Su “Il rivoluzionario e la maestra”
Resistere (non) è solo una parola
Il nuovo romanzo di Gaja Cenciarelli è dedicato a una coppia di rivoluzionari uruguaiani, Adolfo Wasem e Sonia Mosquera. Una storia che scava nelle ragioni della rivolta dei tupamaros
Con Il rivoluzionario e la maestra (Marsilio, 224 pagine, 17 Euro), Gaja Cenciarelli firma un romanzo nitido e strutturato come un poema a tre voci, in cui dà voce, appunto, a Adolfo Wasem e Sonia Mosquera, “arrestati” dal regime uruguayano nel 1972 e liberi solo dodici anni dopo: lui il rivoluzionario noto col nome di battaglia El Nepo solo da morto, e lei, Sonia, sua moglie, non meno impegnata tra le fila dei Tupamaros, rimasta viva oltre lui fino al 2024. La terza voce appartiene all’autrice, ed è altrettanto pasionaria e poetica. Nel romanzo in otto parti che propone una serialità ritornante, quanto ad organizzazione della materia, capace di evocare corrispondenze e sonorità, echi e connessioni tra vicende pur lontane nel tempo e nello spazio, ma sostanzialmente affini, a meno degli n dettagli specifici di ciascuna, Cenciarelli riesce in un’impresa a mio parere di grande valore: parlarci di libertà e verità e giustizia che sono i moventi profondi di ogni azione letteraria davvero capace di incidere.
Ora si dirà, e leggeremo ovunque, che con questo suo nuovo romanzo Gaja Cenciarelli abbia abbandonato il fortunato filone dei suoi due precedenti libri Marsilio, la scuola (il primo dei due, Domani interrogo, ora è un film con Anna Ferzetti nel ruolo della docente), per voltare pagina, per dedicarsi a un tema diverso.
In realtà, ripercorrendo la non brevissima “carriera” letteraria di Gaja Cenciarelli (che, ricordiamolo, è anche traduttrice di autrici come Margaret Atwood e Flannery O’Connor – di quest’ultima ha ritradotto tutto per minimum fax sotto lo sguardo attento e fiducioso di Luca Briasco, a sua volta grande traduttore), ci rendiamo conto che un filo effettivamente, volante e tenace, lega tutto ciò che, pur con sfaccettature tematiche diverse, l’autrice ha scritto. Troviamo cioè un tema profondo, comune, non temporaneo, solido: la resistenza. Dunque le sue figure: la trincea e le barricate.
La resistenza non è solo cieca opposizione: è un valore di fondo, pervasivo e universale, che oggi si corre a edulcorare col non-sinonimo resilienza – termine che è mutuato dalla scienza e dalla tecnica delle costruzioni e afferisce all’ingegneria e all’architettura. La resilienza è la virtù della inalterabilità della materia a dispetto delle pressioni che subisce. Ma la resistenza non mente sul fatto che chi resiste viene alterato eccome, chi patisce per essere espropriato abusato torturato umiliato ferito non resta integro. La virtù del resistente consiste proprio nel non deflettere dai propri intendimenti, nel non piegarsi, segnatamente nello spirito, nonostante il suo fiero resistere e opporsi lo travolgano eccome.
Perché c’è qualcosa di più interno, un nucleo interiore che nulla riesce a scalfire davvero: è la forza morale, un profondo amore di verità, una infrangibile vocazione alla giustizia.
Gaja Cenciarelli lascia aleggiare tra le pagine i versi le parole la figura di Mario Benedetti, poeta uruguayano costretto all’esilio in Spagna negli anni della dittatura feroce nel suo Paese. In effetti l’esilio, l’esautorazione dei propri luoghi, delle proprie stanze, della propria intimità sotto la pressione di esigenze esterne unilaterali e egoistiche mai rischiarate da vera immedesimazione ma direi di comprensione da parte di chi è prepotente o in situazione di vantaggio, per quanto animato da richieste legittime: è questa la nuova violenza urbana, nelle grandi città come lo fu in certi tristi regimi. Togliere cittadinanza a chi non è ricco. Macinare come pacchi da rimuovere o birilli trascurabili chi non rientra nell’orizzonte del potente. Però, come accade ai Tupamaros d’Uruguay, essere non tolti di mezzo nell’immediato ma rimossi e deportati e tenuti in condizioni in cui il più pacato e quieto asceta impazzirebbe, dividendo le famiglie, rendendo orfani di fatto i figli, sgominando gli affetti, privando della vita civile i cittadini.
Tutto questo, come Gaja Cenciarelli ci mostra con delicatissima ed efficace tessitura, ci rivela che, come in certi regimi atroci in modo efferato e acclarato, si perpetua oggi in luoghi di civiltà dove è saltata ogni ombra di solidarietà e fratellanza e vige il ricatto, spesso ipocrita e vile, del denaro, un’aggressione all’individuo che si dimostra non meno spietata, e che procede inarrestabile, anche con evidenze di scherno insulto sufficienza.
Il romanzo si muove tra documentazione e forme, ricostruite o immaginate, di scambi epistolari e diario, e lambisce una sorta d’allegoria militante: la cronaca documentata fornisce i dati di una testimonianza in prima persona della spettrale implacabilità con cui oggi è annullata la libertà individuale, negletta e umiliata in modi sempre più raffinatamente insensibili ma dopotutto ascrivibili a una norma sociale che vige e travolge.