Paolo Puppa
Una storia scolastica

L’insegnante di religione

«Sandro sembrava voler fare una strage, aveva dichiarato un’altra bidella, tutta eccitata, felice di apparire anche lei nel telegiornale, probabilmente non solo locale, al giornalista del “Gazzettino”...»

A cinquantaquattro anni si considerava di fatto una nonna virtuale (i due figli parevano poco propensi a riprodursi), con spessi occhiali da vista e un perenne mal di schiena, causata da un’ernia cui era condannata.  Lontana da lei, l’idea di poter suscitare ancora sentimenti tanto profondi e violenti. Nelle foto, anche nell’ultima dell’articolo sull’aggressione, veniva fuori bene, ma al risveglio, senza trucco, era tutt’altra persona. Una lucida follia, hanno intitolato negli articoli il gesto del bidello. L’avrebbe fatto dalle scale che portavano alla segreteria, nel primo piano. E proprio dentro la sua scuola, con i ragazzi corsi fuori dalle aule alle grida selvagge. Poche settimane prima, con annessa visita all’Accademia, a onorare il ciclo fiabesco del Carpaccio, lei aveva spiegato la storia di Sant’Orsola. Insegnava religione o meglio storia delle religioni, per abituare le classi alla tolleranza e al rispetto tra le differenze. Ma parevano poco interessati, gli studenti. Specie le ragazze. Sempre intente con i cellulari, a mandarsi, da sotto il banco, i loro messaggini. In precedenza, aveva mostrato il film su Maria Goretti. Quello le aveva colpite, specie la scena in cui il grosso contadino tiene in mano il coltello e si avvicina alla futura santa che sorride con gli occhi umidi di pianto trattenuto.  Ma hanno commentato, per provocarla durante il dibattito che ne era seguito, se non era meglio cedere a quella proposta, e salvarsi la pelle. “Ha senso morire per restare vergine, professoressa?”.  Evidente la malizia. Ridevano di gusto ma si vedeva bene che erano turbate. Di fatto, lei cercava di collegare la storia di Sant’Orsola alla Goretti, in un orizzonte di femminicidio. In qualche modo, si trattava di lezioni di educazione sessuale, in anticipo sui tempi.  Da un po’ di tempo però la Rossi, collega di matematica, la prendeva in giro: “Non te la farai mica col bidello?”.  Perché gli altri si erano già accorti in qualche modo degli sguardi saettanti da parte dell’uomo, Sandro Sperduti, e gliel’avevano fatto notare. Lui aveva sessantaquattro anni, ma ne dimostrava qualcuno di meno, per la prestanza fisica.  Era da anni separato e viveva con un figlio, fruttivendolo. Qualcuno mormorava che l’avessero ricoverato in passato con un TSO per acute crisi depressive. Lui di solito se ne stava sempre cupo, chiuso nei propri umori. Inevitabile pertanto che alle sue spalle si sparlasse di lui come di un matto. Tanto più che scriveva poesie pubblicandole a sue spese presso piccoli stampatori.  Commenti malevoli in sua assenza però, in quanto era alto e grosso, un barbone da profeta, e un’espressione davvero torva nel volto. Le copie di poche pagine le donava ai docenti, ed era consigliabile accettarle, dato il brontolio minaccioso con cui le porgeva.  Solo con lei si tratteneva al bar, durante gli intervalli. Le portava in classe i libri pesanti e se non aveva lezione si offriva di tenerle compagnia leggendole frammenti delle sue composizioni. Lei le ascoltava con attenzione, celando noia e imbarazzo. In alcune poesiole, il motivo al centro era l’amore tardivo e lui balbettava mentre pronunciava le proprie parole. Era un affetto nervoso quello che emanava dall’uomo, mentre aumentavano i tentativi pressanti di contatto. La chiamava a volte per nome, le dava del tu, e lei rispondeva col lei e un rigoroso “Caro Signor Sperduti”.   Sì, lei provava una grande pietà per la persona, e ne era scaldata tutta. E in più, non poteva negarlo, era per certi aspetti lusingata da quell’omone romantico e selvaggio. Il marito, per quanto devoto, mai si era spinto a dedicarle dei versi. A quel punto non solo la Rossi, ma in pratica tutti i docenti e anche qualche studentessa tra le più mature, la pregavano di tenersi alla larga da quel tipo, se non voleva finire magari da capro espiatorio in tante pericolose eccentricità. Anche la dirigente l’aveva convocata in presidenza. Un giorno di caldo insopportabile, mentre lei stava uscendo di corsa per non perdere il vaporetto vicino, la camicetta aperta un po’ troppo per respirare, Sandro l’aveva fermata sui gradini dell’ingresso. La invitava perentorio a cena una sera che le andava. Lei, inghiottendo a fatica la saliva, stanca delle quattro ore di lezioni, più una di supplenza, con tono addolorato e un sorriso visibilmente falso, lo informava che aveva un marito e due figli a casa e che a fine giornata era troppo impegnata in famiglia.  