Filippo La Porta
Testo a fronte/6

Fabrizio e il sogno tradito dei Parioli

«Quando a 16 anni si invaghì di una ragazza della sua scuola, una radiosa bellezza botticelliana, la festa della primavera nei suoi lineamenti delicati e nei suoi capelli ondulati e ramati, le propose di andare a Villa Balestra...»

Con questo racconto inedito di Filippo La Porta prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Ai Parioli Fabrizio aveva trascorso l’adolescenza. Rappresentavano la fine di un sogno che sembrava eterno. Perciò tornarci era per lui struggente.

Cosa sono i Parioli? Quella parolina magica – la perlacea parola “Parioli” – indicava un luogo dove una volta si coltivavano gli alberi di pero, almeno nella sua zona collinare (oggi i Monti Parioli). E Fabrizio era ghiotto di pere, che trovava assai più digeribili delle mele, anche se storicamente non hanno goduto di altrettanto prestigio nell’immaginario popolare e pubblicitario: non hanno mai abitato l’Eden biblico, non sono mai diventate un marchio iconico, come la mela verde della Apple Records dei Beatles, o la mela morsicata di Steve Jobs.

Ma per Fabrizio i Parioli erano soprattutto Villa Balestra, un giardino pubblico di appena un ettaro e mezzo, sopraelevato, su uno sperone di roccia tufacea, due lunghi viali di ghiaia e tre ampie aiuole, più una finta pista da pattinaggio. Lì Moravia ambientò il suo ultimo romanzo, Immaginate un parco pubblico messo al terzo piano, che si affaccia sul Tevere e dal quale potete contemplare il Cupolone. Originariamente Villa Poggi, perché voluta dal cardinale Poggio, tesoriere di Giulio III, villa immensa circondata da vigneti (il cardinale si era arricchito viaggiando per il mondo), proprio a due passi da Villa Giulia, ove dimorava il papa. Probabile che ogni tanto vi passeggiassero insieme, dopo la preghiera vespertina. Solo in seguito la villa passò ad altre famiglie nobili, i Colonna, e appunto i Balestra, anche ingegnosi imprenditori agricoli.

Bisogna dire che Villa Balestra è, involontariamente, una perfetta sineddoche per l’intero quartiere: pars pro toto. In che senso? La Villa è un palazzo oggi invisibile! È rimasto solo il giardino (e la scuderia), mentre l’edificio cinquecentesco non c’è più. Ecco, l’intero quartiere dei Parioli, benché visibile, è come ripiegato malinconicamente su di sé e su quello che avrebbe dovuto e potuto essere, quando nacque ufficialmente nel 1921 (l’urbanizzazione già era stata avviata dieci anni prima). L’espressione luminosa di un bel sogno, il sogno della buona borghesia d’antan, dotata di gusto, finezza, charme, di una eleganza innata, forse non coltissima ma con buone letture e buona memoria musicale, tra Verdi, Puccini e l’operetta. Il sogno un poco va a male già prima di realizzarsi. Ma forse una borghesia così non c’è mai stata veramente, né a Roma né in Italia, come tra gli altri riteneva Pasolini. Se l’urbanista Edmondo Sanjust di Teulada – già un nome aristocratico e quasi fiabesco – aveva stabilito, nella relazione al suo piano del 1909, che non sarebbero sorti grandi edifici, ma solo eleganti ville e villini con grande estensione di giardini, il nuovo regolamento edilizio invece imporrà la costruzione di palazzine di quattro/cinque piani alte una ventina di metri. Orrore! Siamo già ai condomini periferici. Così ai primi abitanti del quartiere, perlopiù nobili, o borghesi di gusti eleganti o alti burocrati savoiardi qui giunti dopo la proclamazione di Roma Capitale, si aggiungono presto gerarchi e gerarchetti del regime ansiosi di entrare nel salotto buono, ai ricchi di antico lignaggio si mescolano sgomitanti parvenu venuti dalla provincia, compiaciuti del proprio status raggiunto.

