Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Il sogno di Sasà

La regista napoletana Nunzia De Stefano racconta la storia di una madre e un figlio, Sasà e Rusè, che combattono il disagio con la musica

Malavia racconta una storia semplice. Così semplice che chi ama le complicazioni nel cinema potrà giudicarla banale. Eppure banale non è. Nonostante alcune ingenuità e qualche semplificazione nella sceneggiatura, Malavia ha il sapore delle storie vere come sono vere le storie che raccontano i ragazzini delle periferie di Napoli e la loro disperata impossibilità di realizzare i sogni più elementari. Perché nel mondo in cui vivono sognare è un lusso che non possono permettersi.

Il secondo film della regista napoletana Nunzia De Stefano – che firma anche soggetto e sceneggiatura con Giorgio Caruso ed è prodotto dall’ex marito Matteo Garrone – porta sullo schermo il sogno di Sasà che ha tredici anni e “ha fame di musica”. Lo incontriamo con l’amico inseparabile Nicolas mentre si intrufolano dietro le quinte del concerto dei 99 Posse, uno dei loro miti. Quella musica che racconta le loro vite, le vite difficili della periferia, scandite dal ritmo delle basi montate dai dj, è la loro passione, ne conoscono le parole a memoria. Sasà sogna di diventare famoso e di far vivere nel lusso sua mamma Rusè, “come una regina mammà”, le promette e lei ride, lei che lavora per pochi euro in nero in una trattoria e quando il padrone la licenzia andrà a pulire le scale delle boutique di Calabritto, lei così bella e sfinita dalla vita che agli occhi di suo figlio pare ancora una ragazzina.

Il legame totale tra Sasà e Rusè, la gelosia feroce del ragazzino nei confronti della madre, è uno dei fili conduttori del film. Ma lo è anche il suo rapporto con Yodi, rapper della vecchia scuola partenopea (interpretato dal vero rapper Giuseppe Sica in arte PeppOh). È lui che gli insegna, insieme ai fondamentali dell’hip hop, le regole che contano nella vita, assumendo involontariamente il ruolo del padre che non c’è. “Quando si impara a nuotare si sta vicino alla riva che se vai troppo al largo affoghi” lo avvisa intuendo che “al largo” il ragazzino ci sta andando davvero e non con la musica. Ed è sempre lui a suggerirgli di non seguire la moda dominante fra i rapper più giovani che nei testi esaltano i duri, i camorristi, i nuovi eroi che ce l’hanno fatta agli occhi di chi non ha niente. Meglio raccontare se stessi, le proprie emozioni, la propria verità.

Nasce così il primo pezzo inedito di Sasà, dedicato ovviamente a Rusè. Ed è solo la sua infinita ingenuità a consentire lo scippo della canzone da parte di chi, senza scrupoli, sa che può appropriarsene se non è registrata alla SIAE. La delusione lo spinge su un sentiero che non gli appartiene, la “malavia” appunto, per aiutare la madre, per sottrarla a quella miseria, perché fare soldi con la musica è impossibile, per urlare tutta la sua rabbia, per dimostrare che lui ce la farà. Non racconto l’esito della storia: a Sasà e allo spettatore la regista concede la speranza del riscatto, anche se con qualche schematismo di troppo nella narrazione ed è questo il vero limite del film.

Dico invece della bravura di tutti gli interpreti cui si deve in buona sostanza la riuscita della pellicola, a cominciare dal protagonista Mattia Cozzolino e dai suoi amici inseparabili Nicolas (Junior Rodriguez) e Cira (Francesca Gentile), Cozzolino e Rodriguez già ingaggiati nel cast di Gomorra – Le origini, il prequel della più famosa saga criminale italiana.

Ci sono i casermoni delle periferie degradate, i loro labirinti reali e metaforici. C’è la violenza di chi spaccia e le facce allucinate di chi compra. Ci sono le luci nelle notti di Napoli. Ma in Malavia c’è soprattutto la musica, l’hip hop come linguaggio della formazione e del riscatto capace di raccontare come nient’altro una storia in bilico tra sogni e violenza. È la voce dei rapper partenopei, di quelli bravi che si sfidano nelle improvvisazioni del freestyle. A firmare la colonna sonora con tredici tracce inedite è il rapper e produttore discografico napoletano Speaker Cenzou, pseudonimo di Vincenzo Artigiano, tra i grandi sulla scena da trent’anni. Lo scugnizzo Sasà fugge sul motorino dalla gabbia del rione e si ferma a guardare il mare davanti a Castel dell’Ovo. Nonostante tutto lui sogna ancora di diventare il più bravo.

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