Un esperimento della Scuola Holden
Cercasi aforismi
La storia della letteratura è punteggiata dagli aforismi. Oggi li chiamiamo tweet, ma ecco che cosa succede se una scuola di scrittura si mette alla prova
Alla Scuola Holden ho dedicato due giornate alle scritture brevi – in didattica si chiama “switch” –, una lezione frontale interattiva, con una parte dunque di laboratorio che ha coinvolto gli studenti. In particolare abbiamo esplorato due forme brevi, lontane antenate di tweet, post e di varie tipologie di scritture diffuse nei social: l’epigramma e l’aforisma. Si tratta di generi che richiedono umiltà e duro lavoro, oltre a una qualche vocazione: uno scrittore francese settecentesco citato da a Sciascia si scusò con un amico per essere stato prolisso: “Non ho avuto il tempo di essere conciso!”. Ma avvertiamo subito che le forme brevi attuali non ne hanno ereditato, tranne che in rari casi, l’ispirazione corrosiva e anticonformista.
Anzitutto: l’aforisma – il genere della concisione, della incisività, della sintesi – è gioco e sovversione. Dice Alessandro Morandotti, mercante d’arte e musicista, scomparso nel 1979, autore contemporaneo di pregevoli aforismi semisconosciuto ai più (ma antologizzato nei due preziosi Meridiani dedicati all’aforisma curati da Gino Ruozzi) si tratta di un gioco, e chi intende farlo deve avere una passione per calembour, paronomasie e anagrammi. Subito due fulminanti aforismi di Motandotti: “Essere o sembrare si equivale” e “È vero tutto ciò che non è verificabile”. Per scrivere aforismi occorre il gusto del capovolgimento, dei bisticci (della vita e delle parole): ad esempio Morandotti definisce l’adulto “un giovane adulterato”. Ma non pensate a un genere frivolo, buono per i salotti. L’aforisma è impegnativo in quanto riflessione sul senso ultimo delle cose, specie oggi quando ci appaiono svuotate le grandi tradizioni sapienziali. È un gioco sofisticato, di struttura spesso ambigua, nel quale si esprime perlopiù un conflitto col mondo, con le idee dominanti, con il conformismo sociale. L’aspetto ludico si intreccia subito con un atteggiamento critico, idiosincratico. Dunque non solo ironia, paradosso e densità ma forza sovversiva. Ne ripasso qui velocemente la cronistoria, anche con alcuni tagli necessari.
Con Ippocrate esce la prima raccolta di aforismi, nel 415 a. C., massime brevi e sentenziose che condensano filosofia e sapere medico (la cura della mente e del corpo, tra loro intrecciate come sapeva Platone): “Vita brevis, ars longa”, “Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo”… altri sono un prontuario di sintomi e decorsi di malattie allora note. Nella successiva cultura romana l’aforisma era fondamentale, condensando saggezza pratica e morale in brevi frasi latine, spesso legate a virtù militari, osservazioni quotidiane e aspetti del pensiero stoico-epicureo: soprattutto Seneca e Marco Aurelio (ma anche gli epigrammi satirici di Marziale).
Qui facciamo un salto temerario e piombiamo nella modernità, con i Saggi di Montaigne e poi la fiorente aforistica francese: Chamfort, La Rochefoucauld – “Confessiamo i piccoli difetti solo per non far credere che ne abbiamo di più grandi” – e La Bruyère sono tre grandi aforisti e moralisti francesi, rappresentanti di spicco del XVII e XVIII secolo, noti per la loro tagliente analisi della natura umana, tra disincanto e scetticismo, pensiero critico e satira sociale. Ma è in area tedesca che abbiamo i vertici del genere aforistico, con il geniale Lichtenberg, fine ‘700, “moralista” nell’accezione francese: osservatore sottile dei costumi non predicatore di morale. Solo un epigramma, da usare per il pubblico di massa della cultura attuale, divenuta mero consumo: “Non hanno fame per niente ma hanno appetito per tutto”. E Finalmente Karl Kraus, austriaco, primi del ‘900, che si scriveva tutto da solo la sua rivista “Die Fackel”. In Rete trovate miriadi di suoi aforismi, accanto a quelli di Wilde. Uno solo, da rivolgere a molti romanzieri attuali che non hanno nulla da raccontare: “Siccome una volta si è masturbato ha scritto un romanzo”. Ho una predilezione per gli aforismi, spesso criptici, di Kafka, e per quelli di Canetti. Trovo stucchevoli quelli di Cioran, sussiegoso esteta del nulla.
La storia dell’aforisma italiano è pure fittissima. Da Guicciardini a Leopardi e poi nel ‘900 al grande Flaiano, a Ceronetti, Pontiggia e Piergiorgio Bellocchio (rimando ai Meridiani prima citati). L’epigramma? Qui me la cavo in modo conciso: un aforisma in versi e perlopiù spiritoso. Il più breve della nostra letteratura è di Fortini: “Carlo Bo / no”.
Metto qui di seguito alcuni aforismi ed epigrammi degli allievi della Holden, con il nome dell’autore.
Annachiara Oggioni
Ribaltamento di proverbi: Tutto bene quel che finisce senza iniziare.
A caval donato non si guarda in bocca, ma se c’è una carie prima o poi inizia a far male.
Chi vivrà vedrà. Ma se poi me ne pento? Che faccio, mi accontento?
La vendetta è un piatto che va servito freddo, ma se si aspetta troppo poi non è più buono.
Andrea Silva
Ribaltamento di proverbi: A caval donato non si guarda in bocca, ma è sempre meglio chiedere lo scontrino.
Agostino Bonato
Chi fa da sé fa per me.
E’ un vero elettore di sinistra: ama chi si oppone e odia chi amministra.
A caval donato meglio guardare in bocca (specie se di legno).
Elogio dell’incoerenza: una scusa per ogni evenienza.
Strana l’incoerenza. Permette a chiunque di essere coerente.
Viviamo nel futuro, ma è un presente un po’ passato.
L’intercalare “praticamente” è probabilmente l’atrofizzarsi della mente.
Bianca Marastoni
Certo è un tipo – tipo che non sa chi è.
Di Mattina
m’illumino
d’immenso.
Poi la sera
m’impuzzolo
d’incenso.
N’è passata di acqua sotto i ponti, da quando si era certi che ne sarebbe passata altra.
Alberto Drago
Aforismi
Roma non fu fatta in un giorno. Infatti è ancora incompleta.
Tutto ciò che non si mangia, mette fame.
Tra il dire e il fare, c’è di mezzo la voglia.
A buon intenditore, basta un sorso.
La calma è la virtù di chi ha tempo per esserlo.
Patti chiari, sempre rari.
Quello che non uccide, è ucciso.
Epigrammi
Diciamo che non sappiamo più comunicare, diciamo che gli epigrammi sono morti ma forse chiedono solo di essere riscoperti diciamo.
Un attimo è quello che non ho saputo dare prima di andar via in un attimo.
Potremmo stare fermi, piuttosto che in movimento ma piuttosto che non produrre, preferiamo morire.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.