Ma Villa Balestra era importante per Fabrizio per una ragione ben precisa, legata alla sua vita sentimentale. Villa Balestra l’aveva eletta da sempre a luogo magico, misterioso e misterico, a spazio di incantesimi d’amore. In che senso? Avete presente il castello incantato di Atlante dell’Orlando furioso, dove il mago mussulmano rapisce bellissime fanciulle per catturarvi i paladini di Francia? Ecco, Fabrizio non intendeva ingannare nessun paladino però quando gli piaceva una ragazza la portava immancabilmente lì, accanto alla siepe del belvedere, e grazie ai poteri di qualche benevolo genius loci, di uno spiritello protettivo che qualche volta – come dice la canzone – gli “prestava er ponentino più malandrino”, riusciva sempre a conquistarle. Forse il fatto che quella collina di tufo si chiami il Monte San Valentino, non è del tutto estraneo ai sortilegi, veri o presunti, cui ricorreva Fabrizio.

Quando a 16 anni si invaghì di una ragazza della sua scuola, una radiosa bellezza botticelliana, la festa della primavera nei suoi lineamenti delicati e nei suoi capelli ondulati e ramati, le propose di andare a Villa Balestra. Così due giorni dopo nel tardo pomeriggio andò a prenderla con la vespa e la portò nel verde castello incantato di Atlante. Dove, tra l’altro, spirava un delizioso ponentino, riuscito a infilarsi miracolosamente in un minuscolo spazio sul lato del serpentone di Corviale, che secondo una leggenda metropolitana ha ostruito la tipica brezza marina che viene da Ovest. Qui Fabrizio – accanto alla siepe galeotta – riuscì a conquistarla.

Eppure quella stessa Villa Balestra, dieci anni, dopo dovette tradire Fabrizio segnando così il tramonto del sogno dei Parioli e dell’adolescenza, e accompagnandosi al congedo definitivo dal quartiere.

Appena prima di laurearsi e dopo aver attraversato la linea d’ombra che separa adolescenza e età adulta (ma in realtà tutti la attraversiamo e riattraversiamo ogni giorno!), Fabrizio volle portavi una sua compagna di studi (erano iscritti a Lettere), che in quel periodo aveva invaso tutto il suo immaginario, in modo dispotico e financo ossessivo. Una bellezza che gli sembrava tipicamente ebraica, armoniosamente irregolare, timidamente sfrontata. Con la consuetudine di un serial killer ce la portò, come al solito, in vespa. Poi una passeggiata sulla ghiaia fino a sfiorare la siepe galeotta. Stavolta però Fabrizio era visibilmente impacciato, e anzi a dirla tutta era terrorizzato. Aveva sinistri presentimenti. A un certo punto prese coraggio e si rivolse a lei: “Guarda… volevo dirti che da qualche mese ti penso sempre… mi sveglio e penso a te, vedo un amico e penso a te, vado al cinema e penso a te…)” – in realtà stava parafrasando Battisti-Mogol – . Lei lo guardò con un accenno di curiosita, e con un sorriso molto formale replicò impassibile “E’ un problema tuo”.

Villa Balestra gli aveva proditoriamente voltato le spalle! Ecco quella volta Fabrizio sentì che si era conclusa per sempre una stagione della sua vita, che la sua complicata educazione sentimentale si era ormai compiuta, nel bene e nel male. E forse si era conclusa – parallelamente – la parabola discendente dei Parioli, quel sogno di eleganza e di stile pure implicato nella loro fondazione, nella loro primitiva ideazione, e poi andato quasi subito a male… Certo restava un quartiere con alcuni angoli ancora sorprendentemente belli e ombrosi, con tre o quattro strade un po’ nascoste e costellate di magnifici villini, ma come schiacciato da un grande futuro alle spalle.

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