Testo a fronte/5
I filosofi inesistenti
«A ripensarci ora, però, nel ritratto in absentia che mi ritrovo a fare, quel raddoppiamento di personalità assume le proporzioni di una straniante mise en abîme, e finisce per trasformarsi nel riflesso di un raddoppiamento luttuoso...»
Con questo racconto inedito di Giorgio Nisini prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Alcuni anni fa ho iniziato un po’ giocosamente a progettare una raccolta di coccodrilli dedicati ai miei amici e maestri. Maestri ancora in vita, intendo. Non capivo se il progetto avesse un senso che andasse al di là del semplice ritratto personale. Poi mi sono ricordato di Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, che decise di istituire il premio che prese il suo nome dopo aver letto un feroce necrologio che gli era stato dedicato, per errore, da una rivista francese, che lo aveva scambiato per il neodefunto fratello Ludvig. Il coccodrillo si era così trasformato da ritratto post-mortem a specchio sull’invisibile: di colpo metteva in gioco qualcosa che aveva a che fare con il destino di Alfred e con il lato più oscuro della sua personalità. Di recente ho ripreso quei coccodrilli e li ho rielaborati in un gioco di finzione: ho trasformato i personaggi reali in personaggi fittizi. Ciò che ne è venuto fuori è straniante: il coccodrillo di finzione dialoga con quello di partenza in un ritratto a chiave. Chi si nasconde dietro i personaggi inventati?
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Ho appena appreso che nell’incidente aereo di questa mattina sono stati coinvolti due intellettuali che conoscevo bene, Lorenzo Ansaldi e Michelangelo Della Corte, entrambi imbarcati su quel volo per partecipare a un convegno che si sarebbe dovuto tenere nel fine settimana a Bergen, in Norvegia. È strano come il destino si sia divertito a portarli via insieme, proprio loro che, insieme, avevano condiviso molte battaglie culturali all’insegna di una comune idea di filosofia militante, arrivando perfino a realizzare un libro a quattro mani dallo statuto anomalo, Rifondare il presente, una sorta di trattatello che coniugava le caratteristiche dell’opera di divulgazione con quelle del pamphlet (o di bi-personal essay, come preferiva chiamarlo Della Corte).
È difficile per me riuscire a fare un ritratto di Lorenzo e Michelangelo con la nitidezza giornalistica di chi deve ricordare due uomini di cultura; è difficile farlo qui e ora, di fronte alla drammatica plasticità di una notizia che ormai è diventata un fatto irreversibile, uno dei tanti tragici tasselli della nostra cronaca quotidiana. La loro doppia morte, avvenuta nel freddo invernale di una regione costiera ai confini del nord Europa, ha infatti disinnescato nella mia testa un insieme d’immagini che si sono accavallate fino all’esasperazione: non riesco più a distinguere i ricordi dell’uno e dell’altro, mi sembrano definitivamente fusi in un solo, traboccante, ricordo collettivo.
Eppure, per lungo tempo, Lorenzo e Michelangelo sono stati per me due identità distinte, non sapevo nemmeno della loro amicizia. Solo dopo un fine settimana trascorso in loro compagnia a Trieste, e dopo lunghe chiacchierate a proposito del loro pamphlet, ho iniziato a pensarli come ante di un solo dittico. I libri sono capaci di unire con la stessa forza dirompente con cui sono capaci di dividere, o almeno con loro era stato così: mi ero trovato di fronte a due oltranzisti del pensiero critico che cercavano di fare luce su una cultura agonizzante, precipitata in anni “neo-grigi”, come li definiva Ansaldi, anni “a ragione ridotta” in cui tutto l’occidente rischiava di sfaldarsi e affondare, e in cui tuttavia aveva ancora senso discutere su una possibile idea, e utopia, di moderna civiltà democratica.
