A proposito di “Colombo 14”
Il giallo dei piccioni
In un condominio improvvisamente muoiono centocinquanta piccioni: parte da qui il debutto narrativo di Stefano Marinelli. Un romanzo esilarante e metaforico insieme
«Forse tutti i condomìni infelici si somigliano mentre quelli felici lo sono ognuno a modo suo? Per me il condominio felice non esiste […] ma sarebbe importante trovarlo, magari in una comunità dell’Amazzonia […] che magari custodisce il segreto della pace nel mondo. Se è possibile la pace in un condominio, perché non a Tripoli, a Damasco, a Gerusalemme?».
Un condominio di stravaganti, alcuni stranieri (impeccabili Nubiani, mezzo afghani con madre santona, un pulitore di immobili che si improvvisa toy boy). Una coppia anziana, una giovane ragazza, una ragazzina. E la voce narrante, Tersite Soiaga, l’unico ad inquietarsi per un’improvvisa morìa di centocinquanta piccioni, che sono andati a schiantarsi contro il palazzo – dopo aver avvertito con giravolte di voli radenti, macchine e pedoni di scansarsi. Tersite decide di indagare, scortato da due documentaristi spagnoli, esperti in soap che hanno per argomento suicidi animali. D’altronde, riflette Tersite, ogni famiglia del condominio aveva le proprie ragioni per procurare la morte di massa dei pennuti!
Con ironia pungente, riflessioni attuali profonde e argute, citazioni letterarie, Stefano Marinelli, ricercatore all’Istituto degli Innocenti di Firenze, debutta in modo brillante nella narrativa (Colombo 14, Ororosso edizioni, 2025). Ha mano sicura, il nostro debuttante, e con abilità traccia i profili dei suoi personaggi. Prendete Paride, che a volte si scorda di vestirsi e passeggia sul terrazzo in costume adamitico turbando vecchie e giovani; il medico cinese Fu Lao che dispensa pasticche chimiche spacciandole per erbe orientali; la vedova Zappalà che dà da mangiare ai piccioni ma, forse, poi li elimina, maestra di pettegolezzi nel quartiere disastrato del Cumbriglione, dove appunto dimora il palazzo di via Colombo 14 (nome fatale).
Tipico esemplare, la guardia giurata Ranocchia: tradito da madre e padre adulteri, quando era troppo giovane per fare qualcosa, Ranocchia, di origine sarda, sviluppa una serie di strategie per attirare l’attenzione. «Può essere che Ranocchia traesse soddisfazione dal proprio moto perpetuo fine a se stesso, dal suo agitarsi in maniera insensata, come l’uomo nella cabina telefonica descritto da Camus, che si dimena sbraitando nella cornetta cose per lui importanti, che però dall’esterno non vengono udite».
L’evento tragico è vissuto dai condòmini (che piacere gli arcaici accenti della bella lingua italiana) con indifferenza, come fosse stato un nubifragio particolarmente violento e Tersite il narratore non se ne dà pace. Tutti i presunti colpevoli, da un piano all’altro dello stabile, accolgono con serenità gli investigatori (Tersite, Miguel e Petra), rivelando finalmente altri aspetti del loro carattere e delle loro abitudini. Come nei migliori gialli – a quel punto è l’assente che suscita maggiori sospetti. Quel medico cinese che, contrariamente alle sue abitudini, è partito per il suo paese tre giorni prima della fatale caduta dei piccioni; senza salutare nessuno, e lasciando uno stesso, misterioso bigliettino in tutte le cassette della posta.
Fa da sfondo ad una storia esilarante e a tratti surreale, con i suoi piccoli colpi di scena, il degrado delle nostre città e di quel quartiere; le consuetudini bizzarre che complicano la vita; il razzismo strisciante e soprattutto l’indifferenza sovrana nel nostro mondo, ormai assuefatto ad ogni tragedia. Figuriamoci che valore possono avere centocinquanta piccioni. Eppure la realtà non è mai come sembra e al Cumbriglione gli italiani non fanno proprio la migliore figura. L’eco del romanzo è il cambiamento climatico, che rende incerti e nervosi, alla ricerca di sfogare il disagio con grandi e piccole ostilità, magari per chi abita a pochi metri da noi. Obiettivi più facili di una profonda riflessione sul nostro presente e il nostro futuro.
Tersite, impiegato del Genio Civile (che nessuno sa cos’è, ma tutti pensano sia importante), alla fine è soddisfatto della sua inchiesta, del documentario costruito con gli spagnoli, del libro che ci ha regalato con la sua voce, pensa che: «i piccioni e il loro misterioso schianto sono stati un evento in fin dei conti positivo, nella vita mia e in quella del condominio, anche se non per le ragioni che mi aspettavo». E anche per la buona fama dei piccioni, come scrive nella prefazione del libro Luca Pegoraro: «I piccioni, nella tradizione, sono messaggeri tra uomini e dei, tra guerra e pace […] La loro morte è una comunicazione talmente carica di senso da esplodere, come un messaggio troppo puro per il mondo […] Ogni piuma caduta diventa una domanda, ogni finestra un sospetto. Tersite non indaga solo un evento: scava nelle crepe del reale, nel condominio che è insieme edificio e organismo, alveare di colpe e di voci».
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.