Diario di una spettatrice
L’America secondo Gus Van Sant
Il nuovo, bel film di Gus Van Sant è un ritratto vero e impietoso dell'America di cinquant'anni fa e di oggi: il regno del denaro e del profitto dove è sempre più difficile cercare la giustizia
Indianapolis, martedì 8 febbraio 1977. Sui bordi delle strade c’è la neve sporca della città, negli abitacoli delle auto incolonnate nel traffico risuona la voce nera e profonda di Fred Temple, “The voice of Indianapolis”, il dj radiofonico più famoso dell’Indiana. Sembra l’inizio di una giornata uguale a tante. Non sarà così: quel giorno succederà qualcosa di così drammatico e surreale da tenere l’America col fiato sospeso e da diventare la notizia di apertura su tutte le reti nazionali, uno spartiacque nella storia dei media e delle dirette tv.
Dead‘s man wire, ovvero il filo dell’uomo morto – nel titolo italiano diventa Il filo del ricatto – è il nuovo film diretto da Gus Van Sant, proiettato fuori concorso alla Mostra di Venezia. È un “piccolo” film indipendente e imperdibile: per l’accuratezza della ricostruzione di ciò che avvenne realmente quell’8 febbraio; per il ritmo incalzante che aggancia lo spettatore fin dalla prima scena e non lo molla fino alla fine; per la colonna sonora che da subito catapulta in quegli anni; per la fotografia che ricrea le atmosfere dell’America Seventies, con quella luce sgranata e un po’ sfuocata ma così vera da sovrapporsi perfettamente in ripetuti fermo-immagine ai fotogrammi autentici di quella vicenda che fecero vincere il Pulitzer al fotografo John H. Blair.
Infine, ed è la cosa più importante, merita di essere visto per la regia di Van Sant, che con questa pellicola mette in scena un fatto di cronaca dimenticato da tutti, ma che racconta perfettamente l’America di oggi. E lo fa come lo sa fare solo lui che è anche pittore, fotografo e musicista, il cineasta indipendente che ha conquistato Hollywood perché ha saputo raccontare come pochi le facce oscure e imbarazzanti del sogno americano. Gli emarginati e i perdenti come Anthony “Tony” Kiritsis, il protagonista di questa storia. Un giovane uomo tradito da una grande società finanziaria, la Meridian Mortgage Company della famiglia Hall, che prima gli concede un mutuo per acquistare un terreno dove sorgerà un centro commerciale e poi dissuade tutti i potenziali acquirenti così da subentrare nell’affare distruggendolo senza pietà.
Una battuta sulla gestazione del film. Van Sant viene ingaggiato dalla produzione che ha già pronta una sceneggiatura: il regista ricorda bene la vicenda che ha segnato un punto di svolta per i media americani nelle dirette televisive e può offrire spunti interessanti per raccontare il confine tra lucidità e follia, giustizia e vendetta, verità e manipolazione. Van Sant accetta e trova in Bill Skarsgård, il giovane attore svedese figlio del grande Stellan, l’interprete ideale capace di dare a Tony lo spessore umano dell’ironia e del paradosso e non solo quello del dramma.
Brevemente la storia. Tradito dal gruppo finanziario che gli ha concesso inizialmente il mutuo per poi costringerlo al fallimento, Kiritsis decide di sequestrare l’8 febbraio 1977 Richard Hall, figlio del proprietario della società, legandogli al collo un filo di ferro collegato al grilletto di un fucile a canne mozze (il filo del titolo). In realtà l’obiettivo di un’azione tanto disperata è il padre, un anziano senza scrupoli che seguirà il sequestro del figlio stando in vacanza. Da lui Kiritsis esige un risarcimento di 5 milioni di dollari ma soprattutto scuse pubbliche in diretta televisiva.
Kiritsis e Hall senior diventano così gli archetipi di due logiche contrapposte – da un lato il denaro, dall’altro il desiderio di giustizia – che vanno oltre l’esito di quella vicenda (di cui non rivelo il finale) e raccontano straordinariamente il nostro presente. Ricostruendo fedelmente un fatto di cronaca che gli americani avevano dimenticato, Van Sant ci costringe a riflettere su un presente che ci riguarda tutti.
Infine il cast, che è un’altra buona ragione per vedere il film. C’è un cammeo di Al Pacino nei panni del cinico M. L. Hall, il proprietario del gruppo finanziario, c’è Colman Domingo che è Fred Temple, la voce del dj che fornisce uno dei fili conduttori della storia, c’è Dacre Montgomery che è il figlio sequestrato Richard e soprattutto c’è Bill Skarsgård che incarna il protagonista. E viene da pensare che questo sia il momento degli Skarsgård, una famiglia svedese in cui quasi tutti fanno gli attori e, coincidenza, in queste settimane sono presenti nelle sale con film di grande livello: il padre Stellan è tra i protagonisti del magnifico Sentimental value di Joachim Trier, candidato all’Oscar per il miglior attore non protagonista, il fratello Alexander è Ray in Pillion. Amore senza freni di Harry Lighton e Bill è Tony, un’interpretazione memorabile che rappresenta una svolta nella sua già notevole carriera.
Una raccomandazione: meglio fermarsi oltre i titoli di coda, alla fine scorrono le immagini con i veri protagonisti di quell’incredibile storia. Che non fu semplicemente un sequestro ad opera di una persona “instabile”: fu il tentativo di mettere a confronto negli Stati Uniti di cinquant’anni fa la logica spietata del profitto con l’atto di accusa di una vittima che riuscì a far sentire per la prima volta la propria voce.