Una storia teatrale
Inversioni
«Poi, una sera, a teatro ha visto la grande attrice inchinarsi alla fine all’applauso infinito della sala. Lui stava in prima fila. Voleva gustarsi da vicino quella creatura dai grandi occhi vincenti e imperiosi...»
Alle nascite, ai battesimi, in mezzo alla gente trafelata nello scambio di felicitazioni, a gara nel ribadire auguri euforici, ostentava sgomento. Un altro infelice, sospirava a voce alta suscitando incredulità davanti a simili provocazioni! Ai funerali, al contrario, sorrideva e gli veniva quasi l’impulso ad aprire la bara per abbracciare la salma esposta, a congratularsi per la fortuna. Dove stava andando, il morto? Lui non lo sapeva, non poteva saperlo. In compenso, sapeva anche troppo bene da dove se ne andava via. In una parola, dall’orrore della vita.
Lo stesso poteva dirsi riguardo alla relazione tra matrimoni e divorzi. Ai secondi, se mai avessero organizzato cerimonie per sancire la fine del rapporto, si sarebbe presentato giulivo, a congratularsi con i partner decisi a lasciarsi. Bisognava celebrare in qualche modo la riassaporata libertà. Mai una volta, viceversa, che lo si vedesse alle abbuffate matrimoniali, ovvero in chiesa o in municipio e poi al ristorante, dove gli amici pretendevano di essere invitati anche per giustificare le spese dei regali. Si rifiutava di seguire i genitori, in quei casi. Vederli dare gli ultimi tocchi alla loro immagine, contendersi il grande specchio del bagno, era troppo per i suoi nervi fragili. Che senso aveva promettersi davanti al prete o al sindaco di vivere insieme tutta l’esistenza, almeno sulla carta, con un estraneo/a al fianco che ti condiziona anche in camera da letto, negli sfiati e nella pretesa di tenere accesa la lampada sul proprio comodino? Lo spiegava a quei due che si guardavano sbalorditi da tanta sfrontatezza. Quasi impauriti di aver davanti un figlio mostro, come sua madre ormai lo definiva sfogandosi con gli zii ricchi. La condivisione del bagno, soprattutto, lo esasperava, ma al di là dei pudori che da sempre lo agitavano, era appunto la falsità clamorosa dell’istituzione a indignarlo. Trovava che non se ne parlasse a sufficienza. Opera della Chiesa e dei negozi che vendono abiti di nozze. Questo, aveva precisato al padre spaventato, in quanto consapevole di essere incapace di tener testa a un ragazzo “tanto geniale”, come rivelava ai colleghi in banca.
Poi, una sera, a teatro ha visto la grande attrice inchinarsi alla fine all’applauso infinito della sala. Lui stava in prima fila. Voleva gustarsi da vicino quella creatura dai grandi occhi vincenti e imperiosi, dalla voce soave, solo qualche fragilità negli acuti durante i momenti drammatici. Si diceva, del resto, in platea che stesse per varcare la soglia dei novant’anni. Per molti, tra gli anziani del pubblico, costituiva una formidabile riduzione della paura della morte e un invito alla fiducia verso l’esistenza. Per altri, occasione di curiosità macabra a vederla magari schiattare in scena. Lui no, la seguiva turbato in tutti i passaggi del monologo tratto da Joyce, che si era riletto prima, per seguirne meglio l’adattamento. Era quella l’ultima replica dello spettacolo. La donna portava in testa una parrucca bionda, e non faceva nulla per nascondere il fatto che si trattava di una ulteriore finzione. Cosa c’era di sotto? Una testa pelata? Questo, il ragazzo si chiedeva. Ma quando era disceso in camerino a salutarla per congratularsi, in coda alle tante persone che affollavano il corridoio male illuminato dietro il palcoscenico, al di là di una cigolante e mal sicura scaletta (un vero rischio quei gradini per la Signora), si era ripromesso, venuto il suo turno di dirle qualcosa di eccentrico che l’avrebbe di certo colpita e soggiogata. Sapeva farsi notare, lui, se solo voleva. Lì c’era pane per i suoi bei denti bianchi di maturando al liceo classico, destinato ad una votazione clamorosa, volàno per la sua iscrizione alla Normale di Pisa dove la sua bravura avrebbe trovato terreno adatto per coltivarsi tra simili e non tra i bifolchi grossolani della Terza C. E quella Signora avrebbe compreso e sorriso affascinata. E chissà.
