Diario di una spettatrice
Stalin e la paura
Il nuovo film del regista ucraino Sergei Loznitsa è un apologo sulla "giustizia bolscevica" e su un tempo pervaso dalla sopraffazione e dalla paura. Quasi come oggi...
Due procuratori è un film girato come una pièce teatrale: senza commento musicale, con una fotografia a luce naturale che vira al grigio e al marrone, lunghi piani sequenza, dialoghi scarni immersi nel silenzio, immagini proiettate attraverso uno schermo “quattro terzi” che è come una finestra quadrata affacciata su un palcoscenico. Questo impianto teatrale è secondo me la forza e anche il limite del film.
Presentato lo scorso maggio al festival di Cannes, Deux Procureurs segna il ritorno dopo sette anni del regista ucraino Sergei Loznitsa che lo ha scritto e diretto adattando il racconto Dva prokurora del fisico Georgij Georgevič Demidov, arrestato nel 1938 e detenuto per quattordici anni nelle prigioni di Stalin. Una storia rocambolesca sia per l’autore sopravvissuto al terrore delle “purghe staliniane” sia per il manoscritto confiscato dal KGB e pubblicato per la prima volta nel 2009. Una storia che sembra scritta da Kafka e che si aggrappa agli occhi dello spettatore proprio per il distacco con cui viene presentata. E perché riguarda un passato inquietante che racconta in fondo il nostro presente.
Il film ambientato nel 1937 si svolge in due atti con due scene distinte: la prima all’interno della prigione di Brjansk, la seconda nel palazzo della procura generale a Mosca. Protagonista della storia è il giovane procuratore locale Alexander Korneev, nominato da appena tre mesi e ancora fresco di studi giuridici, convinto di poter applicare i principi del diritto romano alla verità della “giustizia bolscevica”. Perciò non esita a intervenire quando riceve per vie misteriose un messaggio scritto col sangue da un detenuto che fu suo professore di diritto e dirigente del Pcus, messaggio che denuncia gli abusi subiti in carcere con l’intento di estorcergli false confessioni. Il giovane Korneev decide di verificare personalmente quanto c’è di vero chiedendo alla direzione di incontrare quel detenuto rinchiuso da anni nella sezione speciale riservata ai prigionieri accusati dei reati più gravi contro lo Stato.
Questa prima parte del film mostra una sequenza di scene identiche in cui non avviene niente se non l’apertura e la chiusura in sequenza di porte che scandiscono il passaggio del procuratore e dei carcerieri che lo accompagnano da una zona all’altra dell’edificio attraverso corridoi bui: è la rappresentazione drammatica dello spazio claustrofobico della prigione dove l’orrore non viene mostrato ma percepito nella lontananza di grida soffocate. Il giovane procuratore affronta la faccia violenta del sistema staliniano con ingenua incoscienza, ma la sua determinazione alla fine costringe i funzionari del carcere a esaudire la sua richiesta: parlerà da solo con l’anziano detenuto Stepnjak e si convincerà che la sua storia è un errore giudiziario inaccettabile che deve essere denunciato non ai suoi superiori, certamente conniventi, ma alla massima autorità dell’apparatčik giudiziario sovietico: il procuratore generale (questo sì realmente esistito) Andrej Januar’evič Vyšinskij, il “giudice-boia” di Stalin.
La scena si sposta così a Mosca, nel palazzo che ospita la procura generale. Qui la pellicola mostra la faccia burocratica del sistema comunista: il labirinto degli uffici dove qualcuno si perde, la folla dei questuanti alla ricerca di un funzionario che li ascolti, l’interminabile attesa di un colloquio che potrebbe non avvenire. Ma il giovane Korneek è molto paziente e, come era riuscito a vincere il muro di gomma dei carcerieri di Brjansk, così riuscirà a ottenere l’udienza col potente procuratore generale, con quali esiti ovviamente non dico.
L’ho scritto all’inizio: l’impianto teatrale del film è la sua forza ma anche il suo limite. A Cannes non ha ottenuto riconoscimenti e difficilmente troverà un pubblico italiano adeguato al suo spessore. Perché questa pellicola ripropone la visione potente di un cinema d’altri tempi, privo di qualsiasi effetto speciale e soprattutto di quel ritmo incalzante cui siamo ormai abituati. Un cinema che, come su un palcoscenico, è interamente affidato all’intensità dell’interpretazione, degli sguardi e dei silenzi che comunicano allo spettatore l’indicibile: la paura di un passato in cui nessuno poteva sentirsi al sicuro e che purtroppo appartiene anche al nostro presente.