A proposito di “Radura”
Gli anarchici e i coloni
Marta Cai, inseguendo il paesaggio dell'Altipiano Paranense, racconta l'avventura degli anarchici italiani che, approdati in Brasile, dovettero scontrarsi con il mondo dei coloni
È dal 2024 che la casa editrice mantovana Oligo propone, con la collana Ronzinante diretta da Marino Magliani, brevi incursioni d’autore nel racconto e nell’illustrazione dei luoghi. Siamo distanti qui dai luoghi del cuore da preservare nella retorica upper-class del Fai e dalle guide letterarie delle città. Mi sembra invece, in questa mescolanza di testo e immagini, non ricercate e raffinate, ma sincere (se non vere), che ci si muova lungo un percorso che, dal pretesto letterario, dall’odore di memoria, si inerpica in tappe spirituali. Che si passi cioè dal topos letterario, all’evocazione, consapevole o meno, del genius loci, per approdare all’ebraico makòm (מָקוֹם), che è, al tempo stesso, la parola “luogo” e uno dei 72 nomi di Dio.
Tra coloro che si sono cimentati in questo esperimento troviamo, tra gli altri, Dario Voltolini, Giorgio Vasta, lo stesso Magliani, Giorgia Tribuiani. La collana si arricchisce oggi di una nuova tappa: Radura di Marta Cai.
Marta Cai svolge le sue inquietudini tra la provincia granda piemontese e i lampi anima(li) del Brasile, arrovellandosi in un linguaggio prezioso e beffardo, erede di Gadda e Parise; un linguaggio che viaggia e scopre senza mai rivelare, ponendo sfide e suggerendo fantasmi a un lettore che ne sappia distillare le pagine, che ami la faraona dalla lunga cottura e i brasati al Barolo e che disdegni il precotto da Autogrill, l’amatricianozza da trattoria rasente i Musei Vaticani.
Sceglie, la Cai, per questa collana, di raccontarci la storia della colonia anarchica italiana di Cecilia, in Brasile, nel Secondo Altipiano Paranense. Affascinante la storia delle comunità anarchiche nelle Americhe, da quella degli scalpellini carraresi a Barre, nel Vermont (il cui cimitero ricordo illustrato in un prezioso reportage del compianto Diario della Settimana) a quella di Paterson, nel New Jersey, da cui partì Gaetano Bresci per vendicare le morti beccaie degli operai, massacrati dai mai troppo infami Savoia.
Inizia con una sfida definitoria il breve scritto di Cai: «Se l’esule, estromesso volente o nolente dalla propria esistenza formata e strutturata in un paese divenutogli nemico, si muoverà nella sua nuova dislocazione come un fantasma leggero, scosso dai brividi del suo passato e mosso dalla segreta speranza che questo torni emendato, l’immigrato proverà a incunearsi (…) con l’agilità e la testardaggine di un adolescente costretto a entrare in una partita al secondo tempo e deciso a guadagnarsi il riconoscimento dei compagni oltre al diritto di essere presente tra i presenti. Da parte sua, il colono o pioniere si configura in questo schema come un soggetto costantemente ghermito dalle allucinazioni e dalle illusioni: non è un fantasma, il suo passato si è perso tra nebbie preindividuali e ancestrali (…) e il suo presente semplicemente non esiste perché è circondato, o così crede, dal nulla assoluto che deve addomesticare per farne un “qualcosa”; è un’entità sbigottita dalla sua stessa reincarnazione, un neonato senza padre né madre e neppure se stesso, un mero emissario sacrificale del futuro. (…) In appena quattro anni (1890-1894) i membri della colonia Cecilia furono esuli, immigrati e pionieri senza ottenere successo in nessuno dei tre ruoli».
Quel che fa Cai è giustapporre la sua vita brasiliana alla storia dei coloni, la sua scoperta del Brasile all’avventura degli anarchici italiani, oscillando tra mucche di plastica e mucche devastatrici, tra condomini asfittici e gli archi delle palme e i candelabri delle araucaurie. E mentre la scrittrice spacchetta mozzarelle carioca, si snoda in contrappunto la storia di Giovanni Rossi, agronomo pisano, che «giunge alla conclusione che il grande flagello dell’umanità è l’istituzione famigliare, apparato radicale incistato nelle nostre carni e vera polla d’ingiustizia. Se non la si fa collassare perfino il ragionare socialista servirà soltanto a perpetrare l’inganno. Occorre estirpare se stessi, farsi tronco fluttuante, gettare inedite radici aeree». L’imperativo di Rossi è categorico, ha la potenza del lech lechà di Abramo: andarsene, bisogna, e fondare un nucleo di socialismo sperimentale, dove non vigano più le leggi borghesi, dove la proprietà e l’amore siano liberi e comuni.
Rossi e i suoi sbarcano in Brasile nell’inverno/estate 1890 e, approfittando dell’impulso neocolonialista della neonata Repubblica Brasiliana, che prevede e teorizza l’insediamento “bianco” su tutto il territorio, si inoltrano nelle arenarie paranensi alla ricerca del luogo d’impianto del kibbutz anarchico. Cai ne ripercorre i passi, rendendosi conto fin da subito, come in quei luoghi «possa nascere la tentazione di ricominciare da capo – stavolta con il piede giusto, in purezza! – e cadere preda di ansie millenaristiche e insaziabili smanie di conquista. La fame, ha scritto Clarice Lispector, è il carattere dominante della cultura brasiliana».
La fame. Fame di avventura? Fame di eguaglianza? Fame di libero amore?
La curva che descrive la storia di Cecilia è più una cuspide che una parabola o una gaussiana, più un tracciato cardiaco con saltuarie e incespicanti fibrillazioni che un trionfo effimero del sol dell’avvenire (il cui tramonto, ci ricorda Cai, dura meno del tempo di cottura di un uovo alla coque).
E anche l’esperimento sul libero amore, si traduce nella condivisione di una donna tra tre se non quattro uomini. E ben la rappresenta l’autrice nel suo collage, come una vagina tirata ai lati da cerotti di natura selvaggia.
Come la radura che è rimasta tra i monti a ricordare la colonia Cecilia, uno spazio lastricato di mosaici e proclami alla libertà, in mezzo ad araucarie centenarie e immemori.
Alla fine, è contato forse il percorso di Rossi e di Cai, e nostro appresso a loro. È contata la propagazione di una scintilla che ha scalfito la nostra arenaria indifferente.
«Di tanto in tanto occorre morire a se stessi, aprire e immediatamente richiudere sulla testa una parentesi che ci scandalizzi, che capovolga i parametri del giudizio, scambi i diritti e i doveri, e al primo accenno di mortifera calcificazione proseguire verso altri destini o restare in contemplazione inerziale della propria nudità, insomma commettere suicidi simbolici, rituali, ovviamente reversibili, del proprio io sociale, anch’esso simbolico e duro a morire. Per fare tutto questo e sostituire alla biografia la metamorfosi sono necessarie radure – fisiche, mentali – laboratori alchemici nel cuore del continuo. D’altronde, se un’utopia ambisce a rendersi effettiva e stabile si contraddice da sola, si riduce a ostinazione ideologica, a mummia feroce svuotata di vita e imbottita di procedure (il formalismo, il grande nemico del popolo); meglio giudicarne gli effetti (sotterranei, ricorrenti) sui singoli e la sua capacità telemicroscopica di rilevare in dettaglio i crateri sulle grandi superfici».
La fotografia accanto al titolo è di Marta Cai.