Diario di una spettatrice
Maschere in affitto
La regista giapponese Hikari racconta una strana favola dove un attore si offre di recitare il ruolo di "familiare". Ma la vita e i sentimenti reali sono sempre in agguato
Entrare nelle vite degli altri, seppure per finta, non è mai indolore. Perché, anche se si recita, soprattutto se si recita, la vita è sempre vera e l’incrocio tra verità e finzione prima o poi produrrà effetti reali con cui si dovrà fare i conti. È questo il messaggio del secondo film scritto e diretto dalla regista, sceneggiatrice e fotografa giapponese Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki) Rental family. Nelle vite degli altri, presentato in anteprima lo scorso settembre al Toronto International Film Festival e che consiglio di vedere per le riflessioni che suggerisce e per l’interpretazione dell’attore canadese Brendan Fraser, indimenticabile protagonista di The Whale che gli valse l’Oscar nel 2023.
L’idea di affittare parenti finti per risolvere complicate situazioni familiari non è certo nuova: basti pensare alla mitica commedia Miseria e nobiltà che Eduardo Scarpetta scrisse nel 1887, rappresentata ripetutamente da suo figlio Eduardo De Filippo e portata al successo sul grande schermo da Totò e Sophia Loren. In quel caso, come è noto, la trovata diventava una farsa esilarante: un marchesino ingaggiava una compagnia di morti di fame facendoli passare per i suoi parenti nobili pur di convincere un cuoco a concedergli la mano della figlia ballerina.
Rental family parte dalla stessa idea per raccontare tutta un’altra storia che ha per protagonista Phillip, un attore americano (Fraser) che vive in Giappone da sette anni: la pubblicità di un dentifricio gli ha dato la fama ma da allora non ha combinato più niente. Sull’orlo della disperazione accetta di fare la comparsa per un’agenzia, la Rental Family appunto, che fornisce su richiesta dei clienti un servizio molto particolare: affitta attrici e attori pronti a interpretare parenti e amici nelle situazioni più disparate e talvolta disperate. Una parodia in apparenza assurda che in realtà è lo specchio di ciò che a tutti capita di fare nella vita: fingere di essere qualcun altro.
“In pratica vendete persone”, dice Phillip al titolare dell’agenzia.
“No, noi vendiamo emozioni. E così aiutiamo le persone a risolvere situazioni difficili”, replica il titolare.
“Ma non sarebbe meglio affrontare la verità? Non sarebbe meglio andare in terapia?”
“Non le è forse chiaro che in Giappone i problemi mentali sono stigmatizzati. Mi creda, è meglio risolverli così.”
Dunque si recita e non certo a soggetto, ma sulla base di copioni studiati maniacalmente all’insegna della perfezione nipponica.
La prima comparsata di Phillip avviene in un funerale, o meglio in quello che lui crede essere un funerale. Ma mentre tutti si disperano il “defunto” risorge, rassicurato dall’amore di parenti e amici che intende vivere finché è ancora in tempo. Scioccato da questa prima recita, Phillip entra gradualmente in questa dimensione parallela in bilico tra verità taciuta e falsità esibita, diventando il “gaijin” (cioè lo straniero) dell’agenzia in un crescendo di ruoli sempre più difficili: interpreta lo sposo canadese di una giovane donna lesbica che deve ricorrere a un matrimonio di facciata per poter uscire dalla famiglia d’origine e sposare la sua fidanzata; poi un giornalista americano ingaggiato per intervistare un ex attore giapponese un tempo famoso e ora affetto da demenza; infine il padre di una bambina che ha bisogno di entrambi i genitori per essere ammessa nella scuola privata più prestigiosa di Tokyo.
Ma recitare stanca. E comunque non è una corazza sufficiente a garantire l’assenza di emozioni, a impedire di entrare nelle vite degli altri e alla fine di esserne coinvolti. Non racconterò cosa succede a Phillip nella relazione con il vecchio attore Kikuo e con la piccola Mia: entrambi gli offrono la verità della loro esistenza, la fiducia e l’amore che Phillip non ha mai conosciuto. E a lui non resta che arrendersi ai sentimenti che sono più forti di qualsiasi recita, nonostante i parenti che lo hanno ingaggiato gli impongano il distacco previsto dal contratto.
Il vecchio attore era solito pregare in un piccolo santuario accompagnato da Phillip che però non era mai entrato, estraneo a qualsiasi pratica religiosa. Alla fine decide di inchinarsi e varcare quella soglia. Così scopre che là dentro c’è solo uno specchio, la sua immagine riflessa dentro uno specchio. Dio è ovunque, anche dentro di noi, gli aveva detto Kikuo. E Phillip-Fraser alla fine ride, lui è sempre lui nonostante tutti i ruoli che gli hanno fatto recitare. La sua verità va oltre tutte le maschere.