Leo Carlesimo
L'ultima puntata di “Pirati a Sarawak”

La notte di Zurigo

«Passa del tempo. A poco a poco in Narges, sola in piedi a pochi passi dalla porta, allo stupore subentrano indignazione e rabbia. L’hanno riportata su di peso, l’hanno ficcata dentro, le hanno tolto la chiave...»

Riassunto delle puntate precedenti. Mr O, l’advisor commerciale della Compagnia per l’estremo oriente, propone ad Angelo un affare: la costruzione della diga di Baleh, in Sarawak, Malesia insulare. Il progetto della diga è collegato all’apertura di certe miniere di bauxite nel sud del Borneo e allo sfruttamento del legname proveniente dalle aree di foresta da disboscare. Angelo sulle prime è riluttante, ma si lascia convincere. Dopo una missione esplorativa in Sarawak, partecipa all’incontro con la moglie del governatore, madame Aisha, persona-chiave per ottenere l’appalto. Con lei Mr O negozia un accordo in base il quale Aisha convincerà il marito ad affidare al minore dei suoi figli – Rachid, finora pecora nera della famiglia – l’opera e quest’ultimo si servirà della Compagnia per costruirla. Il rapporto con Rachid, però, si dimostra problematico: l’uomo, sui trentacinque, è aggressivo, viziato, sprezzante. Mr O riesce ad ammansirlo, anche grazie a una ragazza che gli mette accanto: Narges, una studentessa iraniana molto bella, iscrittasi all’università di Kuala Lumpur per andar via dal suo paese. Rachid è, tra le altre cose, rappresentante della Malesia presso la FIFA e parte per Zurigo per degli incontri in vista dell’assegnazione del mondiale di calcio 2022. Chiede ad Angelo e Mr O di accompagnarlo.


Riunioni ufficiali a parte – che si tengono nella sede centrale dell’Associazione, in FIFA-Strasse 20 – le cene e gli eventi mondani – cioè la vera sostanza dell’assemblea, occasione d’incontri e conversazioni riservate – hanno luogo al Baur au Lac, il noto albergo affacciato sul lago. Quasi tutte le delegazioni s’accampano lì. Fuorché quella malese. Rachid ha preferito pernottare altrove. Il giorno prima della partenza ha spedito da Mr O Mufik – il sodale-segretario – con l’incarico di scegliere un albergo più piccolo e più raccolto, in posizione defilata. Un luogo meno animato e meno esposto. La notte di Zurigo ne spiegherà il perché.

Prendono alloggio nel boutique hotel che Rachid ha scelto. Lui e Narges occupano una suite al secondo piano, la numero 203. Si riposano dalle fatiche del viaggio, prendono un bagno nella vasca con idromassaggio che hanno in camera, Narges – carinissima e affascinante – soddisfa tutte le sue voglie. Ma quando poi si fa l’ora di uscire, lui le comunica che non la porterà con sé. C’è una cena al Baur au Lac dove le donne non sono contemplate. Che resti in camera ad aspettarlo, le dice. Beh, forse allora andrò a farmi un giro per conto mio, fa Narges. No, resta qui, ribatte lui. Non lo dice con gentilezza, ma Narges non ci fa caso. Rachid si veste e se ne va.

La cena è in un privé di Zuma, la catena di ristorazione giapponese sedicente di lusso, che possiede un locale al Baur au Lac. Angelo e Mr O accompagnano Rachid con l’auto che hanno noleggiato e assistono in disparte alla cena, cui partecipano i rappresentanti di diversi paesi asiatici e africani, perlopiù islamici. A un certo punto compare un ex-calciatore famoso che ha in quegli anni un ruolo di rilievo nella federazione. Saluta il gruppo e per qualche minuto s’apparta in un angolo col figlio di un emiro, che chiama a sé altri commensali. Rachid è tra loro. Confabulano per alcuni minuti.

La cena – tronfia e mediocre – è finita, il calciatore famoso se n’è andato. Rachid ha ancora qualcosa da discutere col figlio dell’emiro, poi si stacca dai capannelli che si formano e si disfano attorno al tavolo, fa cenno ad Angelo e Mr O d’avvicinarsi e chiede loro di riaccompagnarlo. Mr O fa chiamare l’autista dal concierge, l’auto compare sotto al portico, una silenziosissima berlina nera. Il valletto apre la portiera, Rachid s’accomoda a bordo.

