Romana Petri a “Pistoia che legge e che scrive”
L’infanzia, Pinocchio e il Piccolo principe
La scrittrice, vincitrice del “Ceppo Pistoia Capitale del Racconto”, ha tenuto nei giorni scorsi una conferenza sulla relazione di Flannery O’Connor con l’eroe di Collodi – che non le piaceva – e con quello di Saint-Exupéry, a cui andavano le sue preferenze. Un’idea opposta dell’“età felice”, che l’autrice ha attraversato con il peso della perdita
Ieri 28 marzo, Romana Petri ha tenuto a Pescia, alla Fondazione Poma, la conferenza Pinocchio: tra Flannery O’Connor e Antoine de Saint-Exupéry. L’evento si è svolto nell’ambito della manifestazione “Pistoia che legge e che scrive” curata da Paolo Fabrizio Iacuzzi e Walter Tripli, e in particolare del Premio Ceppo Giovani e del Premio Ceppo Ragazzi (presidente lo stesso Iacuzzi). La scrittrice, vincitrice del Premio Ceppo Pistoia Capitale del Racconto, ha ricevuto il premio a Pistoia alla Libreria Lo Spazio, dove ha presentato il suo nuovo romanzo Distanza di sicurezza edito da Neri Pozza. (Info www.premioceppo.it – info@premioceppo.it). Per gentile concessione dell’autrice e del Premio Letterario Internazionale Ceppo pubblichiamo il testo della conferenza.
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Flannery O’Connor non ha amato il Pinocchio di Collodi. Anzi, lo ha definito addirittura un brutto libro. Naturalmente non si riferiva alla lingua usata, poiché non conosceva l’italiano, bensì ai contenuti. Sicuramente, ma non se ne trova traccia nelle sue biografie, avrà amato Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, che dell’infanzia fa una specie di età dell’oro umana.
Lei stessa ha detto che, una volta superato quel periodo della vita, tutto il resto è ben povera cosa. Infatti, nel Pinocchio è chiara l’idea che, se il burattino imparerà a comportarsi bene, avrà l’opportunità di diventare “un bambino vero”. Il che significa anche crescere e diventare un adulto. Cosa che lo scrittore francese aborriva più di ogni altra, e per questa ragione scrisse quell’indecifrabile e meravigliosa fiaba sul rifiuto, talmente deciso, a non abbandonare l’infanzia che alla fine il piccolo bambino dai capelli dorati si farà mordere da un serpente e morirà. L’incredibile è che, in genere, il lettore non se ne accorge. Il bimbetto, in quel modo, torna nel suo tanto amato pianeta. Ma quale pianeta se, quando era lì, era obbligato a estirpare tutte le radici di baobab che avrebbero fatto esplodere il suo piccolo mondo di pace? Quale pianeta, se lì c’era una Rosa freddolosa e dai bronchi fragili che lui di notte riparava dai venti? È evidente che quel pianeta è scomparso, polverizzato. E che il bambino ha preferito morire (suicidarsi), piuttosto che restare su questa Terra dove avrebbe dovuto, per forza, crescere. Diventare un altro. E forse, cosa inimmaginabile, dimenticare almeno in parte il bambino che era stato.
È molto significativo che, quando Flannery O’Connor si ricovera per l’ultima volta in ospedale per operarsi di un tumore così grande che scrive a un’amica «O tolgono lui o tolgono me», il libro che si porta, senza avere la possibilità di sfogliarlo nemmeno una volta, sarà Il tamburo di latta di Günter Grass. Narra la storia di Oskar Matzerath che nel 1924, a Danzica, decide a tre anni di non crescere più come protesta contro la società ipocrita e nazista: con sé porta il tamburo di latta, il giocattolo ricevuto in regalo per i suoi tre anni, e che nel corso degli anni sostituirà con altri, dato che per protesta li suona con tanto vigore da romperli. E la decisione di non crescere è così vera, intensa e ostinata che Oskar conserverà per sempre la statura di quando aveva tre anni, trasformandosi agli occhi del mondo in un nano. Questo bambino decide di fermare la sua crescita per non diventare un normale e disgustoso adulto. Insomma, il Male.
Nel Pinocchio di Collodi, Flannery O’Connor (nella foto) vede anche un tipo di educazione, da parte di Geppetto e soprattutto della Fata Turchina, basata sui sensi di colpa. Pinocchio cerca di resistere ma, quando sembra che si sia convinto a crescere, si lascia sedurre da Lucignolo e con lui parte per il Paese dei Balocchi. Purtroppo sappiamo bene che fine farà in quella fiera del bengodi! E sappiamo anche che, per aver disobbedito alla Fatina, quest’ultima si fingerà morta, facendogli trovare lungo la strada la sua tomba con su scritto: «Qui giace la bambina dai capelli turchini morta di dolore per essere stata abbandonata dal suo fratellino Pinocchio». Si educa dunque fingendo una morte, si educa all’idea che quando facciamo qualcosa di testa nostra finiamo per far soffrire gli altri. La bellissima storia di Pinocchio è infarcita di questi insegnamenti violenti e spaventosi. Per non parlare dell’inganno del Gatto e la Volpe, che finiscono addirittura per impiccarlo. Peccato che lui non si renda conto che, in quanto burattino, quella corda intorno al collo non può fargli nessun male. Griderà invece il nome della Fatina, affinché lo aiuti anche se ha sbagliato. Perché in fondo, al dunque, tra il babbo, il saccente Grillo parlante, Mangiafuoco e la Fatina, Pinocchio si convince davvero che l’età spensierata della fanciullezza è un male del quale liberarsi il prima possibile.
