Diario di una spettatrice
Amleto e suo padre
Arriva in Italia "Hamnet", fortunato film di Chloé Zhao che romanza un frammento della vita di Shakespeare e di suo figlio: una riflessione sul concetto di "perdita"
Ha un senso raccontare oggi la storia dell’unico figlio maschio di William Shakespeare, Hamnet, morto di peste a undici anni nel 1596? Mi sono fatta questa domanda vedendo il film Hamnet. Nel nome del figlio, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, scritto, diretto, prodotto e montato dalla regista cinese naturalizzata statunitense Chloé Zhao, interpretato da due eccellenti attori irlandesi, Paul Mescal e Jessie Buckley, già vincitore di due Golden Globe e candidato a 8 Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e migliore attrice protagonista.
Confesso che ho visto il film non perché interessata all’argomento, ma per la presenza di quegli interpreti e perché la stessa regista firmò nel 2021 lo straordinario Nomadland, Leone d’oro a Venezia e due Oscar al film e alla regia.
Ma quella domanda – c’è ancora un senso in questa vecchia storia romanzata che collega la morte del piccolo Hamnet alla nascita del personaggio mito del teatro shakespeariano Hamlet, ovvero Amleto, visto che all’epoca Hamnet e Hamlet si equivalevano – ha continuato a girarmi in testa per tutti i 125 minuti della pellicola.
E alla fine ho pensato che sì, un senso ce l’ha, almeno per me: la storia di Hamnet può essere riletta come la metafora di tutte le perdite inaccettabili che migliaia di padri e di madri subiscono oggi, nella peste di guerre insensate che stanno cancellando una generazione di figli.
Stratford-upon-Avon, 1582. Il diciottenne William, conciatore e guantaio, si innamora perdutamente di Agnes Hathaway, ragazza selvaggia che ama vagare nella foresta in compagnia del suo falco cercando erbe officinali per pozioni e farmaci. Agnes è per molti “la figlia della strega” e in effetti le donne della sua famiglia sono dotate di poteri e di visione. Lei compare nella prima scena rannicchiata nella cavità di un albero con un abito rosso e il viso sporco di terra, richiama il falco con un fischio e l’uccello afferra il guanto che lei gli offre. Tra Agnes e William è colpo di fulmine, si sposano e lei avrà una figlia che partorirà nel bosco, Susannah. Ma il paese e la famiglia stanno stretti al futuro Bardo, lui parte per Londra in cerca di fortuna, mentre la moglie nuovamente incinta darà alla luce due gemelli, Judith e Hamnet.
La regista ricostruisce gli interni delle case del XVI secolo a luce naturale, inquadrature che sembrano quadri fiamminghi in cui i personaggi si muovono come su un palcoscenico teatrale. Tanto angusti e bui sono gli spazi domestici quanto immensa e luminosa è la natura che li avvolge, immensi sono gli alberi sotto cui Agnes cerca protezione dal mondo ostile, protezione per lei e per i suoi bambini che crescono mentre William è sempre più lontano e assente, travolto da interessi e fama che per lei, analfabeta, sono incomprensibili. La morte è una presenza quotidiana, all’epoca un terzo di tutti i bambini moriva prima dei dieci anni. La peste che periodicamente si diffonde contagia Judith. Ma il fratello che senza lei non può vivere decide di giocare con la morte lo stesso gioco che ha sempre fatto con i grandi: ingannarla scambiandosi gli abiti, tanto i due gemelli sono uguali.
Quando William torna a casa è troppo tardi. La disperazione di Agnes per la morte di Hamnet si unisce alla rabbia per l’assenza del marito. Il lutto è insopportabile per entrambi e incrina il loro rapporto. Ma quando Agnes scopre che William ha scritto una tragedia intitolata Hamlet, la curiosità la spinge fino a Londra. Ed è mescolandosi al pubblico in piedi nella platea del Globe Theatre che Agnes scopre finalmente ciò che fa William: il teatro. William incarna sul palcoscenico il fantasma del padre defunto e l’attore che interpreta Amleto fa risorgere suo figlio morto.
Ci sono due momenti molto toccanti nel film. Quando William pronuncia le parole del famoso monologo “To be or not to be” sulle rive del Tamigi, e il dolore della perdita del figlio pare spingerlo verso le acque nere del fiume. E quando l’attore che incarna Hamlet si accascia sul palcoscenico nella scena finale della tragedia: in quel momento Agnes allunga una mano verso di lui e quel gesto di conforto estremo è ripetuto simultaneamente da tutto il pubblico del Globe. È l’attimo in cui il teatro e la vita si saldano: la vita ispira il teatro e il teatro la consola portandola in un tempo che non conoscerà fine. Il resto è silenzio.