Una segretaria, annoiata e infastidita dalle tante manifestazioni di ammirazioni e dalla richiesta assillante di autografi, oltre a ricordare all’Attrice padrona che la penna era sua e che al ristorante vicino avevano dato un tempo limite oltre al quale avrebbe trovato solo piatti freddi, lo stava squadrando con commiserazione. Era infatti l’ultimo della fila e forse avrebbe trovata la porticina sbarrata, una volta arrivato il suo turno. Una leggera peluria sotto il naso la rendeva più autorevole, mentre si sporgeva sulle poche creature rimaste: “Dai, cari, la Signora è stanca. Sarà per la prossima volta”. Lui pertanto era condannato a restare fuori assieme a due insignificanti signore, grasse e avvoltolate in pellicce ingombranti dal fastidioso profumo. Sì, la porticina si era richiusa, e la donna batteva le mani imperterrita, borbottando: “Su, su, che sarà mai? La vedrete in televisione tra un mese. Un programma tutto suo, Posta con gli spettatori. Tranquilli, sciò, sciò”. Così, quelle parole avevano convinto la coppia di pellicce di visone, ma non lui che se ne era rimasto imperterrito al buio. Quando la segretaria era sgusciata dentro, aveva così bussato con pochi tocchi che voleva rendere decisivi, al che da dentro s’era levata la voce benedetta a lamentarsi esausta: “Che c’è ancora? Non è finito questo strazio?”. La porta poco dopo si era dischiusa, con una luce abbagliante che invadeva l’angolo in cui come una belva lui se ne stava acquattato. Poi, allargando le labbra a cuore e raschiandosi la gola (opera anche di una provvidenziale caramella al miele appena ingoiata) aveva esclamato: “Non credo che sarò io il suo strazio. Non credo proprio”, quasi fosse un seduttore nato, a diciott’anni non ancora compiuti, lui che non conosceva ragazze, mentre la Signora era vicina alla soglia della gioia, secondo le sue teorie bislacche, a detta dei genitori lusingati appunto per tanto figlio (unico). Subito gli occhi, da dentro, si erano accesi, e in un istante la parrucca bionda era stata rimessa sul capo, come fosse di nuovo in scena. Lui non era riuscito a capire cosa ci fosse sotto, ma che importa? La recita, in qualche modo, continuava per lui, da lui ovviamente ricambiata. Quindi si era sentito stringere il polso da una stretta decisa, e dita adunche gli serravano il polso fino a fargli male. E la voce, quella voce di sirena, come un faro si era diretta verso di lui: “Cicci, vattene in albergo. Il giovanotto mi farà compagnia al ristorante. Guarda che spalle!”, e lui perplesso all’improvviso aveva mosso il capo goffamente, a esprimere un vago consenso. Si era sentito trascinare via dalla Signora che tenendolo per un braccio aveva salito baldanzosa i gradini, a ostentare sicurezza, e poi fuori, nel freddo gelido della salizzada, con i negozi tutti spenti. Solo un lampione lottava con la nebbia. Il ristorante era comunque vicino, e lui soffriva la presa della donna che pareva non dargli tregua. Fatsidio anche per l’erezione che quella stretta gli provocava. Vuoto intorno, tranne una coppia in fondo che beveva lentamente del vino, assaporandolo. Due camerieri ossequiosi, tutto un inchino e un complimento, avevano scortato la Signora al suo tavolo abituale, vicino alla grande finestra, nella saletta appartata, fuori da sguardi malevoli o dal fastidio degli ammiratori. “Tu cosa prendi? “, gli aveva chiesto. Lui era a digiuno in pratica dalla sera prima, una voglia tremenda di afferrare subito il pane che troneggiava nel vassoietto, o almeno i lunghi grissini che sporgevano ai bordi dello