Sandro stava spesso assente, e quello era il suo ultimo anno in quanto prima di andare in pensione. Questa la ragione per cui lei accettava di scambiare con lui opinioni sul mondo, su Dio, sui supermercati, sugli studenti d’oggi, mentre camminavano su e giù nel giardino, approfittando delle pause tra una lezione e l’altra. E soprattutto discorrevano di poesia e di amore. Lui ogni tanto la fissava avvampando, mentre lei si chinava a strappare erbe matte dalle siepi, Ancora pochi mesi e insomma il Signor Sperduti avrebbe lasciato la scuola. Ma dal giorno dell’invito rifiutato s’era fatto più incalzante e un pomeriggio di scrutini lei se l’era trovato nell’antibagno mentre puliva gli specchi, e non appena lui si era accorto del suo ingresso subito l’aveva avvertita che non poteva finire così. Se lui andava in pensione, lei non doveva temere di essere dimenticata. Anzi, e s’era avvicinato ansando. Il suo, era amore. Così ha sibilato. Una vera passione. Lei non doveva badare alla differenza di età (lui era un uomo completo, più di tanti docenti impotenti) e al suo basso rango. Perché poi era un poeta e lei lo sapeva. In quello stesso momento, era stato interrotto da una donna delle pulizie, Laila, gran fumatrice. Allora Sandro era scappato via, con lo straccio in mano. Lei non aveva avvertito nessuno, e per l’ennesima volta aveva taciuto l’episodio sperando che quel capriccio svaporasse presto. Ma, solo due giorni dopo, la situazione era precipitata, alla lettera.  Sandro sembrava voler fare una strage, aveva dichiarato un’altra bidella, tutta eccitata, felice di apparire anche lei nel telegiornale, probabilmente non solo locale, al giornalista del «Gazzettino». L’avevano afferrato in quattro, compreso un maturando che faceva lotta greco-romana da professionista, e a fatica l’avevano atterrato, anche se non cessava di   dimenarsi come un invasato. Avevano chiamato i carabinieri sperando che quell’incubo finisse presto. Lei intanto se ne stava immobile, a piano terra, sul pavimento di marmo, vicino al tavolino con le orchidee rimasto per miracolo intatto. Il volo era stato sconvolgente per i testimoni. Qualcuno aveva sentito l’uomo proporre un tranquillo tè pomeridiano, verso il tramonto, tra lui, la prof e la famiglia intera di quest’ultima. Pretendeva solo un confronto civile in cui analizzare varie ipotesi. Poi Sandro, senza alcuna parola di lei che l’avesse offeso, all’improvviso l’aveva sollevata, neanche fosse una piuma, e scagliata giù, bestemmiando in maniera orribile. Per fortuna non erano alti. Qualcuno degli dei che lei presentava nella sua densa didattica, un Dio veterotestamentario autorevole o un egizio dedito a incesti, o qualche Budda o qualche Vishnu di turno, aveva stabilito che l’orrore avvenisse al primo piano.  Al commissariato, lui aveva comunque ammesso di essere indignato davanti alla indifferenza della donna, in quanto quella, dopo averlo illuso con tanta gentilezza, tutt’a un tratto non intendeva ricambiare più il suo sentimento. Soprattutto era stata la sua freddezza ad esasperarlo. Perché alle sue occhiate infuocate quando la incrociava nei corridoi, lei rispondeva convinta. E la prof amava parlare con lui, adorava i suoi versi, e dunque? Tutti potevano confermarlo.  Ebbene, trasportata in ospedale d’urgenza, l’Insegnante di religione era rimasta in coma per una intera settimana. Poi, senza uscire dalla “prognosi riservata”, giaceva tutta intubata in uno stato di semicoscienza nella sala di rianimazione. Era rotta dappertutto. Non poteva sentire di conseguenza i pianti disperati di alcune studentesse, in fila disciplinata al di là della vetrata, a contemplare l’ammasso di macchinari, tubi e piccoli schermi in cui lei si era trasformata. Ormai, però, quasi tutti la credevano destinata a morire. Non mancavano osservazioni severe, rilasciate a bassa voce da alcuni colleghi fieri di averla invano ammonita a tenere le distanze. La docente di chimica, in particolare, moglie di un autorevole Presidente di consorzio, ripeteva a una collega di un altro Istituto che l’aveva accompagnata in visita (voleva sempre qualcuno con sé nei contesti tragici, si giustificava): “Ma non si può, non si può con un bidello. Il marito è un bravo dottore, mi risulta. Anche se non specialista”.  Ogni discorso nondimeno terminava in una frase che pareva dettata ai giornali: lei non si meritava un trattamento del genere, quale ricompensa per la sua natura tanto soave e alla mano, da vera cattolica coerente, anche se forse non praticante, piena di un amore infinito per il prossimo. Qualcuno, sprovveduto, declinava i verbi all’imperfetto decantandone le lodi, e lo faceva proprio davanti al marito, appunto medico, e a due ragazzi tontoloni, in pieno sviluppo, tutti e tre mal rasati, stralunati e travolti dall’affanno, seduti senza forze sui divanetti davanti alla rianimazione. La dirigente scolastica nel frattempo aveva richiesto ufficialmente al Provveditore l’invio immediato di uno psicologo per approfondire la strana vicenda e tutelare i ragazzi. Guai se l’ombra dello scandalo sfiorava la sua scuola prestigiosa, mai caduta nella cronaca dei giornali se non per le notizie riguardo alle medie altissime dei maturandi.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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