I deliri del bibliofilo
Dal cestino di Saba
Tre volumetti, dal gusto grafico non comune, curati da Simone Volpato, presentano documenti rarissimi del poeta triestino, passando dalle edizioni originali a dattiloscritti e autografi. “Memorabilia” che coinvolgono Quarantotti Gambini, Anita Pittoni, Virgilio Giotti
La figura di Simone Volpato si è distinta, in questi ultimi tempi, sia per la sua attività di studioso sia per qualche eccezionale ritrovamento riguardante gli scrittori giuliani del Novecento: si pensi alla biblioteca di Svevo, di Michelstaedter, all’archivio di Anita Pittoni, ad alcuni inediti di Saba. Docente universitario e titolare della Libreria Antiquaria Drogheria 28 di Trieste, Volpato ha alle spalle svariate pubblicazioni e curatele, non di rado licenziate per la sigla editoriale che fa capo alla sua libreria. È il caso di tre recenti volumetti, usciti contestualmente, dedicati a Umberto Saba che rivelano una profonda conoscenza della materia nonché un gusto grafico non comune. I titoli, stampati in 60 copie numerate, presentano una serie di documenti rarissimi del poeta triestino, passando dalle edizioni originali a dattiloscritti e autografi.
Il cestino di Saba riproduce e scheda alcuni memorabilia provenienti dalla biblioteca, rilevata dall’Irci, di Pier Antonio Quarantotti Gambini, sodale di Saba, al quale si deve il titolo del romanzo più celebre, L’onda dell’incrociatore (Einaudi, 1947). Da ricordare anche Il vecchio e il giovane (Mondadori, 1965) che raccoglie il carteggio tra i due intellettuali, proposto, privo dei tagli effettuati dalla figlia Linuccia e corredato di lettere inedite, proprio dalla Libreria Antiquaria Drogheria 28 in collaborazione con l’Irci nel 2015 con il titolo Caro 48. Carissimo Saba, a cura di Daniela Picamus. Ma non si dimentichi, per i medesimi tipi, il volumetto Il ritorno del fante (Tutti quei soldati) di Quarantotti Gambini, stampato sempre nel 2015.
Annotava Saba: «Scrivere su vecchie carte versi nuovi è mio sommo piacere». Il poeta aveva infatti la consuetudine di riportare i suoi testi, sia manoscritti che dattiloscritti, su varie tipologie di fogli, a cominciare da «quella carta antica che tanto piaceva al Saba libraio e al suo alter ego Giotti». Spesso e volentieri le stesure che non lo convincevano venivano gettate nel cestino della carta straccia e recuperate, più o meno surrettiziamente, da Quarantotti Gambini. Ne parla lo stesso romanziere nel Cestino di Saba, articolo apparso sul «Corriere della Sera» in data 22 aprile 1965 e confluito in Il poeta innamorato (Edizioni Studio Tesi, 1984). Altri cimeli sabiani erano doni dell’anziano poeta al giovane allievo, con il quale vigeva un rapporto di profonda stima e collaborazione. Vengono così alla luce autentici gioiellini che farebbero perdere la testa al collezionista più incallito: dal dattiloscritto originale di Oreste, poesia apparsa nel 1931 su «Circoli», contenente alcune correzioni autografe, raccolto in una cartellina acquarellata da Giotti, alle bozze di stampa corrette di Ammonizione e altre poesie 1900-1920, stampato presso la Tipografia Sociale di Trieste, racchiuso in un’altra cartellina giottiana con le firme appaiate di entrambi gli amici. Da ricordare anche il corpus di dattiloscritti confluiti in Ultime cose, edito nel 1944 nella Collana di Lugano con prefazione di Gianfranco Contini e il rarissimo estratto dal n. 11 della rivista «Botteghe Oscure» intitolato Gli ebrei, uscito nel primo semestre del 1953.
Il secondo volumetto, La commessa di Saba, documenta la curiosa vicenda di Giulia Morpurgo, impiegata nella libreria antiquaria di Via San Nicolò, soprannominata dal poeta Chiaretta e dedicataria di alcuni testi dall’evidente trasporto sentimentale. Qui vengono descritti vari documenti e lettere, oltre al quaderno autografo L’amorosa spina (nella foto sotto), con legatura di Giotti, realizzato nel 1921, idealmente pervaso dalla presenza della giovane donna. Il materiale faceva parte della collezione Doplicher, come spiega Stefano Carrai nella sua nota introduttiva.
Il terzo e ultimo volumetto si intitola Saba Giotti Pittoni. Trieste private press e presenta 78 pagine contro le 26 dei due fascicoletti summenzionati. Qui si prende in esame la collezione Mozenic-Flego che riserva altrettante sorprese, attinenti soprattutto alle edizioni originali. I primi due introvabili cataloghi della Libreria antica e moderna Umberto Saba, la princeps di Coi miei occhi (Il mio secondo libro di versi), pubblicata dalla Libreria della Voce nel 1912, contenuta in una splendida sovracoperta artigianale eseguita dal solito Giotti con tanto di firma autografa a matita di Saba sul piatto anteriore, la plaquette Cose leggere e vaganti del 1920. Ci sono poi “prime” di Svevo, Giotti (Il mio cuore e la mia casa con cartella artigianale), Anita Pittoni e le sue Edizioni dello Zibaldone, dove comparvero Uccelli (1950) e Quello che resta da fare ai poeti (1959), la cui copia è quella offerta a Giuseppe Ungaretti, con la classica sigla autografa «Zbe», contrassegnante tutti i volumetti. Quest’ultimo titolo accoglie un saggio giovanile dell’autore di Trieste e una donna, dove si fa riferimento al concetto di «poesia onesta», spedito nel 1911 a Slataper, allora segretario della «Voce», dove peraltro non uscì. Da ricordare l’esemplare del racconto dialettale El passeto di Anita Pittoni nella tiratura in 10 esemplari numerati con il manoscritto che presenta il dattiloscritto a fronte, qui nella variante di una seconda edizione in altre 10 copie di cui solo una realizzata con dedica ad Emilio Dolfi, come testimoniato in calce al manufatto dalla stessa scrittrice: «N.B. gli altri 9 esemplari della II edizione non sono mai stati eseguiti». Interessante l’intervista curata in appendice da Simone Volpato e Marco Menato a Roberto Flego, «ferroviere macchinista e bibliofilo». Non resta che citare il Commiato riportato nella variante sabiana presente in quarta di copertina: «Voi lo sapete, amici, ed io lo so. / Anche i versi son fatti come bolle / di sapone; una sale e un’altra no». Cos’altro aggiungere? Chapeau.