L’unico che, seppur amandolo in modo ottocentesco (e sappiamo tutti cosa vuol dire), lo ama davvero è il povero babbo Geppetto, che si vende la giacca per comprargli l’abbecedario, dicendogli che se l’era venduta perché aveva caldo, e che pur di ritrovare quel discolo di figlio va per mare e finisce nella pancia del pescecane. Anche quella del tonno salvatore è una bellissima immagine ma, in ogni caso, lo salva per consegnarlo alla vita adulta. Secondo Flannery il finale più giusto sarebbe stato quello di restare con l’amato babbo nel ventre di quel pescecane dove non mancava il mangiare e dove sì, il tempo si sarebbe fermato nel periodo più bello per ognuno di noi. Certo, sappiamo che l’infanzia è anche carica di grandi dolori. Ma quando li vediamo realmente grandi? Solo quando diventiamo adulti. Con il distaccato occhio critico di chi è cresciuto. Restare nell’infanzia, per evitare ogni dolore (e certamente Flannery O’Connor si riferiva alla mai superata morte di suo padre Edward), sarebbe uno dei più grandi privilegi. Crescere, invece, significa capire che anche quel mondo non era stato poi così dorato come avevamo creduto. E questa è una scoperta terribile, perché allora tutto viene ribaltato. Quand’è che siamo stati felici? Che la risposta sia “mai”? È un “mai” che crea una bella turbolenza dalla quale non c’è riparo. Bisogna essere bambini per credere nel porto sicuro dell’infanzia, nel suo amorevole abbraccio.
Del resto, ne Il piccolo principe, il bambino che si accinge consapevolmente ad abbandonare l’infanzia, come abbiamo già detto si suicida facendosi volontariamente mordere dal serpente. Preferisce non esserci più che non poter tornare nel suo amato pianeta (appunto il pianeta infanzia) ormai spazzato via dal tempo, durante il quale ne è rimasto lontano. Come facciamo a non accorgerci del tempo che passa? Com’è possibile che da un momento all’altro da bambini diventiamo quegli infelici, problematici adolescenti che si trascineranno dietro la fanciullezza (vecchio e inservibile pupazzo) fino alla vecchiaia?
Si dice che anche Antoine de Saint-Exupéry (nella foto) non sia scomparso quel giorno di luglio abbattuto da un aereo tedesco. È la versione ufficiale, è vero. Ma è anche vero che quello sarebbe stato il suo ultimo volo. Prima che decollasse gli avevano detto: «Saint-Ex, sei diventato troppo vecchio per questo mestiere. È l’ultima volta che voli. Mettitelo bene in testa». E dunque, come essere certi che uno come lui, legato al giardino di quando era bambino, alla voce di sua madre che riusciva a sentire anche attraverso il solo pensiero, non abbia preferito inabissarsi nelle acque del mare piuttosto che dire definitivamente addio a quel piccolo Re Sole che si era sempre sforzato di restare? Flannery O’Connor, all’età di quindici anni, aveva visto morire l’amatissimo padre, talmente amato che la sua morte l’aveva commentata con un «Non ne parlerò mai con nessuno. Nemmeno con mia madre. Resterà nel silenzio che custodisco in me». Di certo, quella morte l’ha messa di fronte alla dolorosa realtà della vita. A cosa serve crescere se poi si vede morire il proprio padre?
Sappiamo che non ha amato Pinocchio. Eppure io sono sicura che, almeno per un istante, abbia consuonato con quel maldestro burattino. La scena è questa. E se chiudiamo gli occhi riuscivamo a vederla meglio con quei famosi occhi radice di cui parlava la scrittrice. E allora diventiamo quel burattino che corre sul molo davanti a un mare in tempesta. Vediamo i marosi, sentiamo sulla pelle quella brezza tempestata di mille, invisibili e umide bollicine. Sentiamo il vento forte tra i capelli. Riusciamoci, anche se siamo solo dei burattini con una capigliatura scolpita nel legno. E poi vediamo quella minuscola barca, con dentro un vecchio che rema, e subito si capovolge. E mettiamoci non nei panni ma nel cuore grande di quel Pinocchio burattino/bambino e vediamolo nel momento in cui, di fronte a tutti gli astanti, grida «Voglio salvare il mio babbo!» e, ignaro del pericolo e della paura, si getta catastroficamente in mare.
Non ne abbiamo certezza ma mi sento di dire che, in quel momento, Flannery O’Connor ha provato un moto feroce dentro di lei. Feroce e indimenticabile.
Nell’immagine vicino al titolo: Pinocchio sul colombo, Venturino Venturi, 1986