Pochi minuti sul lungolago, diretti verso una zona più tranquilla e appartata della città, e sono al boutique hotel. Non fanno in tempo a entrare che Joseph, Mufik e Aslan si fanno loro incontro con tre facce da funerale, musi lunghi e impauriti. Dov’è Narges, chiede Rachid. Joseph, Mufik e Aslan scuotono la testa sconsolati. Narges non c’è, fa Mufik, Narges è scomparsa.

Rimasta in camera dopo la partenza di Rachid, Narges accende la tivù, fa un po’ di zapping, va al frigobar, girella per la suite. S’affaccia al balcone, è una bella serata. Si vede, oltre la ringhiera, uno scorcio di lago sotto il bosco. Aiuole fiorite accompagnano il bordo dell’acqua. Scorci di prati curati, siepi e giardini che circondano ricche case affacciate sulla riviera. L’opulenza solida e misurata della vecchia Europa, lontana dall’esibizionismo dei nuovi ricchi. E’ invitante, per Narges, questa cornice di placida prosperità, sembra racchiudere delle promesse. Le luci costiere disegnano la silhouette del lago, sulla cui lastra scura si specchia una città sazia della sua agiatezza.

Infila un paio di jeans, sneakers, una maglia, si butta sulle spalle una giacchetta. Sta attraversando la hall, diretta verso la porta girevole della concierge, quando Aslan – il sodale-faccendiere – l’avvicina. Dove vai, le chiede. A passeggio, risponde lei. Meglio di no, fa lui, meglio che torni in camera. Ci sono stata finora, fa Narges, mi annoio, mi va d’uscire, vado a fare due passi. Rachid t’ha detto di aspettarlo in camera, fa Aslan, sali di sopra e restaci, fa’ la brava. Lui se n’è andato a cena per i fatti suoi, fa Narges infastidita, ho fame anch’io, vado a mangiare un boccone, dopo torno. No, ripete Aslan, meglio di no, indurisce il tono, ti riaccompagno su. Neanche per idea, fa Narges, ho voglia d’aria. Accanto a loro compare Joseph – il gigantesco sodale-bodyguard –  non dice nulla, parla solo Aslan. Vieni con noi di sopra, ripete, niente storie. Lui e Joseph prendono Narges a braccetto, uno da una parte uno dall’altra, la conducono verso l’ascensore. Narges, sorpresa, prova a liberarsi, ma Aslan e Joseph la stringono, l’ascensore è vicino, la spingono in cabina, Aslan preme il pulsante del secondo piano. Nessuno dei due la guarda, tengono gli occhi altrove, annoiati, come le avessero semplicemente reso nota un’ovvietà. Così sarei prigioniera, fa Narges, riesce a dire soltanto questo, mentre salgono su. Non prigioniera, no, fa Aslan, conciliante, però Rachid t’ha detto d’aspettarlo in camera, tu resta lì, ti faccio portar su qualcosa dal room service. Non so che farmene del room service, dice Narges, voglio uscire. Meglio di no, fa Aslan, meglio che lo aspetti nella tua bella stanza. Ormai sono davanti alla 203. Aprila, dice Aslan. Ho detto che vado a farmi un giro, ribatte Narges, prova di nuovo a liberarsi. I due la tengono ferma. Senza dire una parola Joseph le prende la borsetta, vi fruga dentro, ne estrae un badge, fa scattare la serratura. La spingono oltre la soglia. Questo lo tengo io, fa Aslan, Joseph gli passa il badge. Escono. Chiudono la porta su Narges impalata e stupefatta.

