Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Oscar da battaglia

Alla notte degli Oscar trionfa "Una battaglia dopo l'altra" di Paul Thomas Anderson, il film che racconta un'America spezzata in due (spinto da Steven Spielberg)

Ha vinto Una battaglia dopo l’altra, ha vinto Paul Thomas Anderson. E c’era Steven Spielberg a fare il tifo per lui in platea. Batte I peccatori 6 Oscar a 4, rispettando le previsioni di molti (anche le mie). Un esito scontato per una cerimonia complessivamente sobria rispetto ai fasti hollywoodiani dell’Academy, in fondo l’America è oggi in tempo di guerra. E neppure sorprende l’esito dello scontro più atteso per la statuetta al miglior attore protagonista: tra i due litiganti – Leonardo Di Caprio e Timothée Chalamet – ha vinto Michael B. Jordan, doppio protagonista (interpreta una coppia di gemelli) del film I peccatori che aveva collezionato il record di 16 nomination, ma che alla fine ne ha portate a casa solo un quarto.

Quest’anno ho guardato la notte degli Oscar numero 98 con la serenità di chi ha visto tutte le pellicole in gara nelle categorie principali. E sono molto felice sia per l’affermazione del film di Anderson, sia per l’Oscar al migliore film internazionale che ha premiato il norvegese Sentimental value di Joachim Trier, la pellicola più bella che ho visto negli ultimi mesi. Certo c’era l’imbarazzo della scelta nella cinquina dei finalisti che vedeva in gara tre film fortemente politici – Un semplice incidente di Jafar Panahi, L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho e il tunisino La voce di Hind Rajab – accanto allo spagnolo Sirāt e al film di Trier. I giurati hanno fatto una scelta chiarissima all’insegna della prudenza premiando la pellicola più intima e profonda, una decisione comprensibile con l’aria che tira oggi a Washington.

Ma qualche decisione non scontata e che rivela chiare prese di posizione è comunque passata almeno con le statuette “minori”: non sfugge la novità dell’Oscar alla fotografia che premia per la prima volta una donna per di più di origini filippine, Autumn Durald Arkapaw, che entra così nella storia grazie al suo contributo ne I peccatori. Altrettanto evidente è il motivo degli Oscar andati al miglior documentario – Mr. Nobody against Putin – e al miglior corto, All the Empty Rooms, che denuncia la tragedia delle armi nelle scuole americane.

Tornando alle statuette più attese, l’Academy non ha avuto dubbi: il film migliore del 2025 è Una battaglia dopo l’altra, che regala a Anderson in un colpo solo ben tre Oscar, premiando la pellicola, il regista e la sua sceneggiatura non originale. A questi si aggiungono i premi al montaggio, al casting (novità di quest’anno) e soprattutto l’Oscar al magnifico Sean Penn, miglior attore non protagonista (ovviamente assente in sala, come ha sempre fatto). I peccatori si deve accontentare di quattro statuette: migliore fotografia, migliore colonna sonora originale, migliore sceneggiatura originale e, dulcis in fundo, la statuetta più pesante all’attore protagonista Michael B. Jordan, che premia in realtà la carriera di un grande interprete più che la singola performance.

Sul versante femminile, miglior attrice protagonista è risultata la favorita della vigilia, l’attrice irlandese Jessie Buckley, commovente nel ruolo della moglie di Shakespeare in Hamnet. Peccato che l’Oscar alla miglior attrice non protagonista sia andato all’anziana Amy Madigan per l’horror Weapons invece di premiare una delle straordinarie interpreti di Sentimental Value, Elle Fanning o Inga Lilleaas. Del resto avrebbe meritato la statuetta anche la protagonista del film Renate Reinsve, certamente tra le migliori attrici della sua generazione.

Gli Oscar più scontati. Il film di Guillermo Del Toro Frankenstein vince prevedibilmente i tre Oscar per i costumi, il trucco e la scenografia, i migliori effetti visivi sono di Avatar – Fuoco e cenere, la miglior canzone premia il successo planetario del K Pop. I grandi sconfitti, non senza ragione secondo me, sono alla fine Bugonia di Yorgos Lanthimos, un film per me tanto incomprensibile che mi sono astenuta dal recensirlo, e lo stravolgente (più che travolgente) Marty Supreme. La mancata vittoria del super favorito Chalamet l’ha lasciato a bocca asciutta. Lo stesso Hamnet di Chloé Zhao vede riconosciuta solo la bravura della sua protagonista, quindi è una mezza sconfitta.

C’è stato un solo momento davvero commovente nella lunga notte degli Oscar: quando Barbra Streisand ha ricordato il suo “cow boy intellettuale” Robert Redford senza concedere una sola parola alla retorica di Hollywood. E poi ha intonato la canzone di “Come eravamo” accompagnata dall’orchestra sul palco e dalla standing ovation in sala. E in quegli istanti è arrivato il brivido per come allora eravamo tutti, non solo Katie Morosky e Hubbell Gardiner, ma anche l’America, il nostro mondo e il cinema che continua a farci innamorare nonostante tutto.

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