Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

La mistica di Ann

La regista norvegese Mona Fastvold ha trovato nelle pieghe del Settecento una storia che mescola mistica e sacrificio. E l'ha ricostruita in forma di musical

Possiamo lasciarci coinvolgere dalla storia di una donna nata a Manchester nel 1736 e morta a 48 anni nel New England dopo aver aderito a una setta quacchera denominata “shakers” perché si dimenavano come tarantolati e aver fondato una comunità che la considerava madre, “sposa dell’Agnello”, persino Cristo reincarnato nel corpo di una donna? Raccontata così la vita di Ann Lee lascia certamente perplessi. Perplessa non è invece la regista norvegese Mona Fastvold che ha deciso di farne un film chiedendo al marito Brady Corbet di scrivere insieme la sceneggiatura. Del resto lei aveva collaborato con lui a scrivere la storia dell’architetto ebreo ungherese László Toth, fuggito dal campo di sterminio di Buchenwald ed emigrato negli Stati Uniti, ovvero il film The Brutalist.

Il testamento di Ann Lee non è paragonabile a quello per diverse ragioni, soprattutto perché The Brutalist raccontava con forza straordinaria un mondo che conosciamo, il nostro. La storia sconosciuta della mistica Ann, vissuta nella miseria più nera e nel dolore di una donna che ha perduto uno dopo l’altro quattro figli neonati diventando forse un’esaltata, forse una mitomane, non può avere lo stesso interesse per lo spettatore. Ma qualcosa ci racconta dell’eterna sofferenza umana e dell’inesauribile desiderio di giustizia. E lo fa in forma di musical.

Per incarnare un personaggio così estremo ci voleva un’attrice disposta a tutto e che sapesse cantare. La regista la trova in Amanda Seyfried, ma questa volta le atmosfere, le coreografie e le musiche non hanno niente a che vedere con le canzoni degli Abba e con la solarità di Mamma mia! che la rese celebre nel mondo a 23 anni. Il testamento di Ann Lee racconta al contrario una storia cupa e la pellicola fin dalle prime scene ha la fisicità disturbante di Michelangelo e i chiaroscuri tenebrosi di Caravaggio, le coreografie sono martellanti nella ripetitività ossessiva dei gesti, la colonna sonora esplode e a tratti è insostenibile (la firma ancora Daniel Blumberg che vinse l’Oscar per The Brutalist).

Manchester a metà del XVIII secolo, chi nasce povero qui è povero davvero. La piccola Ann si consuma le mani sui telai di una fabbrica tessile. Il suo destino è segnato: andrà in moglie a un fabbro assatanato di sesso, nessuno dei suoi quattro figli arriverà a un anno di vita. Un giorno incontra i quaccheri che pregano muovendo ritmicamente i corpi, la loro danza fatta di gesti ripetuti e ossessivi è come un abbraccio che la consola e la libera dalla sua disperazione. Ann diventa così una “shaker” e ben presto tutti riconoscono il suo carisma straordinario che non si ferma davanti alla violenza che subiscono le donne, non si ferma davanti a niente. Proclama di essere la seconda venuta di Cristo nel corpo di una donna, annuncia l’uguaglianza tra i sessi dicendo che Dio è sia maschio che femmina e che la liberazione può avvenire solo attraverso la castità, la rinuncia ai “piaceri” della carne.

Ovviamente i vertici della chiesa anglicana sono tutt’altro che disposti ad ascoltarla, qualcuno comincia a chiamarla strega, viene arrestata. Ad Ann Lee e ai suoi seguaci non resta che fuggire nel nuovo mondo, la colonia al di là dell’Atlantico dove tanti cristiani convertiti a una visione millenarista e puritana hanno trovato rifugio e nuovi adepti. Gli “shakers” sbarcano in New England nel 1774, alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza di George Washington e trovano a Niskayuna, nel futuro stato di New York, la terra promessa dove costruire le loro comunità rurali e dove uomini e donne sono finalmente uguali e in pace con tutti, a cominciare dai nativi americani.

Le scene in cui vengono costruiti gli edifici della nuova comunità richiamano alla memoria il film di Peter Weir Witness – Il testimone e in effetti gli Amish si possono considerare cugini di quell’antica setta con cui condividono alcune regole, astinenza a parte. Ma l’atmosfera di gioiosa partecipazione che comunicava quella pellicola, la tenerezza con cui Weir guardava quei sopravvissuti fuori dal tempo, non c’è nel lavoro di Mona Fastvold. Prevalgono sempre i toni opprimenti del dramma, l’ossessione dei gesti, un fervore religioso che rasenta il fanatismo. Il risultato è un film “selvaggio” (come proclama del resto la sua locandina) che travolge per la potenza visiva e musicale, ma è estenuante per lo spettatore che non riesce a rilassarsi neanche un momento.

Sembra che alla regista interessi enfatizzare, attraverso la storia di Ann Lee, solo una cosa: la retorica del sacrificio. Una strada su cui francamente è molto difficile seguirla.

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