che si freddi. Carlo ne ha viste di brutte ma l’organismo è forte da vincere un infarto, il diabete e ora una broncopolmonite. La notte rimane insonne, al mattino si riposa. Tra noi usiamo una discrezione protettiva. È un vicino ideale, prova ne sia che i miei pochi visitatori si sentano a loro agio in sua presenza. La sera di Natale diventa bella: con Sabina, Irene e la loro mamma ceniamo a salmone e gnocchi romani, mentre Carlo s’immerge nelle parole incrociate. Verrà dimesso prima di me.
Nel frattempo cardiologia mi convoca due volte per una tac coronarica e per un’ecocardio: sale la probabilità di uno stent. Intanto transito nell’ultima camera del reparto e conosco Claudio Mastrogiovanni, medagliato di carabina sporter ad aria compressa e già direttore dell’Ufficio Postale 117 di San Basilio: undici rapine subite. Chiaro che sto viaggiando tra mondi sconosciuti! Ormai so che entrerò nel 2026 in degenza.
Infine, ultimo trasloco: Umberto è persona vivace, che condivide il disincanto verso politica, economia e burocrazia italiane, con ciò esimendosi da ogni giudizio. E poi ecco Pino, complicazioni cardiovascolari, detenuto a Rebibbia, al Pertini in attesa di un impianto. Sulla porta staziona una coppia di guardie che cambia ogni otto ore. Sono comprensivi, tranne due casi. L’uno nega a Pino di assaggiare un pezzetto di biscotto che gli porgo; ne fa un’assurda questione di sicurezza. Lo provoco spostandomi in un punto dove non riesca a vedermi, sicché d’istinto si sporge a controllare; mi rimuovo a mia volta e gli ricordo che non può sorvegliarmi, lui balbetta qualche bugia e finisce lì; nel secondo caso va peggio ancora: avviso una guardia che per un attimo accosterò la porta per cambiarmi; nessun problema, procedo. Dopo qualche secondo il collega spalanca la porta e mi avverte che non posso chiuderli fuori. Ne nasce un discussione affatto pacata, minaccio di denunciarlo, gli do nome cognome, lui no. Tutto nasce da un’istintiva difesa di Pino, un uomo fragile e solo che dorme emettendo vocalizzi difensivi, come se un destino non scelto gli prema sul petto.
Sento che qualcosa è cambiato: non ho il sorriso delle mie ragazze, i loro match di pallavolo… non ho gli amici di sempre né i film con Brunella, non ho le cure di Eirini. Non ho nulla di quel che è fuori ma non mi sento dentro, sono fuori anch’io. E così appunto dei nomi per non dimenticarli quando sarò uscito: Rachele ha senso dell’umorismo e legge Fred Vargas; Catello viene da Castellammare e mi ricorda l’Amerigo Vespucci costruita dagli stabiesi; Luana possiede vis polemica, perché lei è di Subiaco e abita ad Anagni, dove a parte uno schiaffo, suo marito e un Palazzo… Di Maria vorrei dire della sua commovente forza protettiva; poi c’è Francesca, che abita a Palestrina ma pare un’attrice di Woody Allen, tipo la Johansson con in più dell’ironia e un paio di occhiali.
Ultima chiamata, coronografia. Di sicuro mi applicheranno un paio di stent. Con i tecnici, clima favorevole. La sorpresa è che la stenosi risulta troppo piccola per intervenire.
«Domani ti fanno uscire!» mi hanno detto Alessandro e Maria.
Succede che appena sceso dall’ambulanza ti osservino tutti e scommettano sulla tua salute e sul colore del braccialetto; ma quando te ne vai, sembra che te ne sia andato un minuto prima senza darlo a vedere, perché li lasci e rientri nel fuori delle tue giornate, ma loro sentono che non li stai tradendo, e ti hanno già salutato. Tu non ti volgi indietro perché ti spiace andar via, e non sai che ciascuno ti sta augurando di guarire per sempre. Ora, in silenzio.