stesso. Invece si era contenuto, e con una smorfia di disprezzo aveva chiarito di aver già cenato. Lei allora si era messa a ridere: “Me la cavo con poco, giovanotto”. E giù a ordinare piatti leggeri, un’insalatona non condita e un’orata, e il “suo” calice di bianco. Mentre così aspettavano il cibo (solo per lei), quella aveva iniziato a chiedergli notizie sul suo privato. Nome, età, insomma un autentico interrogatorio. E lui, tra stanchezza e imbarazzi, aveva continuato il copione del ragazzo prodigio, dieci in greco e in latino, esibendo gli odi per i genitori catto-fascisti (e non era vero l’orientamento politico in casa, non il suo odio). Aveva pure accennato con orgoglio alla sua tremenda solitudine a casa e a scuola, che nondimeno reggeva bene, tanto si moriva lo stesso. E quella, mentre invitava il cameriere smanioso di mance a pulirle il pesce giunto proprio in quel momento, aveva sussurrato “E ce l’hai una ragazza, tesoro?”, al che lui aveva scosso la testa, gli occhi sbarrati nel suo piatto: “Ma per carità. Una ragazza? Sembra mia madre adesso”. Poi, alla successiva domanda, espressa con voce indifferente di chi era impegnata a sistemarsi meglio il pesce, “Vuoi dire che magari hai un ragazzo?”, lui avvampando aveva ghignato “Lei è pazza, per caso?”. Si era subito accorto di aver alzato troppo l’asticella in fatto di pose, ma l’attrice aveva reagito ridendo rumorosamente e coinvolgendo i due camerieri, intenti dal bancone centrale a osservarla rapiti. “Questo giovanotto, mi sa, è ancora innocente”. Lui intanto si sentiva gli occhi esausti, umidi che non reggevano lo sguardo indagatore della vecchia, e aveva scandito osservando le bottiglie costose, stipate sulla parete di fronte: “Se anche fosse, non vedo tutta sta tragedia”, e lei di nuovo a ridere sguaiata, rivolta al cameriere: “Mi scalda meglio il pesce, caro?”, e subito dopo gli aveva afferrato la mano destra: “Fai tutto con questa, vero? E a chi pensi in quei momenti?”. Bisognava, dunque, continuare nella recita: “Dormendo, non so. Ma da sveglio so controllarmi bene, io”. Una breve pausa, e quella aveva proseguito, tornando ad afferrargli la mano: “Il mio quarto marito, bello come te, ti assomigliava, sì, era impotente. E non sai con questa mano cosa mi faceva: Dovevo mettermi in bocca un fazzoletto, negli alberghi, tanto mi faceva urlare”. Alla fine, si erano alzati, lei trionfante e il ragazzo cupo e insicuro sul da farsi. “Ora, mi accompagni da bravo alla Fenice, vero? Ci sono brutte facce di notte a Venezia, a novembre, il mese dei morti”. Intendeva l’albergo. La facciata era presto apparsa nella fievole luce dell’insegna, appena discesi giù dal ponticello. Sulla porta, prima di suonare, gli aveva donato un sorriso che voleva essere irresistibile e invece l’aveva terrorizzato. Avvicinando la faccia, ancora incipriata, alla sua, il fiato che sapeva di vino, aveva infatti provato ad eccitarlo in qualche modo: “Potresti venire su. Hai una mano tanto carina e morbida, sai. Non fare il cattivo. Dopo non mi servirà il sonnifero”. All’improvviso, lui aveva deposto la maschera di maniera e, tornato figlio e ragazzino, aveva implorato: “Non ho le chiavi, mi lasci andare”. La grande attrice, a quel punto, s’era girata di scatto, furiosa per l’insolita sconfitta, ed era sparita dietro la porta. Lui, respirando finalmente libero, s’era messo a correre verso casa, facendo lo slalom tra le ombre minacciose sui muri della lunga calle, e imprecando più volte contro “la puttana”.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.