Passa del tempo. A poco a poco in Narges, sola in piedi a pochi passi dalla porta, allo stupore subentrano indignazione e rabbia. L’hanno riportata su di peso, l’hanno ficcata dentro, le hanno tolto la chiave. L’indignazione, in lei, ha radici lontane. Chiusa in un serraglio. Conosce bene certi stati di cattività orientali, i loro confini fatti di veli e altri indumenti, mura domestiche e tutela maschile. Non è per finire in un altro serraglio che ha abbandonato il suo. Il suo paese, la sua famiglia. Dai serragli islamici, Narges ha imparato a evadere. La via maestra, giù per la hall, è sorvegliata dai pasdaran di turno. S’affaccia alla porta, il corridoio del secondo piano dà su una terrazza. E in fondo alla terrazza s’intravede una scala. Ai piedi della scala un giardino. Il parco dell’hotel, che tra siepi, aiuole e vialetti inghiaiati conduce a una passeggiata che costeggia il lago. Da un’ansa della promenade sporge un pontile. In fondo al pontile spunta la prua di una barchetta a remi, legata a una cima annodata a una bitta. Narges tira delicatamente a sé la barca, scioglie la cima, avvicina la poppa, vi sale su. La barca ondeggia, il molo s’allontana. Lei voga tranquilla sull’acqua nera. Scivola via, lasciandosi dietro la silenziosa scia di mulinelli che i remi, affondando, incidono nella lastra lucida, liscia come l’olio. Fino a un altro pontile, in fondo al quale due scalini di legno danno accesso a un sentierino che attraversa il prato. Il prato confina col lungolago, la via asfaltata, la città aperta.

L’ira del capo non fa in tempo ad abbattersi sui tre inetti guardiani. Mufik ha appena finito di pronunciare quelle tre parole – Narges è scomparsa – che davanti al boutique hotel si fermano, con stridio di freni, due vetture. Una limousine bianca e un pullmino nero. Dalla limousine scendono tre uomini tra i trenta e i quaranta, tre dei partecipanti alla cena al Baur au Lac. Sono in abiti sportivi, adesso. Smart casual si chiama quel dress code occidentale, informale ed elegante, che può vestire chiunque, s’adatta senza problemi anche ai loro lineamenti marcatamente mediorientali. Rachid deve reprimere rabbia e dispetto per la fuga di Narges, s’affaccia alla scalinata dell’hotel, accoglie i suoi ospiti. Strette di mano, abbracci fraterni, elaborati salamelecchi. Dal pullmino nero scendono, intanto, le ragazze. Una decina. Bionde, brune, rosse. Vestitini succinti. Minigonne, ticchettio di tacchi a spillo. Risucchiato da un gorgoglìo di gridolini e risate, il gruppo sparisce dentro l’hotel.

Dove i tre inetti guardiani hanno appena conquistato il controllo del bar. Locale piccolo, al pianterreno, a quell’ora deserto. Una saletta accogliente: luci basse e soffuse, boiserie alle pareti, intarsi di legni chiari su legni più scuri, ottoni lucidi, lampade liberty, paralumi a vetri colorati, verdi e rossi, stucchi, soffici tappeti ad attutire il calpestìo del gruppo. Dietro al banco è di turno una biondina, seria e compunta nella sua livrea, il ricamo dorato col marchio dell’hotel sul risvolto del taschino, subito sopra la spilla-distintivo col suo nome. Si chiama Greta. Una ragazza pallida e minuta che Aslan e Joseph si danno subito a importunare. Girano dietro al banco. Uno da una parte, uno dall’altra. Sorrisi, battute, entrano nell’area di servizio riservata a lei, tra scaffali e bottiglie, la avvicinano d’ambo le parti, allungano le mani, si prendono delle libertà. L’obiettivo non è lei, ma impadronirsi del bar.

Greta risponde, resiste, tenta una reazione. Poi scappa via dalla sala, rossa di sdegno, proprio mentre Rachid e i suoi ospiti vi fanno ingresso. Chissà se dopo andrà a lamentarsi in direzione. C’è da scommettere che, se pur lo farà, la sua denuncia non andrà lontano. Rachid ha certamente scelto apposta quell’albergo, ne conosce i gestori, che a loro volta conoscono lui e i suoi svaghi notturni. Chiudono un occhio, compensati a dovere. Neutrale tolleranza elvetica. Quel che ha in mente, si capisce poi, è trasformare il bar dell’albergo in una bisca-bordello, in cui passare il resto della nottata. Cose che non potrebbero accadere in un grande albergo come il Baur au Lac, gli sono permesse qui, in questo piccolo consenziente boutique hotel.

Così inizia la notte da debosciato di Sandokan, il figlio del governatore, mentre Narges passeggia libera sulle sponde del lago, passa il Quaibrucke, raggiunge il Munsterbrucke, penetra nel cuore della città vecchia. Lungo le strade affacciano negozi e caffè, sobrie insegne in ferro battuto, vetrine illuminate; alzando lo sguardo il profilo della città si fa più serio e austero, scandito dai frontoni di edifici solenni. Gente elegante a passeggio, nel traffico lento e regolato di uomini e veicoli.

