Cartolina dall'America
Il sogno di Jesse
Ricordo di Jesse Jackson, campione dei diritti umani, che ha speso la sua vita per realizzare un sogno: dare dignità ai neri. Fino a che punto la sua battaglia è stata vinta?
Sulla mia scrivania ho un ritaglio del giornale Chicago Tribune del 5 novembre 2008, giorno dell’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti. In esso c’è una foto in primo piano di Jesse Jackson con gli occhi pieni di lacrime che ascolta in piazza questa notizia che cosi tanto ha contribuito a determinare. Un’immagine davvero commovente! (Nella foto qui sopra accanto al titolo)
Adesso che ci ha lasciato, tutti raccontano la storia di questo leader dei diritti civili che si trovava assieme a Martin Luther King quando quest’ultimo fu assassinato a Memphis in Tennessee il 4 aprile 1968 e che già prima di quel tragico evento aveva imboccato in difesa dei diritti dei neri una strada che avrebbe percorso ininterrottamente e attivamente per circa sessant’anni.
Ma a me che vivo a Chicago, città accogliente, aperta e democratica, interessa raccontarvi come la sua presenza abbia sempre determinato in città un clima di allerta nei confronti di possibili violazioni dei diritti civili nelle fabbriche, nelle università e negli uffici di qualsiasi tipo e grandezza.
Arrivato a Chicago dal South Carolina appena teenager per visitare suo zio che viveva tra la 61esima strada e Vernon e lavorava all’ufficio postale di Englewood, scoprì una citta dove la segregazione non era rigida come nella sua citta natale. Nel 1960 andò a studiare a Champaign, Urbana all’università dell’Illinois, lo stato di Chicago, e ottenne una borsa di studio eccellendo in vari sport dal baseball al football al basket. Ma proprio ad allora risale la sua decisione di partecipare alla lotta per i diritti civili dei neri. In particolare ci fu un aneddoto che fu determinante. Egli stesso infatti lo ha ricordato più volte come il turning point della sua vita in direzione dell’impegno civile. Dopo essere tornato a Greenville, sua citta di origine, per le vacanze natalizie avrebbe dovuto scrivere per l’università un discorso, ironicamente proprio sul patriottismo. E per documentarsi avrebbe dovuto consultare alcuni testi. Ma al ramo della biblioteca pubblica dedicata ai neri non c’era uno dei libri che cercava. Allora fu mandato, con un messaggio esplicativo, alla sezione centrale della biblioteca a cui potevano accedere solo i bianchi. Tuttavia la bibliotecaria commise un errore fatale: fece una telefonata all’altra biblioteca, pensando che ciò avrebbe semplificato il problema. E invece ciò provocò il fatto che due poliziotti lo aspettavano all‘entrata della biblioteca. Jackson cercò di ottenere i libri, ma i poliziotti minacciarono di arrestarlo se non li avesse seguiti. L’umiliazione fu enorme. Jackson ricorda ancora che dovette tornare alla sua università nell’Illinois, prima della fine delle vacanze. Era solo in treno e rifletté su un fatto: “la biblioteca è pubblica. E quando ritornerò qui a casa quest’estate diventerà pubblica davvero. E io sarò in grado di usarla”. Cosi ritornò con altri 7 amici ed entrò nella stanza di lettura rifiutando di andarsene. Cosi furono arrestati e divennero The Greenville Eight. La successiva causa portò alla conclusione che le biblioteche dovevano tutte essere desegregate. Dagli anni ‘60 Chicago divenne la sua base di azione. Nel 1971 proprio a Chicago Jackson fondò Operation PUSH (People United to Save Humanity) e la National Rainbow Coalition che divennero poi la Rainbow Push Coalition. Un’organizzazione che aveva a cuore la giustizia sociale, I diritti civili e l’attivismo politico.
Ricordo ancora l’attenzione con cui salvaguardava i diritti dei neri. Nella università dove insegnavo allora negli anni ’90, vidi il reverendo Jackson alla testa dei suoi accoliti nell’atrio dell’università a causa di un professore che, secondo uno studente nero, lo aveva bistrattato, facendolo oggetto di un linguaggio non appropriato. I rappresentanti dell’organizzazione si presentarono con vestiti colorati, costumi africani suonando vari strumenti e organizzando un sit in molto rumoroso e movimentato, ma anche molto divertente, bloccando per quella giornata le attività didattiche e cercando di sensibilizzare gli altri studenti sulla condizione dei neri in città a livello nazionale
La sua parabola si estese a livello internazionale, viaggiò molto per portare la speranza di liberazione per molte comunità oppresse, soprattutto in Africa dal Sud Africa alla Nigeria al Congo incontrandosi con leader del calibro di Nelson Mandela. Due volte Jackson corse per la presidenza degli Stati Uniti ma non ce la fece. Tuttavia riuscì a portare a votare milioni di neri che erano rimasti delusi dalla politica dei democratici. Infatti è merito suo se molti dei voti degli afroamericani furono convogliati verso Bill Clinton che successivamente nel 2000 lo onorò della Presidential Medal of Freedom. Ed è certamente merito suo se Barack Obama, anch’egli attivo a Chicago, è stato eletto. Il suo pianto a Chicago mentre ascolta il risultato delle elezioni del 2008 che decretavano la vittoria del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti, rappresenta l’immagine di una vittoria dopo tanti anni di attivismo. Ed è quell’immagine che tutti noi porteremo negli occhi e nel cuore di questo gigante dei diritti civili. Buon viaggio Jesse e grazie!