Alessandro Zaccuri
Testo a fronte/3

Gli altri dodici

«Alla sera si accampavano per conto loro e lì, attorno al fuoco, ragionavano mormorando. Erano certi che i pezzenti si fossero accodati all’impostore nella speranza di riempirsi la pancia, almeno una volta nella vita»....

Con questo racconto inedito di Alessandro Zaccuri prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Vanno i dodici lontano,
vanno via verso la guerra.
Aleksandr Blok

Fin dall’inizio. Avevano cominciato a seguirlo fin dall’inizio, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Non il sinedrio, non il procuratore. Non si conoscevano tra loro. A convocarli era stato lo stesso pensiero, lo stesso scontento. Più tardi, uno di loro – a turno – avrebbe sostenuto che lui l’aveva capito subito di non essere solo. Avrebbe raccontato di essersi accorto che in mezzo a quella folla di straccioni e puttane c’erano altri che la pensavano come lui. Gente perbene, che non si faceva prendere in giro. Avrebbe sostenuto che più di una volta si erano scambiati uno sguardo d’intesa, per far capire che avevano capito. I compagni lo avrebbero lasciato dire, perché sapevano che presto o tardi ciascuno di loro avrebbe ripetuto la medesima favola. Non credevano alle favole, ma ne avevano bisogno. Sapevano che non era la verità, ma una bugia come quella era piacevole da ascoltare. Non credevano in nulla, ma anche a loro il vuoto faceva paura.

Non si erano riconosciuti fino al giorno dei pani e dei pesci: questa era la verità. Mentre la folla si affrettava a svuotare i panieri, uno di loro – il più anziano, quello che sarebbe diventato il capo – aveva cercato un posto in disparte e aveva tirato fuori dalla bisaccia un pezzo di pane da mangiare in solitudine. Ma la petraia in cui si era appartato aveva altri anfratti, altri nascondigli. Uno alla volta, dalle fenditure delle rocce, erano usciti i pochi previdenti che, come lui, si erano portati dietro le loro scorte e non avevano intenzione di condividerle con la marmaglia. Si guardarono, non dissero nulla, scoppiarono a ridere e subito soffocarono le risate per timore di essere scoperti. Dalla bisaccia dell’anziano spuntò un piccolo orcio ancora sigillato. Il vino era caldo, aspro, ma quel momento aveva bisogno di essere celebrato. Mentre l’orcio passava di bocca in bocca, si contarono e si accorsero di essere in dodici, anche loro. Dodici come i più fedeli tra i discepoli del falso salvatore. Lo presero per un segno. Un segno da ridere, perché loro ridevano di tutto.

Alla sera si accampavano per conto loro e lì, attorno al fuoco, ragionavano mormorando. Erano certi che i pezzenti si fossero accodati all’impostore nella speranza di riempirsi la pancia, almeno una volta nella vita. Lui li aveva accontentati con il trucchetto dei pesci e dei pani che sembravano venire dal nulla e invece (loro ne erano sicuri, perché non c’era nulla di cui non fossero sicuri) erano stati nascosti nel doppiofondo delle ceste. Anche il ragazzino che si era fatto avanti con le sue ridicole provviste faceva parte del complotto. Gli avranno dato qualche soldo per assicurarsi che se ne stesse zitto. Tra i dodici c’era uno che teneva la borsa e la borsa non era mai vuota. Cinque pani e due pesci per sfamare una moltitudine, bella trovata. Bisognava essere stupidi, o accecati dall’illusione, per credere a una sciocchezza del genere.

Anche le parole erano belle, non si discuteva. Di belle parole gli altri dodici si intendevano abbastanza. Prima di mettersi sulle tracce dell’usurpatore, erano stati mercanti, scribi, amministratori delle ricchezze che adesso il preteso messia proclamava di disprezzare. Come se non gli piacesse essere invitato a tavola dai notabili, come se non si compiacesse quando le cortigiane gli cospargevano i piedi di profumo e li asciugavano con i loro capelli sfibrati dal peccato. In principio a dargli retta erano stati solo pochi pescatori ignoranti e anche nei villaggi erano sempre i disperati che gli prestavano ascolto. I maggiorenti della sinagoga si opponevano, contestavano, maledicevano. Gli altri dodici si scambiavano cenni da lontano, persuasi che il prestigio del millantatore non sarebbe mai uscito dalla cerchia dei derelitti, ma quando quel confine era stato superato, quando si era sparsa la voce che tra i seguaci ci fosse addirittura un membro del sinedrio, le loro certezze avevano preso a vacillare. Il falso messia era più pericoloso di quanto avessero pensato. Dovevano continuare a seguirlo, non potevano dargli tregua.

