Diario di una spettatrice
L’ultimo Rasputin
Il nuovo film di Olivier Assayas dal romanzo di Giuliano da Empoli è un apologo sulla fine dell'Urss che sfocia nella Russia di oggi. Oligarchia e guerre comprese. Ma con troppe parole...
Una dacia grande come un castello immersa nella neve dell’inverno russo. Un uomo gioca con i suoi cani mentre è in arrivo un ospite, è uno studioso americano (interpretato da Jeffrey Wright) appassionato dello scrittore russo Evgenij Zamjtin cui il proprietario della dacia ha promesso un documento inedito. È un incontro che dura solo un giorno e una notte e nel corso del quale il russo racconterà all’americano la sua vita, ciò che si è lasciato alle spalle ritirandosi in quel paradiso fuori dal mondo. Il film è il lungo flashback di una storia che ha inizio nell’URSS del 1990. E finisce con l’ultima scena che ovviamente non rivelerò.
Presentato in concorso alla Mostra di Venezia, Il mago del Cremlino del regista francese Olivier Assayas – che firma anche la sceneggiatura insieme a Emmanuel Carrère, lo scrittore compare nella pellicola interpretando se stesso in un breve cammeo – è la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, professore di politica comparata e saggista, pubblicato in Francia nel 2022 e successivamente in Italia. Un libro “a chiave” in cui personaggi e fatti reali vengono rielaborati nella finzione di una narrazione romanzesca. Che in realtà è la storia dei tempi bui che stiamo vivendo.
Mosca inizio anni ’90. L’URSS è stata travolta dalla perestrojka di Mikhail Gorbaciov. Improvvisamente la libertà irrompe nelle vite di milioni di russi, tutto diventa possibile, soprattutto per la generazione nata negli anni ’70. Tra gli esponenti della nuova avanguardia artistica russa c’è Vadim Baranov. Lo guardiamo aggirarsi sui palcoscenici e nelle feste caotiche dove giovani moscoviti si esibiscono senza più censure, recitano, discutono, si ubriacano, si accoppiano senza freni. Dopo secoli di potere verticale, nella società russa esplode il caos orizzontale e Baranov ne diventa protagonista inventando i primi reality in tv. È in questa orgia collettiva che l’artista incontra la donna della sua vita, Ksenija (l’attrice svedese Alicia Vikander, che Assayas ha già diretto nella serie tv Irma Vep). Perderla e ritrovarla è una delle tracce del film.
Nel frattempo Boris El’cin, succeduto a Gorbaciov, tenterà di governare senza successo le derive del caos che sta frantumando l’ex impero, finché nel 1999 si spalancheranno le porte al ritorno dell’autorità e del mito della grande madre Russia: la verticale del potere di Vladimir Putin, lo Zar.
Chi è Vadim Baranov? Nel romanzo di da Empoli è la versione fiction di Vladislav Surkov, artista rap, regista teatrale d’avanguardia, scrittore e uomo d’affari destinato a diventare lo spin doctor di Putin, il Rasputin che reinventò lo Zar. Nel film di Assayas ha la faccia rotonda e lo sguardo apparentemente ingenuo di Paul Dano, che incarna con sottile perfezione il personaggio di immensa cultura e altrettanta capacità manipolatoria che reinventerà la Russia come un gigantesco teatro in cui portare in scena la visione di un potere assoluto e oltre il tempo in grado di dominare il pianeta. È a lui che si rivolge l’oligarca Boris Berezovskij per trasformare un anonimo funzionario del KGB nell’uomo destinato a governare i destini del mondo: Vladimir Putin, ovvero un magistrale Jude Law, sguardo obliquo, ghigno sardonico, abito dozzinale e in testa pochi capelli color paglia.
“È kitsch e il kitsch è l’unico linguaggio che abbiamo”.
“La democrazia sovranista sta alla democrazia come la sedia elettrica sta a una sedia”.
“L’intelligenza non protegge da niente, nemmeno dalla stupidità.”
“Non c’è niente di più saggio che scommettere sulla follia degli uomini”.
Sono alcune frasi che sintetizzano la visione diabolica di Baranov e che ispirano la sua costruzione del potere per il nuovo Zar. Un potere mitologico, paradossale e assolutamente irrazionale che getta le fondamenta della Russia di Putin alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina e in qualche modo spiega la guerra che sta per esplodere. Reali sono i personaggi che compaiono nel romanzo e nella pellicola, dagli oligarchi di cui Putin si servì inizialmente ai cortigiani del Cremlino, dal giocatore di scacchi Kasparov al mitico Limonov. E reali sono gli eventi che fanno da sfondo alla narrazione dei primi anni del nuovo millennio: la seconda guerra cecena, l’affondamento del sommergibile Kursk, l’attentato al teatro Dubrovka a Mosca e la “rivoluzione arancione” in Ucraina che fornì a Putin l’alibi per la prima invasione del paese e l’annessione della Crimea.
La gestione del consenso attraverso la manipolazione delle notizie, le strategie psicologiche per controllare l’immaginario collettivo e utilizzare la rabbia del popolo coinvolgendo tutti i potenziali oppositori a proprio vantaggio, soprattutto la scoperta che internet e i social sono il nuovo campo di battaglia per dominare il mondo: è questo l’immenso palcoscenico in cui il falso può diventare vero così che “la Russia diventi la macchina degli incubi dell’Occidente”, è questa la visione della mente geniale di Baranov, tortuosa come solo quella di un giocatore di scacchi russo.
È stato Giuliano da Empoli a contattare Assayas per realizzare il film, lo ha rivelato lo stesso regista. Che a sua volta ha coinvolto Carrère, amico di vecchia data, per scrivere insieme la sceneggiatura, considerando la sua conoscenza profonda della storia russa. Il film è stato girato interamente in Lettonia e l’accuratezza della ricostruzione dei luoghi è sorprendente. Magistrale la prova di tutto il cast che recita senza trucco e con la sola forza dell’interpretazione.
Cos’è allora che non funziona ne Il mago del Cremlino? È un film schiacciato dalle parole, dalla verbosità di una sceneggiatura che col procedere della storia assume sempre più la forma di un saggio storico e politico. E purtroppo in questo saggio tutti i personaggi parlano in inglese producendo un micidiale effetto straniante, nessun spettatore può credere allo Zar che parla la lingua di Trump. Allora i 156 minuti della pellicola diventano troppi ed è un vero peccato. Perché questo film che ci racconta ciò che avviene dietro le quinte del mondo in cui viviamo, avrebbe avuto tutti gli ingredienti per essere memorabile.