Paolo Puppa
Una storia “accademica”

Il convegno

«Controlla di nuova la piccola lista di nomi, scritti su un foglietto prezioso. Sono i membri da far votare nelle commissioni relative a posti di prima fascia, nei prossimi concorsi, importanti per il gruppo che lui, ordinario e direttore di dipartimento, domina e guida»...

La piscina è ancora in ombra. Le azalee rosse, alle spalle del suo tavolino, sembrano patite come le rosee bouganville che si inerpicano, riflettendo la luce del lago, lungo la parete dell’albergo. In compenso, i bianchi cespugli di clematis e di gelsomini esalano un profumo stordente, nel maggio inoltrato. Chiede ancora succo d’ananas e un grasso cameriere, a disagio sotto la giacca nera, prigioniero di camicia e cravatta, accorre premuroso con vassoio, brocca e bicchiere di cristallo. Lui ha già consumato una ricca prima colazione, piccoli croissant e delicate sfogliatelle bevendo almeno tre caffè e due tazze di tisane al tiglio. La mescolanza della ceramica e dell’argento gli comunica benessere. Poi ha chiesto di eliminare le tracce, in modo che Ferri, il giovane collega associato e Pasini l’anziano assistente, che lo segue dappertutto come un’ombra, scendendo nel vasto giardino predisposto per il breakfast, pensino che lui stia a digiuno. Sorride con indulgenza verso se stesso. Quant’è bravo a nascondere quello che fa, con tutti, sempre! Nemmeno i suoi fidati collaboratori sanno le sue abitudini alimentari. Nelle cene, quando gli altri si abboffano, si controlla, al massimo verdurine e riso in bianco, e sguardi di riprovazione verso gli appetiti smodati dei colleghi.  Ma in camera, in frigo, ha fatto portare quello che conta. Il segreto, la mattina, scendere presto. Poi evitare accuratamente dolci e vini assieme, saltare i pasti ogni tanto, e ginnastica da camera, con pesistica all’alba, attrezzi presenti nella sua valigia, se la partner di turno lo consente.  Si controlla periodicamente il sangue, e il peso. Il corpo piccolo ma asciutto, senza un filo di pancia. Al pomeriggio, farà il bagno, indossando slip attillati, non anonimi e prudenti boxer, ad esaltare i doni della natura, con la sfrontatezza di un adolescente protervo. Fra meno di un mese, arriverà a cinquantanove anni, e finché l’anagrafe non segna sessanta, lui può ritenersi in fondo immortale. Lo testimonia la sua compagna Claudia, sfolgorante di petto e di capelli castani, occhi di fuoco e braccia muscolose, più alta di una testa (obbligata pertanto a non portar mai tacchi con lui, dotato in cambio di tacchi pronunciati sotto le scarpe) diventata ordinaria a pedagogia, tramite uno scambio accurato di favori con il preside di quella facoltà. Lei lo attende nel loro appartamentino di amanti gioiosi nel Terraglio. A casa, con la moglie Fausta, figlia del rettore quando lui era giovane in carriera, è riuscito alla fine a ricostruire un rapporto aziendale, dopo le scenate penose e le minacce di denuncia. Una condivisione di proprietà, la loro, e di accettazione dei reciproci difetti. Il trionfo non sa se assegnarlo alla amicizia, forse autentica, nonostante i vent’anni di differenza, nata tra le due donne, o alla ripresa di coccole coniugali, avviata di recente. E la moglie ha pianto, concluso il primo amplesso, dopo una pausa ultradecennale. Iniziativa strana, imprevedibile. Ma lui stima molto Fausta, un tempo graziosa con i suoi riccioli neri, le fossette sulle guance, la morbida bocca, il leggero, eccitante strabismo.  All’inizio, l’ha anche amata.  Questione di un anno o due. Quindi ha saputo far accettare tra loro una condivisione di proprietà e di responsabilità. Riconoscente, in quanto lei figlia del rettore non ha esitato a sposare un ricercatore, figlio di un umile maestro elementare e di una bidella. Le deve in più la gestione dell’unica figlia, Lia, stressante sin dall’infanzia, problematica con la sua anoressia ricorrente, i ricoveri nei centri specializzati, costosi e inefficaci, il tutto complicato dall’attuale, inquietante anemia. A vent’anni, esperta di psicologi e di neurologi, sua unica frequentazione. Sciupata e arida, lo guarda con odio immutato e non risponde mai alle sue domande, barricandosi in camera tra convulsi singhiozzi. Quando lui sta là, nel grande appartamento pieno di quadri, tappeti e mobili antichi, non fa che ripetere con rabbia alla moglie disperata la necessità di ricoverare la ragazza, perché “così non si può andare avanti”. Sarà anche per questo conflitto intollerabile che s’è premurato di informare Claudia che la loro relazione può durare all’infinito, a condizione non spunti una gravidanza. E la sua compagna, piena di progetti, pare essere per fortuna d’accordo. In una cenetta da Montin, sollecitato dai numerosi prosecchi, lui le ha soffiato ghignando: “I figli sono solo una iattura”.