Entra in un bistrot. Un locale tra i tanti, bancone e tavoli di legno grezzo, luci bassissime, illuminazione ottenuta in gran parte con le candele, il posto è noto per quello; ci si può bere o mangiare qualcosa, una buona metà dei tavolini è occupata da clienti d’ambo i sessi, parecchi grossomodo della sua età. Narges si siede a un tavolo d’angolo, su un alto sgabello, ordina un bicchiere di bianco puntando il dito a caso sulla lista che la cameriera le porge. Lei sorride, fa un lieve inchino, solo col capo, torna un minuto dopo col calice di vino. Narges si sente a suo agio, si rilassa. Quello che non potrebbe mai fare a Teheran e solo in modo molto diverso, più forzato e fuori luogo, a KL, è così facile qui. Una bella ragazza sola seduta in un bar svizzero a bere vino. Diversi sguardi maschili sono attratti da lei, la lambiscono, ma nessuno la importuna. Intanto, Mr O…

Mr O ha visto crollare in un solo istante il castello di carte che con tanta fatica aveva eretto. La delusione, l’ira di Rachid per Narges possono essere letali, per lui… Mr O non è un ruffiano. Sarebbe, piuttosto, il contrario: la sua natura lo porterebbe ad attaccare, più che a compiacere. Ma al di là dell’indole aggressiva, prevale su tutto, nelle sue azioni, un’intelligenza utilitaria: se per il raggiungimento dei suoi fini conviene fare il ruffiano, lui fa il ruffiano. Solo che in tal caso deve anche assumersi i rischi del ruffiano. Che consistono, in massima parte, nella volatilità dell’esito delle sue azioni: è molto facile, per un ruffiano, veder mutare all’improvviso blandizie e adulazioni in offese. C’è un limite sottile che inverte il segno della compiacenza. Gli sforzi di Mr O per conquistarsi Rachid tramite Narges, possono facilmente trasformarsi in insulti portati attraverso lei. Difatti, l’atteggiamento di Rachid torna immediatamente arrogante e ostile come all’inizio. Senza più curarsi di loro, riceve i suoi ospiti e dà inizio al festino nel bar dell’hotel, le cui porte si chiudono su Angelo e Mr O, lasciati desolatamente fuori.

Narges, intanto, bevuti un paio di bicchieri, esce dal bistrot gradevolmente alticcia. Vaga per i giardini che costeggiano il lago, libera e ignara. E’ bello, il lago di notte, questo specchio scuro in cui si riflette la città. Le luci liquide e illusorie della prosperità europea. Una lunga sfilata di edifici annosi, duplicati dalla lastra nera. E’ attraente e persino misteriosa, per Narges, la vita autoreferenziale e soddisfatta di questo stadio maturo della civiltà occidentale, quasi un sesamo che nasconde un perturbante segreto.

Squilla il suo cellulare. Lei non avrebbe alcuna intenzione di prendere la chiamata. Ma il numero è quello di Mr O, a lui non può dire di no. Risponde. Torna qui, fa Mr O. Neanche per idea, fa Narges. Vieni subito, c’è una cosa che devi fare per me, chiude brusco, attaccando senza darle il tempo di replicare. E adesso Narges, seduta su una panca in riva al lago, lambita dal passeggio della folla, piacevolmente stordita dal vino, dalle luci e dai suoni della città, poggia il mento sul palmo della mano, il gomito sul ginocchio, guarda l’acqua nera, così quieta e complice, e ci pensa su.

Un quarto d’ora dopo, squilla il cellulare di Mr O. Dove sei, chiede. Qui davanti. Aspetta, non entrare, fa Mr O, ti vengo incontro. Molla un centone al portiere perché l’aiuti. Non vuole che Narges entri nella hall, dove Joseph potrebbe vederla, magari trascinarla dentro, riportarla al capo. Non prima di averle parlato. C’è un altro ingresso, sul vicolo. Ed è lì che la guida. Scortata dal portiere di notte e da Mr O, Narges rientra nel boutique hotel dal retro, percorre il backstage umido che sostiene la lustra facciata, corridoi mal illuminati dove affacciano magazzini, lavanderie, cucine, fino a un ascensore di servizio di cui il portiere di notte ha la chiave. Li conduce su al secondo.

