Sergio Buttiglieri
Al Teatro La Fenice di Venezia

Omaggio alla Traviata

Torna in scena la celebre regia di Robert Carsen de "La Traviata" di Verdi. Vent'anni fa lo spettacolo venne contestato per le sue invenzioni, questa volta, invece, è stato un trionfo

L’altra sera ho rivisto con piacere a Venezia la Prima della Traviata di Giuseppe Verdi con la pregevole regia del settantenne Robert Carsen che la mise in scena più di 20 anni fa, proprio alla riapertura della Fenice che era stata devastata nel 1999 da un incendio doloso. Questo inconsueto allestimento ci è sembrato, in qualche modo, un divertente omaggio al “Plastic”, la nota discoteca milanese recentemente chiusa definitivamente, aprendo infatti il primo atto con un vortice di balli tangenti ai locali notturni dei nostri giorni, che ha piacevolmente travolto il pubblico del teatro veneziano sold out. Nel 2004 alla prima della Fenice, questa regia non riscosse un unanime successo, al solito contestato dai melomani tradizionalisti, questa volta, con mia sorpresa, non ci sono stati fischi ma unanimi calorosi applausi.

Tutti noi ci siamo ritrovati comunque nella inimitabile magia operistica di Verdi da alcuni critici all’inizio tacciata di “wagnerismo” per il troppo protagonismo dell’orchestra. Anche se gli insegnanti del Conservatorio di Milano dissero a suo tempo che egli non aveva attitudini per la musica e che egli non possedeva nessuna abilità. Verdi non aveva che del genio: troppo poco per dei professori e dei critici che a lungo avevano criticato le sue prime regie liriche. Poi hanno svoltato l’atteggiamento verso di lui, con una incondizionata esaltazione dell’ultimo Verdi, quello che, secondo il loro parere, “aveva imparato il mestiere”. Come in questa Traviata del 1853 su libretto di Giuseppe Maria Piave, tratto dal libro La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio. La sua prima rappresentazione assoluta andò in scena proprio a Venezia al Teatro La Fenice.

«Il suo alito ha un sano odore di cipolla e la sua voce è imperiosa, i suoi istinti pieni di veemenza primitiva. E questo a molti disturbava». Perché, ci ricordava Bruno Barilli nel suo indimenticabile libro Il Paese del Melodramma, l’arte di Verdi è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime, e mette a fuoco i quattro canti della terra. E Carsen è stato molto bravo a immergerci in questo capolavoro sovvertendo le scene, ma rispettando il libretto, aiutato dall’impeccabile conduzione di Stefano Ranzani, direttore apertamente innamorato di quest’opera ricca di contrasti drammaturgici, aiutato egregiamente dal maestro del Coro del Teatro La Fenice Alfonso Caiani, fra le ragioni delle parigine convenzioni ufficiali e l’aspetto più intimo dei personaggi, Verdi ha nuovamente incantato tutti gli spettatori.

Grazie anche alla regia calibratissima di questo artista canadese, sicuramente uno dei più conosciuti al mondo per la sua inimitabile capacità di reinterpretare l’opera senza tradirla. Anche grazie alle scene e costumi di Patrick Kimmonth e alla coreografia di Philippe Giraudeau che ci fanno vivere la vicenda in una sorta di travolgente locale notturno e poi in una magica foresta sommersa continuamente da banconote verdiane, quasi a simbolo di una vicenda che non ha tregua se non con la rottura degli equilibri famigliari, e fino a immergerci nell’aria tenebrosa del terzo atto, fra ponteggi e muri con dipinti  scrostati, mentre la protagonista Violetta stremata muore fra le braccia di Alfredo Germont egregiamente interpretato dal tenore Stefano Pop. Violetta, alla prima dell’8 febbraio, è stata portata in scena, con grande personalità e fascino, dal soprano Rosa Feola.

Siamo di fronte a uno dei massimi capolavori verdiani. Che rese a suo tempo famosissima Maria Callas nel suo debutto alla Scala del 1955 con la indimenticabile regia di Luchino Visconti. Con questa applauditissima ripresa di Robert Carsen La Fenice ne celebra ulteriormente il ventennale e assume un forte valore simbolico. Ma soprattutto ha colpito la presenza di cast di alto livello a cominciare dall’imponente Roberto Frontali in scena nel ruolo del padre Giorgio Germont. Il baritono italiano per eccellenza dà vita a questo catartico personaggio di estrema complessità, autentico protagonista dell’opera. Frontali esprime la sua personalità attraverso un libero declamato, duttilissimo a seguire i moti dell’animo eppure mai povero di sostanza melodica.

Giorgio Germont nella Traviata incarna lo scontro sociale che si innesca tra Violetta e il padre del suo amato Alfredo. Giorgio lamenta il fatto assurdo che in Provenza, ottocento chilometri a sud di Parigi, la figlia “pura siccome un angelo” non può trovar marito a causa della convivenza del fratello con una “cortigiana”.

E Violetta accetta di abbandonare Alfredo ascoltando Giorgio, ricadendo nel dolore più assoluto che non sarà ripagato dal suo infinito amore verso Alfredo giunto a consolarla al suo capezzale. Mentre Violetta è languente, fuori impazza realmente il carnevale veneziano.

Piacevole anche il mezzo soprano Carlotta Vichi nel ruolo di Flora Bervoix e il soprano Barbara Massaro che interpreta la parte di Annina, badante di Violetta. Così come il tenore Paolo Antognetti nel ruolo di Gastone e il baritono parmense Armando Gabba che inscena il Barone Douphol. Ricordiamo anche il basso Mattia Denti nella parte del Dottor Grenvill che viene ripetutamente chiamato per assistere Violetta morente.
Per non parlare di questa deliziosa super applaudita Rosa Feola nel ruolo di Violetta Valéry. Lei, secondo un divertente commento di Eugenio Montale, «canta come canterebbe la cornice di una specchiera seicentesca se l’opera di un orafo potesse aver voce». «Il melodramma italiano è un’opera d’arte tutta speciale – costruita sul ciglio di un abisso di ridicolo, e pericolosamente inclinato, ci si sostiene a forza di genio: da un secolo, questo equilibrio prodigioso, si verifica. Oggi il Melodramma vive i suoi tardi giorni, pieno d’acciacchi. Sarà certo meno antico del Colosseo per esempio o della Torre di Pisa, ma è più vecchio, infinitamente più vecchio. Ebbene lo si tiri via dal suo letto. Lo si traduca nel cinematografo – lo si introduca sui rulli, trasmettiamolo attraverso l’elettricità». Queste famosissime considerazioni di Bruno Barilli mi sono subito tornate in mente alla fine di questa travolgente Traviata. Eros e Thanatos costituiscono l’essenza di quasi ogni opera lirica ed è significativo che il primo titolo di Verdi per la Traviata fosse Amore e Morte. Violetta Valèry è l’incarnazione vivente di entrambi e., in quanto tale, personifica quasi l’opera come forma d’arte in sé.

La Traviata rimarrà in scena a La Fenice anche il 13 il 15 e il 17 febbraio. Non perdetevela. Un Assoluto capolavoro.


Le fotografie dello spettacolo sono di Michele Crosera.

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