I tavolini intorno a lui si vanno intanto riempiendo. I soliti turisti americani e orientali, qualche coppia in luna di miele forse, dato le effusioni continuate in pubblico. Controlla di nuova la piccola lista di nomi, scritti su un foglietto prezioso. Sono i membri da far votare nelle commissioni relative a posti di prima fascia, nei prossimi concorsi, importanti per il gruppo che lui, ordinario e direttore di dipartimento, domina e guida. Ma nomi concordati già col suo doppio meridionale, che coordina le falangi nelle università del Sud con cui si spartisce pure le committenze americane da visiting professor, con laute prebende. Ha saputo in un gioco abile di alleanze, concessioni e ricatti, controllare la maggioranza dei docenti di italianistica, almeno per quanto riguarda la geografia appunto del Nord e del Centro. Prova brividi di autocompiacimento per aver creato una rete del genere. Il simposio sugli epistolari di Nievo, in sinergia tra varie università, inizio alle dieci precise nel salone affrescato dell’albergo, dalla durata di ben tre giorni, è un mero pretesto per rifinire l’intesa. Ha fatto invitare, e aprirà i lavori, l’allievo prediletto del suo doppio siciliano, studioso imbarazzante e prolisso, che dovrà sancire ufficialmente gli impegni della santa alleanza. Con i due suoi collaboratori, un po’ in ritardo (fra poco proverà a chiamarli perché sono già le otto, e la luce dilaga sui tavoli e sulle tazzine), dovrà sistemare l’ordine delle relazioni. Scelta complessa, da organizzare bene, nella strategia del quadro generale. Valorizzare e non umiliare quelli che contano. Il ritardo però si sta facendo fastidioso. Lui deve calcolare un tempo di sfiato, prima di mostrarsi nel salone. Soffre di stipsi, e l’evacuazione non sopporta la fretta. Passi per Pasini dormiglione e molto gay, ma Ferri nervoso e scalpitante sentirà la sua sfuriata.