Dentro al bar, intanto, prende vita la bisca-bordello. Al tavolo centrale siedono i giocatori. E’ comparso un mazzo di carte. Un po’ in mano un po’ in tavola, via via scoperte. Non si gioca a soldi – per quel gruppo di giocatori, le cifre che ha senso mettere sul tappeto verde non vogliono dir nulla – ma ad alcolici: chi perde beve. Attorno, circolano le ragazze. Offre a tutti vino e liquori Aslan, che ha preso posizione dietro al banco, al posto della biondina messa in fuga. S’è impadronito dello scaffale di liquori e versa vini bianchi, rossi, champagne. Che l’ultimo del terzetto, Mufik in versione cameriere, serve su un vassoio d’argento ai giocatori. Alle ragazze, gli ordina con lo sguardo Rachid: le vuole alla svelta ubriache.

Festino che segue i collaudati rituali inscenati dai tre cerimonieri: Joseph, Mufik e Aslan conoscono i gusti del capo. Liturgie elementari, a base d’alcol, gioco d’azzardo e puttane. Alcune delle ragazze mezzo svestite hanno preso posto al tavolo, si danno da fare con Rachid e i suoi pari. Non più una telesina, ma una specie di passatella. Rachid fa il boss, Mufik il mazziere, Aslan ha spinto accanto al tavolo il carrello dei liquori. Ne versa a chi, a seconda degli esiti, pesca la carta che impone di bere. Fa in modo che tocchi spesso alle ragazze. Rachid ne ha sedute un paio sulle ginocchia. Una si chiama Lorna, dice d’essere slovacca e tiene l’alcol troppo bene per i suoi gusti. La vuole in fretta docile e doma. Sicché chiama Mufik, gli sussurra all’orecchio in suo nome, assegnandogli il compito di farla ubriacare.

Chiusa nella 203, a tu per tu con Mr O, Narges ha provato a spiegare: s’è solo seccata di come Rachid l’ha trattata, lasciandola in balìa di quei tre, e ha deciso d’andarsene per i fatti suoi, fregare i maschi e farsi un ampio, libero giro per la città… Spiegazioni inutili. Mr O non ne ha bisogno. Non rimprovera Narges né le fa scenate, i suoi meccanismi non funzionano così. Il passato, che non può modificare, non ha interesse per lui. Tutto ciò che gli importa è cosa fare ora. Le prende le mani, le parla con calma e serietà, vuole che capisca bene quel che s’aspetta da lei. Quando ha finito, l’accompagna in bagno. Narges deve darsi una bella rinfrescata, sistemarsi a dovere, rifarsi il trucco. Mettere l’abito più sexy che ha, un vestitino nero, gonna corta, spalle nude. Poi scendono. Davanti alla porta chiusa del bar, Mr O parla a lungo con Joseph, allunga anche a lui qualcuno di quei centoni. Le porte della sala si aprono, Mr O getta Narges nella mischia.

Dentro, la passatella ha fatto le sue vittime. Tutti mezzo ubriachi, attorno al tavolo, le ragazze perlopiù svestite, gli uomini rossi in viso, sbronzi e sguaiati. Narges li aggira, passa dietro al bar, si porta alle spalle di Rachid, che ha sulle ginocchia quella Lorna ormai ubriaca e addosso, attaccate alla schiena, altre due. Occhio appannato da bestia sazia. Come la vede, Rachid la respinge, goffo e volgare. Ma Narges non demorde, gli si fa sotto una seconda volta, una terza. Ha due vantaggi, lì dentro: è l’unica sobria; ed è di gran lunga la più bella. Rachid la smanaccia, ma lei insiste. Anche Lorna e le altre le vanno contro, allontanano l’intrusa. Ma ormai hanno perso forze e lucidità e lei ha buon gioco nello schivarle, si piazza davanti a Sandokan, riesce a toccarlo, gli prende una mano, strappa un sorriso al suo faccione imbolsito…

Fuori dalla sala, in un angolo della hall, Mr O chiacchiera paziente col portiere di notte, inganna l’attesa bevendo cognac. Passa del tempo. Sono quasi le quattro del mattino quando finalmente la porta si apre. Ne escono Narges e Rachid, stretti in un abbraccio; o, piuttosto, è lei a sorreggere lui. S’avviano su. Rachid tiene per il collo una bottiglia. Beve a canna, sbrodolandosi. Narges gli sfila dal taschino la pochette e gli asciuga il mento. Gliela sistema intorno al collo, a mo’ di bavaglino. Lo guida verso l’ascensore.