Avevano una spiegazione per tutto, non c’era evento, per quanto prodigioso, né insegnamento, per quanto elevato, che non si lasciasse ridurre alla logica del rendiconto elementare. La famosa borsa doveva essere sempre più fornita, a giudicare dal numero di complici che venivano assoldati per strada. Uno si fingeva indemoniato e un’altra malata, uno cieco e gli altri lebbrosi. Tutti guariti in un istante, come per magia. L’inganno era orchestrato in modo così perfetto da alimentarsi da solo. Il centurione poteva anche essere stato corrotto e simulato il malore del suo servo, ma senza dubbio il capo della sinagoga era stato preda di un’allucinazione: si era convinto che la figlia fosse morta anziché addormentata, aveva preteso che il guaritore accorresse al capezzale della bambina e quello se l’era cavata con poco. Svegliati, piccolina. Datele da mangiare. Loro non erano presenti alla scena, ma uno degli sguatteri aveva riferito che il messia dei creduloni si era trattenuto a stento. Era tutto talmente grossolano che anche a lui veniva da ridere.

Dell’amico uscito dal sepolcro dopo quattro giorni non volevano neppure sentir parlare. Erano arrivati alla conclusione che il poveretto fosse una vittima. Quelle invasate delle sorelle dovevano averlo avvelenato per farlo finire in catalessi, poi avevano mandato a chiamare il taumaturgo e anche quella volta era andata come al solito. Il tipo ci sapeva fare, non lo negavano. Aveva ascendente sulle donne, perfino su quell’eretica di samaritana con cui si era intrattenuto al pozzo. E le meretrici, appunto. Le adultere, che ci sia risparmiato il contagio dei loro corpi impuri.

Annunciava la beatitudine della povertà, ma non aveva disdegnato di farsi accogliere come un re. Nella capitale aveva banchettato con i dodici mentre loro, gli altri dodici, avevano faticato a trovare un posto per dormire. Fortuna che anche nella loro, di borsa, le monete non scarseggiavano. Con il denaro si sistema sempre tutto. Quel ciarlatano insegnava il contrario, ma come va il mondo lo sapeva anche lui. Mica per niente, alla fine era stato tradito dal suo tesoriere, forse l’unico della compagnia per il quale gli altri dodici avessero un po’ di rispetto. Un uomo pratico, concreto, che aveva saputo cogliere l’occasione nel momento in cui si era presentata. Non avevano creduto alla storia del rimorso. Al sicomoro la corda doveva averla attaccata qualcun altro, uno dei tanti che volevano evitare scandali. Metti che il compenso non gli fosse bastato, metti che gli venisse in mente di raccontare quello che sapeva. I morti non parlano, anche questo è risaputo.

Fossero stati meno caparbi, avrebbero ammesso di essere rimasti sorpresi dalla notizia della risurrezione, ma non potevano permetterselo. Quando lo rividero, alcuni dissero che non era lui: lo avevano sostituito con uno che gli somigliava, era evidente. Altri dissero che era lui, sì, ma prima era morto per finta, come per finta aveva predicato. Ne discussero tra di loro, ma non arrivarono a scontarsi. Il più anziano, il capo, era in mezzo alla folla quando il redivivo fu rapito in cielo, però non volle farne parola. Non era sua intenzione riportare qualcosa che non fosse in grado di spiegare, altrimenti la sua autorità ne avrebbe risentito.

Si domandarono se non fosse il caso di allontanarsi dalla setta, ma convennero che sarebbe stato un errore. Dovevano continuare a tenerli d’occhio, contaminarli affinché non prendessero il sopravvento. Quando avvenne l’imprevedibile, decisero che si sarebbero scelti dei successori, altri dodici che come loro vegliassero sugli entusiasmi di quella fede incomprensibile. Sono ancora tra noi, dissimulati tra i credenti: sospettosi di tutto, meticolosi e meschini, disposti a scendere in guerra contro sé stessi pur di impedire che la gloria di Dio porti la pace sulla terra.

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