All’improvviso, il grasso cameriere l’avverte che una signora vorrebbe parlargli. Lui si irrigidisce infastidito, ma sorride per il consueto autocontrollo, e con una mano accenna di essere pronto. Vede con un inspiegabile trasalimento avvicinarsi al suo tavolo una bella donna che gli pare di conoscere, il viso abbronzato e eleganti occhiali da sole, che la rendono ancora più affascinante. L’accompagna un giovanotto che le assomiglia in modo straordinario, come un fratello minore dai lineamenti femminei, stessi capelli corvini e sguardo luminoso. Senza chiedere permesso, occupa disinvolta una sedia e spinge il compagno a fare altrettanto. E subito gli parla affabile, con una punta di ironia: “Ti ho visto ieri sera, nella sala ristorante, ma eri sequestrato dai colleghi. E mi son detta, domani però lo saluto bene, come si conviene”. Lui arrossisce, quasi fosse in colpa, e mormora: “Possibile? Non ci posso credere. Proprio vero che chi non muore si rivede”. E lei livida: “Moriamo tutti, ovviamente. Ma son contenta di rivederti in forma, coi tuoi loschi traffici”. Lui tossisce un attimo, e le chiede di presentargli il ragazzo, svagato a guardare altrove. “Oh lui? Non ha importanza, un amico conosciuto da poco e disposto a farmi compagnia”. Lui annuisce mentre al volo si ripassa mentalmente la donna.  Si chiama Silvia, ed è stata una sua assistente volontaria di quando era fresco ordinario, ottima conoscenza dell’inglese utile per lui, negato nelle lingue. Silvia, che lui ha corteggiato allo spasimo, assediandola con promesse assillanti. Un pomeriggio festoso, dopo una serie di baci interminabili al risucchio che gli facevano scoppiare l’affare tra le gambe, era riuscito a portarla in un albergo di Mestre. Quando stava nudo sul letto, un’erezione priapea fiocamente illuminata dal tubo al neon sopra il letto, smanioso di possederla, si era rivestita sbadigliando. Alle sue proteste furiose, lei implacabile aveva chiarito che era un gioco, solo un gioco, e che poteva benissimo fare a meno di una banale carriera al suo servizio. In effetti, là era finito tutto tra loro. Silvia era scomparsa dalla sua vita oltre che dall’Istituto, interrotta ogni ricerca. Un’avventuriera? Una vendicatrice delle donne? Una schizofrenica? Non sapeva inquadrarla. Ma era tanto ricca, armatori genovesi in entrambi i rami di famiglia, nessun bisogno di lavorare, e non usava l’università quale salvagente sociale. Si era informato, e aveva saputo che era stata malata, qualcosa di serio, che era guarita, che si era sposata con un banchiere, sempre ceti alti, che si era separata. Nient’altro. Ma quella donnina, la sua sola sconfitta amorosa, gli era rimasta radicata nel cuore e nei nervi. A lungo aveva sognato di farla sua. E ogni tanto con la moglie o con una delle sue femmine di passaggio, durante l’atto pensava di stringerla tra le braccia.

“Come mai sei qua?”, le chiede ordinando al cameriere “almeno un caffè” per la coppia. “In vacanza, caro mio. Vengo spesso sul Lago di Garda, e questo albergo è in pratica un’altra delle mie case. Siamo alloggiati là” e indica in modo ambiguo un grande pergolo che sporge alto dalla parete alle loro spalle. Poi, di scatto, con un movimento che gli fa riprovare il trauma di un tempo, e spostando il giovanotto, esclama “Basta, ti ho visto. Sei vivo e complotti sempre per qualche posticino. Tutto ok. Ciao e alla prossima”. Fugge facendo lo slalom tra i tavoli, il ragazzo che le va dietro annoiato. Lui si accorge di soffrire in modo orribile. Sì, quella donna maledetta è capace ogni volta di colpirlo. E chi è quel bel tipo, quel boy tanto avvenente? Un amante per il week end? Un figlio? Un figlio amante?

I due ritardatari nel frattempo sopraggiungono trafelati, ansanti e decisi a farsi perdonare. “Stavi con quella bella signora. Abbiamo aspettato che il mistero se ne andasse. Una tua conquista?”, gli chiede sfacciato il Ferri, pronto a scusarsi se ha fatto una gaffe. Ma lui non li ascolta nemmeno. Intima loro di verificare bene il foglietto lasciato sul tavolo. “Torno subito”, e si allontana di corsa. Si dirige verso la reception. Il cuore gli batte in modo assurdo e quasi sequestra un signore in una livrea pomposamente gallonata (probabile direttore, anche quello direttore come lui…) dietro il largo ripiano. Fa il nome di Silvia e chiede con cautela se occupa una o due stanze. Deve inviarle un omaggio floreale. “Una suite matrimoniale, e una camera a fianco comunicante. Sono in partenza, comunque”, l’uomo ribatte sospettoso.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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