Mr O termina il suo cognac e non appena l’ascensore torna libero sale su in camera pure lui. Il giorno dopo partono per Kuala Lumpur perfettamente riconciliati. A Rachid duole la testa, ha gli occhi pesti, segni visibili della notte brava. Narges si prende amorevolmente cura di lui. Se potesse vedere con quanto garbo s’occupa del figlio, farebbe breccia anche nel gelido cuore di madame.

Solo che nel mestiere di Mr O rovesci e recuperi non sono mai conclusivi. Il colpo che ribalta le cose può arrivare da qualunque parte in qualunque momento. Anzi, più sei vicino a concludere, più hai d’aspettartelo, devi stare all’erta. Quello che ricevette Mr O, col senno di poi avrebbe forse potuto prevederlo. Perché uscì dalla stessa crepa del sistema che lui aveva usato per infilarvisi. Ma quand’anche se ne fosse avveduto, avrebbe potuto fare ben poco per pararlo.

Infatti quella del figliuol prodigo è una parabola che contiene una verità: l’invidia. Al fratello disciplinato e geloso, non va giù che il padre festeggi il figlio reprobo e per lui scanni il vitello grasso. Qualcosa di simile dovette accadere nella famiglia del governatore. Ai dieci fratelli e fratellastri di Rachid non piacque il modo in cui madame brigava per favorire il più giovane.

Dovettero esservi questioni, in quella famiglia. E discussioni e liti e chiarimenti, che alla fine si risolsero in una spartizione. Nuovi patti furono stipulati e i fratelli ottennero la loro parte, la fetta di Rachid si ridusse a un morso. E uno dei risvolti di questo riassetto fu che l’impresa con cui stava concludendo l’accordo madame, la Compagnia, parve alla maggioranza della famiglia uno strumento non più idoneo, perché distorto, compromesso dalla sua iniziale partigianeria e perciò non più adatto a svolgere in modo equilibrato quel ruolo, nel nuovo ordine familiare che il governatore impose al progetto.

E’ molto improbabile che questa rivincita della componente più numerosa della famiglia non fosse sostenuta e guidata dall’impresa cinese che all’improvviso comparve all’orizzonte; e ch’era anch’essa – come la Compagnia – già attiva in Malesia, proprio in Sarawak, dove stava completando l’impianto idroelettrico di Bakùn; e che aveva – al pari della Compagnia – i suoi Mr O, capaci d’inserirsi nel gioco familiare. Più efficacemente di lui, a giudicare dall’esito.

Così, alla fine, nella nuova configurazione che assunse l’affare, quella che finì fuori dai giochi fu proprio la Compagnia, che restò a bocca asciutta. La diga di Baleh la costruì l’impresa cinese. Lezione che servì anche, al board di Milano, a capire che non c’era proprio verso di competere, laggiù. Quella parte di mondo è della Cina, la dirigenza di sede decise di ritirarsi dall’estremo oriente. Perciò quello fu anche l’ultimo contratto in cui la Compagnia si avvalse della collaborazione di Mr O: dopo il fallimento di Baleh, fu fatto accomodare in pensione; del resto, ne aveva tutta l’età.

Ultimo, marginale risvolto di quell’insuccesso, fu il ridimensionato del ruolo di Angelo, la cui carriera subì una battuta d’arresto. La Compagnia aveva speso un bel po’ di tempo e denaro, su quel progetto; è inaccettabile lo spreco di risorse senza un ritorno, qualcuno deve ben pagarne il conto. E dire che lo aveva anche pensato, che quella fosse fin dall’inizio una storia scombinata, una fantasia senile di Mr O che non li avrebbe portati da nessuna parte. Ma s’era lasciato incantare, non tanto dagli intrighi di Mr O, quanto dal fascino dell’opera – era una bella diga, in uno strano posto – e da un nome di luogo, nient’altro che una parola: Sarawak, terra di pirati e d’avventure, canto delle sirene di vecchi libri.


FINE

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