Mariano Ragusa
In margine alla tv

Teologia del Giallo

Il passaggio dal "vecchio" Don Matteo al nuovo "Don Massimo" della fortunata serie televisiva segna un significativo cambiamento di immaginario religioso

Nell’immaginario religioso costruito ed alimentato dalla Rai, Don Matteo continua a segnare una presenza consolidata e crescente. In oltre vent’anni di serie, premiata da alti ascolti, la figura del parroco che svolge nel cuore dell’Umbria la propria missione pastorale è diventata un’icona talmente forte da avere mantenuto il suo tratto identificativo anche nel passaggio dell’interprete protagonista della fiction ideata e prodotta da Lux Video.

Don Matteo è rimasto il titolo (e il marchio) della serie anche quando Terence Hill, l’attore che l’ha portata al successo, è uscito di scena per essere sostituito da Raoul Bova (che nella serie si chiama Don Massimo). Sicchè Don Matteo è al contempo storia presente e memoria, vissuto nella contemporaneità e costante evocazione. Questo incrocio appare come un elemento assai caratterizzante che dice molto sulla peculiarità del racconto televisivo e di una idea di diffusione dei valori religiosi (cattolici) affidata al media-tv.

Non ci muoviamo, con Don Matteo, nella categoria del biopic (i tanti Padre Pio o i parroci-eroi). Siamo nel pieno di una operazione culturale di “invenzione” che fa del messaggio religioso la trama narrativa e valoriale di un mix di generi nobilmente popolari: il poliziesco, il giallo, la commedia sentimentale, i drammi familiari e di coppia, l’action movie.

La forza del racconto si manifesta nella capacità di proporre la morale religiosa non come una invasiva sovrapposizione alla narrazione ma un fattore attivo immerso nella storia anche più estrema per tracciare la strada alla ricomposizione delle relazioni umane lacerate dalla violenza di un reato commesso che muove le storie.

Nel passaggio da Terence Hill a Raoul Bova, assegnato alla stessa parrocchia del suo predecessore, il cambiamento è sensibile anche se entrambi (modello risalente nella letteratura e nel cinema) sono sacerdoti che coltivano la passione per le investigazioni poliziesche. Ma diverso è lo stile dei due parroci derivante dalla propria storia personale. Don Matteo-Terence Hill è un missionario richiamato dall’Africa ad amministrare una parrocchia in Umbria; il parroco Don Massimo è un ex carabiniere dei reparti speciali, specializzati nella cattura dei latitanti di mafia, che cerca di espiare la colpa di avere ucciso una donna e di non aver potuto aiutare un compagno di missione nel corso di una pericolosa operazione dell’Arma.

Ma diverso è anche il rapporto che si stabilisce tra chiesa e carabinieri quali istituzioni-guida della comunità. Ambiti separati – a ciascuno il suo – ma intrecciati sul terreno del delitto che, in ogni puntata, costituisce il motore del racconto. Le incursioni dei parroci nel lavoro degli investigatori – mediati in entrambe le serie dalla bonomia del maresciallo Cecchini (Nino Frassica) dominus del registro narrativo della commedia – rinviano a due diverse declinazioni della propria missione religiosa. In Don Matteo-Terence Hill le indagini per la scoperta del colpevole hanno da subito il segno del recupero della pecorella smarrita, della riparazione sempre possibile.

Il conforto al colpevole, offerto un attimo prima che arrivi la pattuglia dei carabinieri per eseguirne l’arresto, è scandito da frasi-chiave del Vangelo ritagliate su misura della circostanza e che risuonano come accoglimento della punizione e al tempo stesso promessa di perdono. Schema che sopravvive nella interpretazione di Don Massimo-Raoul Bova ma con toni più sfumati, meno prescrittivi. Più aderenti ad una certa modernità, a vantaggio di un registro narrativo che accentua il peso dello stile-action.

Nel parroco post Terence Hill si impongono la postura e lo stile del poliziotto sagace. Una tale connotazione del personaggio risponde ad un plus di umanizzazione che ne rivela la fragilità e la irrisolutezza. La scelta del sacerdozio non lo ha pienamente liberato dal suo passato con il quale continua a combattere un conflitto interiore. Cadute, dubbi, incertezze, tentazioni di abbandonare il campo lo assediano sebbene sia leggera, talora autoironica, la fisionomia del suo personaggio nella fiction.

C’è in Don Massimo-Bova tutto quello che mancava in Don Matteo-Terence Hill. Al prete che combatte il male attraverso la teologia della parola e soprattutto con la forza della “tenerezza” (valore caratterizzante della predicazione di papa Francesco spesso evocato nella fiction) si sostituisce nella nuova serie il sacerdote che combatte il male, compresa la sua stessa fragilità, i suoi stessi errori, la propria fallibilità. Si innesta così, con il personaggio di Bova, una particolare dinamica di narrazione che lega intimamente la conversione del “cattivo” e l’interiore percorso di redenzione del sacerdote-investigatore.

Nella scrittura della nuova fiction, il cambiamento non è ribaltamento né strappo con il modello incarnato da Terence Hill. Al contrario intrattiene un legame forte non solo per la evidenza dominante del titolo della serie ma soprattutto per un tratto interiore che a quel marchio rimanda. Matteo è il nome di battesimo che il carabiniere Bova, nel momento della conversione e della scelta del sacerdozio, cambia in Massimo per spogliarsi del suo passato doloroso e intraprendere un nuovo cammino di vita.

L’astuzia degli autori della serie va oltre l’escamotage narrativo di una legittimazione di continuità a tutela del successo di ascolti. Riflette un preciso progetto culturale che caratterizza la linea della società di produzione: quella “Lux Video” fondata da Ettore Bernabei, democristiano fanfaniano e tra i primi potenti direttori generali della Rai cosiddetta pedagogica, e da anni affidata con successo alla guida dei figli.

L’icona potente di Don Matteo-Terence Hill si scioglie nella circolarità di un legame simbolico con il successore Don-Massimo Raoul Bova. Entrambi al di fuori del perimetro della parrocchia, immersi nella comunità per salvare chi si è perso compreso (è il caso di Don Massimo) se stesso. Entrambi attori sociali armati del Vangelo. Entrambi portatori di una speranza che anima il dispositivo della rassicurazione fondamentale nel rituale della tv generalista rivolto al target delle famiglie. Il presente del racconto reca con se la sua stessa memoria generativa tessendo una trama che affida alla modernità del prodotto-fiction la permanenza attiva di qualcosa che nello spettatore evoca la cristiana provvidenza.

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