Diario di una spettatrice
La storia non è un sogno
Il film della tedesca Mascha Schilinski, premiato a Cannes, è una riflessione (decisamente confusa) sul ruolo della donna nella Storia del Novecento
In die Sonne schauen: “Guardando il sole”. È il titolo originale del film tedesco vincitore del Premio della Giuria a Cannes ex equo con lo spagnolo Sirāt. In Italia si intitola Il suono di una caduta. È il secondo lungometraggio della quarantenne regista e sceneggiatrice tedesca Mascha Schilinski, praticamente sconosciuta fino a questo exploit. Sirāt è entrato nella cinquina per il miglior film internazionale, Il suono di una caduta non rappresenterà la Germania nella notte degli Oscar.
Dico subito cosa penso di questo film di due ore e mezza girato con il passo lento di una pellicola d’altri tempi, del tutto anomalo rispetto ai format dominanti del cinema contemporaneo, un unicum non privo di fascino che alcuni critici hanno associato al The Tree of Life di Terrence Malick: è un film pretenzioso, nel senso che pretende di rappresentare alcune grandi verità con la lettera maiuscola come la Storia, la Famiglia, la Morte, il Dolore, la Condizione della Donna. La regista deve aver pensato che sono verità talmente assolute da non richiedere lo sforzo di scrivere una sceneggiatura, che bastano le suggestioni oniriche generate dalla fotografia di suo marito Fabian Gamper, peraltro bravissimo a evocare emozioni, atmosfere, lutti, dolori e misteri familiari impastando luci e ombre come in una tavolozza fiamminga o semplicemente sfuocando l’inquadratura al momento giusto.
Da questa scelta della regia nasce una pellicola frammentaria molto più attenta all’estetica che ad approfondire il soggetto, un film che per 149 minuti incrocia piani temporali diversi seguendo una logica incomprensibile e sovrapponendo passato e presente per raccontare quattro generazioni di donne all’interno della stessa casa nell’arco di un secolo.
Una fattoria nell’Altmark, Germania del nord tra Berlino e Amburgo, nel secondo dopoguerra parte integrante della DDR. Le prime scene sono ambientate negli anni della Grande Guerra e hanno per protagonista lo sguardo di Alma, una bambina taciturna con le treccine bionde annodate strettissime e gli occhi spalancati su un mondo di lutti e di incomprensibile crudeltà. Intorno a lei si muovono la nonna, le sorelle, Madre onnipresente e sempre addolorata, zio Fritz vittima di un destino crudele e tutti i fantasmi dei morti, spesso bambini, che hanno vissuto prima di lei in quella grande casa.
L’inizio lascia presagire un racconto tra l’onirico e il fantastico (con qualche pennellata horror), una storia che mette al centro un’unità di luogo, la casa, e una riflessione dolorosa – ed è questo il vero soggetto della pellicola – sulla sorte sempre uguale delle donne sottomesse in famiglia, generazione dopo generazione.
Ma se questa è l’intenzione evidente e apprezzabile della regista, quasi subito la narrazione si ingarbuglia e i personaggi si affastellano nel susseguirsi delle generazioni che sembrano ricordare quel passato, sembrano ereditarne i destini, ma non c’è chiarezza nella relazione esistente tra le diverse protagoniste e tra gli accadimenti, spesso evocati in forma di visioni fulminee o déjà vu. Dopo la bambina Alma entrano in scena la ventenne Erika nel secondo dopoguerra, Angelika adolescente inquieta nella Germania Orientale, Lenka che vive nell’oggi, quando la fattoria è diventata una casa vacanze. Il filo che lega le vite di queste donne resta una traccia evanescente e lo spettatore si perde nel tentativo di afferrarlo.
Schilinski si propone di affrontare un tema importante e di grande attualità e lo fa con un linguaggio assolutamente originale che privilegia le immagini – spesso evocando gli interni della pittura fiamminga – e i suoni, o meglio l’eco dei suoni, rispetto alle parole – la musica interviene raramente e ci sono invece effetti sonori (sospiri, vento, tempesta, profondità d’acqua) che improvvisamente spezzano il silenzio e stabiliscono una cesura spazio-temporale che sembra travolgere gli stessi protagonisti.
Lo spettatore apprezza l’intenzione e anche la sperimentazione, ma è disorientato e ha l’impressione che la regista voglia soprattutto dimostrargli la sua bravura nel padroneggiare una tecnica narrativa tanto originale e complessa, senza ritenere necessaria alcuna spiegazione di cui invece si sente l’urgenza.
Alla fine il film non mantiene ciò che promette: troppi estetismi di maniera (c’è pure il formato quattro terzi) e troppa confusione nella sceneggiatura e nel montaggio penalizzano una pellicola che avrebbe potuto imprimere ben altro segno in chi l’ha vista.