Il primo dei due che conobbi fu Michelangelo, durante la presentazione di un libro a piazza Venezia, in un imprecisato pomeriggio di tanti anni fa. Non ricordo perché mi trovassi lì, forse per puro caso – l’essere passato davanti a Palazzo Bonaparte e aver visto la locandina – o forse per una ragione di lavoro di cui non ho più memoria. Si trattò comunque di un incontro veloce, giusto una stretta di mano, due parole di circostanza, perché Michelangelo era subito fuggito via con quella liquida agilità con cui sapeva defilarsi dalle situazioni quando ormai si facevano stagnanti. Lo rividi qualche anno dopo, a Palermo, durante un pranzo in occasione del Premio Trinacria Filosofia. Ricordo che parlammo di realismo speculativo e pensiero debole davanti a un’enorme quantità di prelibatezze alimentari che la generosa ospitalità siciliana ci aveva riservato. Fin da subito mi colpì il suo tono di voce, così caldo e accogliente che qualsiasi parola sembrava ammorbidirsi e assumere una consistenza ovattata – era come un antico strumento per musica da camera, una viola di bordone, un muselar barocco. Michelangelo sapeva usare quella voce con grande capacità persuasiva, possedeva un’enfasi innata che si trasferiva nella sua mimica facciale. Anche i suoi occhi, il suo sguardo, avevano qualcosa di enfatico, come del resto lo aveva tutto il suo corpo, i suoi capelli bianchi, il viso longitudinale, un phisique du role da filosofo di tardo Novecento.
Tuttavia – e questo era forse l’aspetto che più mi affascinava di Michelangelo – c’era sempre, immancabilmente, un momento in cui tutto il pathos retorico dei suoi discorsi si diluiva in un sorriso sospeso; non capivo mai quanto quel sorriso fosse autentico o un puro gioco di finzione espressiva. Non è un caso che nel suo passato ci fosse un trascorso da attore dilettante – una piccola parte in una messa in scena sperimentale del Faust, ad esempio, o un’interpretazione crossover di Mauser di Heiner Müller –– così come non è un caso che avesse un presente da contrabbassista, che di tanto in tanto lo portava a esibirsi con un quintetto jazz nei locali di Roma. Era la dimensione ritmico-musicale del suo carattere, l’alone blue note che affiorava prepotentemente sulle sue labbra da trombettista mancato.
Probabilmente era questo eclettismo viscerale a fare di lui un intellettuale onnivoro: leggeva di tutto e si occupava di tutto – politica, tecnologia, new media, linguaggio e comunicazione – e questo lo poneva in una condizione di apertura nei confronti del nuovo che a volte gli veniva rimproverata. Non credo ci sia stato negli ultimi anni un filosofo che abbia scritto tanto, e in più sedi, come lui, un vero presenzialista della parola che potevi leggere e, soprattutto, incontrare ovunque.
E infatti, dopo Palermo, quando la mia frequentazione degli ambienti intellettuali si fece più intensa, lo rividi decine di volte: lo ricordo a Modena, insieme alla sua compagna Rebecca, o alla fiera del libro di Torino, o ancora a Sarzana, al Festival della Mente, davanti a una piazza affollatissima di persone; e poi lo ricordo a Roma, la sua città, tra i tanti appuntamenti sparsi per la capitale. Una volta lo incontrai alla stazione Termini mentre rientravo da un viaggio; lui non mi vide: stava correndo ansimante per prendere un treno in partenza per chissà dove, zigzagando tra la folla con la valigia che lo sbilanciava da tutti i lati. Era buffo vederlo in quella furia da ritardatario, ma Michelangelo era così: un evanescente flâneur soggiogato da una curiosità ai limiti dell’ipnosi, eppure anche molto lucido, come se lucidità ed evanescenza fossero lati complementari di una personalità che non riusciva a trovare un punto di equilibrio. Era un uomo insieme esuberante, vitale, notturno, insospettabilmente solitario.
