Marco Vitale
Testo a fronte/4

Un filo d’oro

«La veranda dopo la curva panoramica non esiste più. Poche insegne, ampolle ormai bruciate e róse dalla polvere restano incongrue; qualcuno bagna ancora le piante, randagi posano sulla ghiaia. Forse è meglio così...»

Con questo racconto inedito di Marco Vitale prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Un cœur simple, ma ti riferivi al racconto…? – Non terminò la frase. – Sì – risposi sottovoce – proprio a quello pensavo – e ne diedi conferma anche a me stesso con qualche esitazione. La nettezza del paradigma era fatta per intimidire e quelle tre parole, in clausola alla breve lirica che il professore aveva appena letto – lui che dell’eccelso Gustave era ermeneuta geloso – mi chiedevo se non le avessi scomodate a torto. Il professore non sembrò voler sapere altro. In fondo il “tu” a cui mi ero rivolto, nel giro di quei pochi versi, avrebbe potuto ben fregiarsi di quelle armi e ancora adesso fatico a pensarla diversamente.

Cosa ne so poi davvero, intanto che quel cœur simple insedia da anni in un ricovero della memoria, diventa però sempre più difficile da stabilire. I pochi che mi potrebbero soccorrere in questi tentativi di restauro non ci sono più e tuttavia sento ugualmente di poter dar corso a un dialogo, perché di questo dopo tutto si tratta.

Sono ormai molto antiche ma non le prime immagini che di Ninì ricordo, quelle di un nero che ne diceva lo strazio sordo e notturno, in anticipo doloroso di un vivir desviviéndose che ne avrebbe accompagnato il corso degli anni. Quel lutto, quei panni, quel rosa screpolato sui muri di una stanza in cui non entrava la luce – la luce splendida della città del Golfo – quelle imposte serrate sui palmizi del giardino per una specie di illusione dello sguardo sembravano essere sempre stati, fin dal principio. Ma si trattava appunto di un’illusione. Si era ben dato un passo fiducioso, leggero come un abito a fiori che increspi ai primi aliti della controra, un nucleo segreto che sopravvisse fino alla fine.

Sono dunque a vedermela con una sottile elegia di cui dovrei diffidare, e nondimeno alimento di immagini come ho sempre fatto. Ninì nel suo vestito nero, nel suo rifiuto della luce che venne a fine in un compendio di anni.

La veranda dopo la curva panoramica non esiste più. Poche insegne, ampolle ormai bruciate e róse dalla polvere restano incongrue; qualcuno bagna ancora le piante, randagi posano sulla ghiaia. Forse è meglio così. In un silenzio quale appare, mentre la luce meridiana si apre varchi nella vegetazione, qualche parola può ritrovare la via di ritorno, un alveo da poterla nuovamente udire.

Erano tutti lì, non so bene in quale anno, in un mattino che inclinava all’estate. A metà del secolo trascorso le ferite della città sembravano medicate in quel transito di stagione, la guerra uno sfocato tratto di miserie, lo sposo un uomo maturo e gioviale. Ninì era raggiante.

Poi, racconto quante volte ascoltato, partirono per un lungo viaggio a bordo di una piccola utilitaria che lasciò amici e parenti stupefatti. Si fermarono dapprima a Firenze, dove Peppino volle rivedere la Scuola di sanità militare da cui era uscito nel ’36 con la nomina in Africa Orientale, preso nei lacci inevitabili di una lunga ferma di cui non si è salvato ricordo. Aveva fatto ritorno in Italia solo ai primi del ‘40, quando venne di nuovo richiamato per operare su un treno ospedale; poi, dopo l’8 settembre, nell’improbabile esercito del Sud, si era unito agli Alleati fino a Rimini, dove prestò servizio nell’ambulatorio di un campo di raccolta. Ma l’ordine degli accadimenti non sono sicuro che sia questo, forse il treno ospedale dev’essere stato con gli Alleati verso la fine della guerra e sul campo di raccolta dovremo tornare. Ma intanto che tipo d’uomo era quel cinquantenne robusto, scuro folto di capelli e di piglio cordiale che parcheggiava la sua seicento in piazza della Signoria e illustrava alla ragazza emozionata i monumenti di una città che vedeva per la prima volta? Fra i due correvano quasi vent’anni.

