Alberto Sagna
Una storia inedita

Furiosa amicizia

«Si era avvicinato, e l'ho guardato come guardo tutti gli estranei, pensando a uno sbaglio eludibile, sbagliarsi in mezzo a tanta gente è facile, di più se non vedi quello che potevi vedere, capire all'istante...»

Dentro un giorno strano, con il sole che rompeva le foglie, ho visto un uomo, senza riconoscerlo, dalle guance rosate, con le sopracciglia bianche e i capelli ondulati, un’onda imprecisa, mal disegnata da un pettine, un filo di barba giallina, forse intrisa di sigarette, di quel fumare anche in bagno davanti a un lavandino, dopo essersi lavato le mani con la saponetta ancora poggiata sul bordo di ceramica.
Le gambe tenevano a fatica il peso del suo busto, aveva un respiro pesante, come a divorare l’aria.
Nel suo impreciso insieme c’era qualcosa per cui alzarsi, alzare gli occhi e fermarsi.
Ma i veri segnali di quel corpo sono arrivati dopo, non subito, dopo tre giorni lunghi, come macchie che hanno iniziato a infestare la mia mente, senza odore.

E ora penso alle trasformazioni inevitabili, del suo viso, della postura, delle mani, di quel zoppicare incerto, per cercare poi una similitudine, un vago profilo, il cappotto allacciato sotto il sole.
Quel cappotto beige modellava una sagoma traballante, e non il contrario, ma era parte di lui, del suo esistere, era come se lo facesse stare in piedi, con quelle scarpe marroni che sbucavano sul selciato, e la punta dritta che veniva verso di me. Imprevedibile traiettoria.

Forse l’imprevisto sono io, per lui, che porta con sé quella parte del mondo con le onde discontinue, non solo sui capelli.

Si era avvicinato, e l’ho guardato come guardo tutti gli estranei, pensando a uno sbaglio eludibile, sbagliarsi in mezzo a tanta gente è facile, di più se non vedi quello che potevi vedere, capire all’istante. Ma non fai nulla, lasci stare, perché il tuo corpo decide così, quello da farsi o disfarsi, nell’incertezza di tutto, della vecchiaia epidermica, la sua, della lentezza, la tua.

E cominci ad approfittarti di quella nuova incertezza, in fondo non è male, è come un elastico che si tende, nasconde l’amicizia tra i fili d’erba.

E poi crea immagini, di lui, una persona cambiata, e così non poteva che essere, ma solo dopo pochi anni, gli anni necessari per la trasformazione, anche negli occhi, molto più piccoli, che non vedono bene, che lo costringono a camminare piano sulla ghiaia, fissandoti, con timore. Eppure, come dicevo, un vago sguardo, con quegli occhi diversi, ma non del tutto, ha iniziato a far ruotare il flusso della mia memoria instabile, creando un ricordo, il paragone, le sembianze, il profilo della sua vita, o del suo destino, proprio lì. In quel giorno strano, quando rivedi dentro un groviglio lucente qualcosa e qualcuno che non poteva esserci in quel luogo dove si aggirano le furie vendicatrici dei ricordi, per mille destini, avversi o diversi, freddi o distanti, che ti avevano fatto pensare a una cosa, all’impossibile.
Alla carne che torna carne, di un amico che non c’è più, ma forse c’era davvero.

E non sai nulla, più nulla di lui, di te.

E nulla è necessario, nulla di altro, basta esserci stato, in quel frammento di tempo. E poi amen, tutto come prima. Tornerà se lo vorrà, magari oggi è tornato lì.

Magari no.

La memoria diventa arrogante, annoda i fili, e poi li srotola.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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