Ho sempre pensato che Lorenzo Ansaldi fosse molto diverso da lui, o almeno lo fosse all’apparenza. Sicuramente era più sistematico, “più aritmetico”, come ammise lui stesso nell’introduzione a Rifondare il presente, eppure con una stessa visione dei “grandi sistemi” che lo rendeva altrettanto irrequieto. Tuttavia il suo status di accademico, così come il suo profilo fisiognomico (la barba incolta, il fisico robusto, gli occhi imperscrutabili) gli lasciavano una patina di maggiore severità. Non importava che fosse un uomo tutt’altro che austero: il solo fatto che fosse ordinario di estetica e studioso di Michel Foucault, lo costringeva in un ruolo che non gli si addiceva fino in fondo, e contrastava con la sua bonarietà e la sua allegria quasi malinconica. Tuttavia fu proprio nelle vesti di accademico che lo incontrai la prima volta, in qualità di correlatore della mia tesi di laurea sull’esistenzialismo nella poesia ermetica, anche se di lì a qualche anno, quando il nostro rapporto statico di docente-studente si sarebbe trasformato in quello più entusiasmante di filosofo-scrittore, mi sarei reso conto di quanto la sua “accademicità” fosse anomala rispetto a quella di molti altri suoi colleghi. Lorenzo era un accademico-militante, uno studioso, cioè, che vedeva nella filosofia una zona d’interrogazione del presente, e che allo stesso tempo si apriva a quel presente monitorandone le novità e i punti di sfasatura. Fu lui, con Elisabetta Franchi, a presentare il mio terzo romanzo allo Strega, e fui lui a scrivere una breve, bellissima recensione a quello stesso romanzo sulle pagine del «Corriere della Sera», quotidiano per il quale svolse un’intensa attività di articolista occupandosi di rapporti tra filosofia e letteratura.
Una volta, sempre a Palermo, e sempre lo stesso giorno in cui pranzai con Della Corte (un altro segnale inequivocabile del loro destino intrecciato?), lo incontrai mentre parlava con George Steiner, l’autore di The Death of Tragedy, che era venuto al Trinacria per ricevere il “Premio Speciale della Giuria”. Qualche tempo dopo, per caso, facendo una ricerca in Internet, m’imbattei in una pagina in cui Lorenzo veniva citato proprio insieme a Steiner. Era un fatto curioso, ma subito mi resi conto che si trattava di un caso di omonimia: esisteva infatti un altro Lorenzo Ansaldi, un medico valdostano appassionato di teosofia, che aveva scritto un improbabile articolo “geometrico-spiritualista” ispirandosi a un matematico svizzero che si chiamava – e qui l’omonimia era solo parziale – Jakob Steiner. Era una coincidenza che mi aveva divertito, il doppio nome aveva moltiplicato la coincidenza stessa, l’aveva trasformata in una sorta di contrappunto onomastico.
A ripensarci ora, però, nel ritratto in absentia che mi ritrovo a fare, quel raddoppiamento di personalità assume le proporzioni di una straniante mise en abîme, e finisce per trasformarsi nel riflesso di un raddoppiamento luttuoso. Ma è possibile separare l’essenza di un uomo dal proprio doppio? Osservare la sua vita senza il condizionamento della sua morte? Pasolini riteneva che quest’ultima fosse in grado di compiere un montaggio degli episodi più significativi della vita e la rendesse leggibile, trasformando il “presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile” in “un passato chiaro stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile”. Anche questo mio ricordo assume in fondo le caratteristiche di un montaggio: seleziona e fissa alcuni momenti delle vite di Lorenzo e Michelangelo (alcuni momenti della mia vita in relazione a quella di Lorenzo e Michelangelo) e le restituisce sotto una forma meno dispersiva.
Mentre le immagini di un aereo in fiamme vengono riproposte in tv, e mentre una cronista annuncia che il convegno di Bergen si terrà ugualmente, mi torna in mente una frase che scrisse Lorenzo in uno tra i suoi libri più belli, La tempesta di Prospero, dove il celebre personaggio shakespeariano diventa l’archetipo del filosofo militante. Quel libro, ammise lo stesso Ansaldi, avrebbe dovuto intitolarsi Il filosofo inesistente, e cioè – citando Foucault – un parrêsiaste che fa della sua non-identità la condizione necessaria della sua franchezza e della sua capacità di persuasione. È un titolo potenziale – mai dato, e dunque altrettanto inesistente – che tuttavia in questo momento di assenza diventa improvvisamente attuale: nell’ormai definitiva sparizione corporale di Lorenzo e Michelangelo, la loro ubiquità di filosofi del presente, la loro fecondità, si amplifica fino a trasformare la loro parola scritta in una parola ancora piena di senso. Nessun aereo precipitato nel vuoto, ormai, nessuna combustione, potrà più interromperla.