Testo a fronte/2
Il soffio
«Eva allungò una mano al frutto più basso, non per raccoglierlo, ma per provare il gesto qualora avesse deciso di compierlo. Un gesto comodo, naturale»...
Con questo racconto inedito di Simona Baldelli prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Nel giardino tutto era immobile, gli alberi, l’erba, il tempo.
Le corolle stavano impietrite nella posa migliore, appena dischiuse. Non più boccioli, ma promesse di una pienezza che però nel pomeriggio non sarebbe giunta. Né l’indomani. Né mai.
Ogni giorno il sole compiva il suo arco nel cielo, ma nulla variava nell’Eden.
Quel mattino Eva aveva scoperto di essere indifferente davanti a tanta, immutabile, bellezza. Quante albe erano trascorse dalla prima volta in cui aveva ammirato il panorama, rimanendo senza fiato? Dieci? Mille? Una soltanto? Si può misurare l’eternità? Giorno, notte, giorno, notte, ancora giorno, ancora notte. E al risveglio sempre gli stessi fiori, non più chiusi in boccio, ma mai sfioriti.
Non avrebbe dovuto scacciare il serpente.
Se ne stava acciambellato su un ramo dell’Albero della Conoscenza, sotto l’ombra del quale Eva amava sostare, ma non quel mattino. La frescura del fitto fogliame non le dava il piacere di sempre. Chissà perché Dio aveva vietato a lei e Adamo di mangiarne i frutti. Stava riflettendo sulla questione quando aveva visto la serpe. Le stava sorridendo.
Lì per lì le aveva fatto piacere. Finalmente una novità, qualcuno con cui parlare, ma quando aveva allungato la testolina puntuta verso di lei e le aveva sibilato all’orecchio confuse tentazioni, aveva provato un moto di noia, quasi fosse una faccenda già vista e sentita – non avrebbe saputo dire, in sincerità, se si trattava di un ricordo o di una premonizione – e, più il serpente prometteva, maggiore era il tedio.
Non credeva alle promesse, Eva, per quanto mirabolanti. Neppure se non doveva far nulla in cambio, a parte un piccolo morso a una mela. L’aveva cacciato.
Qualcosa l’aveva trattenuta nei pressi dell’Albero.
Conoscenza. Una parola che conteneva sterminate moltitudini.
Ne provò desiderio. Non si trattava di sapienza, lo sapeva. Eva era stata creata a Sua immagine e somiglianza, e dunque già la possedeva. La Conoscenza che derivava dal frutto proibito era saper distinguere fra il Bene e il Male. La capacità di Giudizio.
D’improvviso la chioma s’era gonfiata per il vento.
«Ciao, Dio».
«Cosa fai davanti all’Albero, Eva?»
«Riflettevo».
«Su cosa?»
«Sul motivo per cui sono stata creata».
Il vento smise di soffiare. Eva temette che se ne fosse andato. «Dio» lo chiamò.
Le foglie ricominciarono a ondeggiare. «Lo sai il motivo. Per fare compagnia all’uomo». Nella voce c’era una nota dura.
Poiché Dio non mostrava il suo volto, Eva fissava la chioma dell’Albero, immaginando che le parlasse da lì. «Solo per questo? Sarebbero stati sufficienti cani e gatti, allora».
Silenzio. Per non irritarlo doveva porre la questione in altra maniera. «Di cosa siamo composti io e Adamo?»
«Oh, di terra, acqua, carne e altro che potremmo chiamare soffio divino, custodito in varie forme in ciascuna parte del corpo: intelligenza nel cervello, bontà nel cuore, coraggio nel sangue, forza nelle braccia».
«E nella costola da cui mi hai plasmata, cosa c’era? Di cosa hai privato Adamo perché io ne avessi una dose doppia?»
«Fai tante domande, Eva. Troppe».
Forse era quello il punto. Nella costola risiedeva il bisogno di sapere, non essere mai sazia di risposte. Voglia di guardare oltre.
Dio era stato sempre buono con loro, e di certo l’uomo e la donna non gli avevano mai dato motivo di scatenare la Sua ira. Tuttavia Eva aveva il presentimento che l’Altissimo fosse capace di una collera immensa, che nel corso dell’eternità prima o poi si sarebbe manifestata. Meglio non urtarlo con infiniti interrogativi. Doveva scegliere quello giusto. «Ho ancora una domanda, l’ultima».
L’Albero esalò un caldo alito di vento, simile a un lungo sospiro. «Dimmi».
«Tu sei il Creatore di ogni cosa e tutto sai e vedi, vero?»
«Certo».
«Dunque sai già se mangerò o no il frutto».
Un sottile tremolio attraversò le fronde.