Ebbe inizio così quel lunghissimo viaggio che portò entrambi tappa dopo tappa per le strade di un’Europa ancora dolente di rovine. Fecero presto perdere le loro tracce, tra notizie rare e laconiche, mentre davano fondo al loro francese maccheronico sotto i bei cieli di un Hexagone che risalirono lentamente e con metodo per giungere alle sponde del Reno dove certamente traghettarono, spingendosi più a Nord. Fino ad Heidelberg, a Colonia? Non ne sono sicuro. O piegarono invece verso la Baviera e l’Austria, per rientrare poi attraverso il Brennero? Ecco, sì, mi pare che l’itinerario fu questo, fiorito di innumerevoli deviazioni e piccole scoperte. Finirono anche i soldi, ma continuarono a girare con uno spirito di adattamento e un’allegria insospettabili, come due picari. Peppino si faceva la barba canticchiando alle fontanelle dei paesi in cui sostavano – l’iconografia è ancora neorealista – e quando tornò alla fine del viaggio – erano passati ormai tre mesi – aveva un solo paio di pantaloni assicurati in vita con uno spago e rattoppati alla buona. Si rivestì senza pensarci troppo, prima di riprendere la professione; Ninì lo aspettava nel loro appartamento pieno di sole nel cuore antico della città, in un tempo benedetto che faceva tutt’uno con quella luce. La leggenda di lui, che finì presto con un tragico incidente stradale, lo vuole cuoco magnifico e generoso, più che luminare della medicina, uomo di pastosa cordialità, il cui fare scanzonato mi offre perfino qualche ricordo confuso al quale tuttavia non so bene se credere. Che avesse ritrovato un suo centro, dopo l’extravaganza di quel viaggio, mi sembra però di averlo capito ed è in fondo quanto Ninì, a distanza di tanto tempo, mi lasciò intendere.

Dico un suo centro, ma dovrei piuttosto parlare di fiducia, come una decina di anni prima sembrava invece averlo abbandonato per sempre. Ed è giusto il momento di tornare all’ambulatorio del campo di raccolta di Rimini, tra militari e civili sotto custodia alleata, nell’attesa che il conflitto finisse con l’imminente liberazione delle città del Nord. Peppino vi aveva finito per conoscere una giovane internata tedesca, un’infermiera – così nella vita civile – che era lì adesso a prestare il suo aiuto tra le corsie e operava con lui fianco a fianco. Si innamorarono come in un classico romanzo di guerra e decisero di andare a vivere insieme quando la pace, o quanto più le assomigliasse, fosse tornata ad affacciarsi su tante distruzioni: una scelta che non si presentava senza difficoltà, anzi ne era irta. Per prima cosa la ragazza, sposata con un soldato, avrebbe dovuto ritrovare il marito di cui non aveva notizie da molti mesi e andar incontro a un viaggio lungo e disagevole sulla via di casa per chiarire con lui, sempre che fosse ancora vivo. In quel frattempo si sarebbero scritti e, pare incredibile, affidati a non si sa quali poste allora che Peppino, tornato anche lui a casa, provava almeno il sollievo di levarsi la divisa, dopo quel tempo infinito di continuo servizio.

Fatico a pensare a quella grande città occupata in cui tutto era in vendita, e allo sforzo di un ragazzo giunto ormai alla trentina per immaginare un presente accettabile, quando la dismisura delle cose accadute gli aveva sottratto forse ogni spensieratezza insieme agli anni detti migliori. Il grigiore dei giorni, tuttoché spacciati per oro della città, e quell’attesa di lettere che non arrivavano – perché le lettere presero a non arrivare – non potevano disporlo al meglio. Lui riandava carta e penna, ma non trovava risposta e metteva quel silenzio in conto a un’Europa senza più ponti e vie ferrate, nell’alea inevitabile di ogni contatto.

Impiegò qualche anno a capire che le lettere della ragazza non sarebbero mai arrivate e lentamente inclinò alla prosa che gli toccava. Qualche tempo ancora, la professione ormai avviata, fu perfino sul punto di sposarsi. La giovane promessa, che riscuoteva la simpatia della futura famiglia, sembrava proprio il tassello giusto perché le cose si incamminassero per i sentieri più acconci. Non avesse commesso un errore! Un errore marchiano, imperdonabile, che doveva perderla. Gli rivelò candidamente, alla vigilia dalle nozze, quanto non era nei voti che sapesse. Avrebbe dovuto infatti rimanere per sempre all’oscuro il “povero Peppino” – così lo sentii sempre nominare – che mentre un tempo scriveva e attendeva risposta una lettera era pur giunta per lui dall’anno zero della Germania. La vecchia madre l’aveva però intercettata e si era accordata con il postino affinché ogni comunicazione venisse recapitata a lei direttamente. Fu così che le successive lettere della ragazza andarono distrutte insieme a quell’amore nato tra le rovine.

Ninì mi raccontò che la rabbia di Peppino nell’apprendere quell’enormità era stata incontenibile. Per prima cosa mandò a monte il matrimonio con la giovane sconsiderata, non la volle più vedere e si ripromise quindi di non aver più nulla a che fare con le donne, stabilendo proposito di dedicarsi ormai solo ai suoi pazienti. Quel raggiro non ammetteva remissione.

Non ho mai chiesto invece a Ninì come in seguito si fossero conosciuti, e a quali considerazioni Peppino sia stato poi portato; fatto sta che cambiò idea e prese infine posto davanti a un altare con il vestito buono nella piena consapevolezza, devo immaginare, di quanto stava facendo.

Fu una liberazione quel viaggio zingaresco in giro per l’Europa? Uno sberleffo a tanta stupidità e indecenza familiare, all’aria asfittica del pregiudizio? Un abbandono a una felicità insperata nel timore che avesse, come purtroppo ebbe, troppo breve corso?

Per Ninì fu un filo d’oro che la accompagnò per sempre.

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