A proposito di “Insight”
Il giorno di Elda e Marta
Il nuovo romanzo di Patrizia Pieri racconta l'incontro tra le inquietudini interiori di due personaggi in un torrido giorno d'agosto a Alicudi
Tutti sappiamo che Paul Simon e Art Garfunkel erano compagni di scuola al liceo e proprio allora cominciarono la loro avventura di duo pop i cui pezzi oggi per noi sono veri classici della musica anni Sessanta e Settanta: un’avventura culminata in uno storico concerto tenutosi a Manhattan, a Central Park, mercoledì 4 settembre 1981. Molto altro poi hanno fatto in termini di concerti e uscite pubbliche ma nel frattempo si sono sciolti e Paul Simon ha imboccato una carriera solistica molto interessante (era lui, tra i due, l’autore di musica e parole ma la voce di Art Garfunkel è l’unica che abbia interpretato testi e note in modo unico e calzante: pezzi altrettanto suoi). Ricordavo che i due avevano, proprio ai tempi della scuola, un compagno di classe soprannominato Darkness: The Sound of Silence comincia così, Hello Darkness my old friend. Però girellando in rete ora scopro che al college Art Garfunkel aveva un compagno di studi e di stanza che divenne improvvisamente cieco, quindi darkness è proprio il buio della cecità. Il pezzo è stato come sempre scritto in tutto e per tutto da Paul Simon tra novembre 1963 e i primi mesi del 1964 ma è balzato in cima alle classifiche dei dischi e ha ottenuto l’attenzione delle radio nel 1965 tra versione acustica e versione elettrica. Tutto questo anche per dire che il pezzo, famosissimo, pur legato a circostanze reali molto concrete e personali per il duo, è stato poi sempre interpretato come un’elegia attorno alla depressione, specie la cosiddetta depressione strisciante, definizione forse clinicamente non ineccepibile ma convincente coniata da Marta, voce narrante del nuovo romanzo di Patrizia Pieri, Insight (uscito in gennaio per EnSemble – già editore dei primi due romanzi della autrice romana, con una lunga militanza nella fotografia: Mi chiamo Yuri e Le coincidenze).
La prima strofa (Verse 1) di The sound of silence suona appunto così:
Hello darkness my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
[ecco la seconda parola-chiave dopo darkness, strisciante]
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain still remains
Within the sound of silence
Il termine creeping (strisciante) è tirato in ballo fin dalle primissime mosse del romanzo. La vicenda ruota intorno a una anziana terapeuta, Elda, che ama ritirarsi a Alicudi in un’atmosfera di grande pace e armonia con l’ambiente resa in certi tratti deleddiana (eppure si è in Sicilia e non in Sardegna, ma in questo caso è l’insularità il dato che conta) poiché confortata dalla presenza di Ciro, un tuttofare, un autentico arcudaro, che accudisce l’anziana Elda in modo silenzioso e perfetto. Sua corrispondente e sodale, infatti attesa sull’isola, è Marta, di lei più giovane, sua ex paziente molto ferrata nelle questioni della psicoterapia e in effetti classificatrice, con somma sorpresa della stessa Elda, della già citata depressione strisciante.
Due sono gli assi portanti, mi viene da dire cartesiani, di questo ardimentoso sistema narrativo: una giornata di agosto sull’isola che attraversa la controra, le ore torride, in cui Elda lavora sui suoi appunti e le sue note e annotazioni cliniche e tutto un ingente materiale scritto raccolto in decenni di professione e portato con sé proprio per sistemarlo e venirne a capo come proverà a venire a capo della stessa giornata che per natura sbucherà nell’alba successiva; e col sistema della revisione di quel materiale la rievocazione di una serie di casi e storie di pazienti che si animano e diventano attori di primo piano di vicende significative, clinicamente e umanamente, grazie anche alla mediazione di Marta, attesa sull’isola a breve.
Questo sistema virtuoso permette classicamente un’agile mobilità tra passato e presente e l’inscenamento la psicoterapia non solo come trattazione accademica e argomentazioni a tesi (non mancano a volte delle “tirate” vere e proprie) ma, per prassi e impostazione di scrittura, contando sulla vitalità del romanzo.
Ritorno a un concetto di fondo a mio avviso non trascurabile: il romanzo più che mai in certi testi è il genere del coraggio. È la porta scèa dello sprofondamento nella verità seguendo un invincibile senso di giustizia nel tentativo di sovvertire seppure con quieta rivoluzione uno stato delle cose, per carità: sconsolatamente ordinario, che passa dal degrado urbano e dall’indifferenza (a volte coincidente con scarso senso civico, secondo un codice quasi selvatico di prudenza e autotutela) per ammarare nella violenza e nell’abuso esercitati con nessuna inquietudine dai più: un cosìfantutti micidiale che forse è uno dei segni antropologici più netti nel panorama della nostra opulenta e tronfia società.
Il romanzo è molto parlato poiché situa nella parola il dono di guarire: con le parole, nelle parole, attraverso le parole. E poi pone la sacralità del dolore senza per questo, ipermodernisticamente cioè con cinismo, incorrere nel corrispondente smontaggio della desacralizzazione, cioè dell’annichilimento o della negazione del sentire. È per questo che emerge qui una figura-chiave soprattutto della psicoterapia, il guaritore ferito, cioè colui o colei (qui Elda, anziana psicoterapeuta che molto ha seminato tra le donne che ha trattato nella lunga carroera) che riesce a calarsi nella condizione di chi è ferito/malato poiché la condivide e sa come guarire poiché opera a partire da sé.
Non a caso il romanzo si intitola Insight, termine tecnico usato in psicoterapia come l’autrice spiega nel sottotitolo: visione interna, lampo di genio, rivelazione.
In realtà è insight proprio l’intuizione che permette di cogliere finalmente una verità.
Non è propriamente sinonimo di epifania, il grande contributo joyciano, modernista. La differenza, per quanto sottile ma significativa, sta nel fatto che l’epifania poggia su una sorta di oggettività, consistente proprio nell’accumulo di oggetti e dettagli i quali alla fine esitano in una rivelazione, mentre è insight l’estro del soggetto di saper ascoltare e comprendere per puntare alla conquista di una limpida interpretazione, cioè a una chiarezza finale di visione. Allora forse, desumiamo attraversando da capo a fondo il romanzo e facendo lo slalom tra le singole vicende in esso disseminate, la depressione strisciante (creeping) formulata fin dall’inizio risiede nello stato d’ansia e di inconcludenza che coglie chi fiuta di poter comprendere ed è proprio sul punto di afferrare una rivelazione definitiva su di sé.
È insight la febbre che deriva da quest’ansia di scoperta, da questa fame di verità.
È insight il movente ad azzerare ogni vile finzione, ogni vigliacco ricorso alla falsità.
Anche per questo il romanzo confluisce verso una sorta di scena corale in cui tutti gli attori sono riuniti attorno all’anziana terapeuta Elda (sul viale del tramonto) sull’isola di Alicudi alla fine di agosto come vediamo spesso nei buoni film italiani d’autore.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.