«Se non lo farò, tutto resterà così com’è» disse Eva. «Io e Adamo non scopriremo la nostra nudità, non verremo scacciati dall’Eden, non ci riprodurremo, non ci sarà un genere umano. Avrai creato tutto questo per niente, dal momento che nessuno conoscerà la Tua grandezza».
«Ma se mangerai il frutto, porterai il Male all’umanità». La voce si era fatta minacciosa, e pareva sgorgare dall’Albero, dalla terra, dal cielo, da ciascun petalo dei fiori.
«No» osò contraddirlo. «Non porterò niente, dal momento che il Male già esiste. Non hai appena detto che sei il Creatore di ogni cosa? Ciò che deriva dall’Albero è la facoltà di scegliere fra il Bene e il Male».
Dio taceva ed Eva ne approfittò per esporre meglio il suo pensiero.
Prima di compiere ogni azione dovremmo aspettare il Tuo permesso, o subire il Tuo Giudizio. Ma sarebbe un tribunale senza senso: come potremmo essere colpevoli se resteremo incapaci di intendere e volere per l’eternità? Non potremo mai sperimentare la bontà, al massimo l’ignavia».
«Attenta, Eva. Sai quali conseguenze avrebbe quel morso».
«Lo so. Partorirò con dolore. Il mio flusso sarà immondo. Potrò essere ripudiata, lapidata. Non potrò parlare nelle assemblee. Sarò sottomessa a mio marito. Mi sarà negato il piacere. Così diranno i Libri Sacri, scritti sotto la Tua dettatura».
Sarebbe bastato voltare le spalle all’Albero e nulla avrebbe patito. Lei e Adamo avrebbero vissuto per l’eternità nella cristallizzata perfezione dell’Eden.
«Hai mandato Tu il serpente, vero?»
«Avevi detto che non avresti posto altre domande, Eva».
«Potevi venire direttamente Tu a tentarmi, dire cosa avresti messo sui due piatti della bilancia. Senza la mia disobbedienza, già presente nel Tuo disegno, gli uomini non scoprirebbero il libero arbitrio, necessario a loro quanto a Te».
«A me?»
«Sì. In quanto onnipotente e omnisciente, avresti la responsabilità di tutto, anche del Male. Ma se tu lasciassi agli uomini il Libero Arbitrio, la colpa delle loro azioni ricadrebbe su di loro. Allora sì che il Giorno del Giudizio avrebbe un senso». La colpì un pensiero. «Mi hai creata perché ti occorreva uno strumento. Qualcuno cui dare la colpa. Ma senza quel morso non esisterebbe nulla di quello che potrebbe essere. Non esisteresti nemmeno Tu».
L’albero s’immobilizzò, si fermò il vento, l’Eden si fece di vetro.
Eva allungò una mano al frutto più basso, non per raccoglierlo, ma per provare il gesto qualora avesse deciso di compierlo. Un gesto comodo, naturale.
Ritirò il braccio. Chiuse gli occhi e immaginò il futuro. Valutò il peso che avrebbe portato sulle spalle, la gravità del marchio cucito addosso, la fatica per liberarsene. Eva, simbolo del peccato, vettore del Maligno, una tentazione da reprimere e scacciare.
Si chiese se ne valeva la pena e sorrise. Porsi la domanda, era già libertà di scelta.
Il vento tornò, impetuoso. «Non farlo Eva, non voglio più».
«Ma come puoi sopportarla un’eternità di niente?»
«E tu come puoi sopportarla un’eternità di espiazione? Ti chiedo troppo, amata figlia, e in cambio di così poco».
«Ce la farò, mi hai fatta forte».
«Stai sopravvalutando il genere umano. Non ti saranno riconoscenti per il dono, ma ti incolperanno di averli dotati di coscienza. Sarai causa di ogni peccato. Un comodo capro espiatorio, e non perderanno occasione per condannarti. Resta qui, fatti proteggere».
«Mi proteggerà la Tua Parola».
«Non esserne certa, perché quei Libri Sacri di cui parlavi verranno epurati di ogni voce di donna».
«So anche questo. Sarà necessario un tempo lunghissimo per vincere il pregiudizio, le superstizioni, lo stigma di quel peccato originale per incarnare il quale mi hai creata. Ma quel giorno verrà».
«Ti ho creata anche per conoscere la gioia».
«Troverò il modo di essere felice».
Qualcosa le carezzò una caviglia. Un fiore ci si era appoggiato. Lo stelo faticava a reggere la corolla gonfia, sul punto di aprirsi e permettere che sui pistilli cadesse la benedizione del polline.
Sollevò gli occhi al frutto che penzolava dal ramo più basso.
Ce la farò, ripeté a sé stessa.