Il racconto di un incontro
Bestemmie
«Alla fine hanno combinato di vedersi alla pizzeria vicino alla casa di Clara. S’è messo elegante. Ha avuto però un moto di stizza, quando la madre sporgendosi nella sua stanza ha sibilato “Spero sia per una ragazza”»...
Siede alle Zattere, al Bar da Nico, con la solita ansia, nel sentirsi escluso. Poi, mentre aspettano che portino gli spritz con le patatine, forse per la presenza tra gli altri di Gaetano, segretario della sezione veneziana Atei e agnostici, gli viene una battuta forte, all’improvviso: “Se dico in giro che mia madre è vergine e mio padre Dio, roba che mi rinchiudono, vero?”. Il gruppo, venuto via dall’assemblea cittadina all’Auditorio di Santa Margherita, a cui si è accodato, lo guarda perplesso, tranne proprio Gaetano che sorride benevolo. Ma certo la provocazione non ha fatto colpo come si augurava. Nondimeno, il cielo è così azzurro e tranquillo, che si sente rassicurato. Là in alto non c’è davvero nessuno che possa irritarsi davanti a tanta improntitudine, e dunque non c’è niente da temere. Qualcuno, in passato, aveva osato bestemmiare Dio, sfidandolo a dare una prova di esistenza, ottenendo purtroppo la risposta. Prova a frugare nella memoria, ma il nome non gli viene. Gli altri continuano a discutere ignorandolo e il suo laico coraggio cade così nel vuoto. Solo Clara lo osserva per un attimo stupita, quasi avesse scoperto in lui qualche dote, rispetto alla insignificanza con cui l’aveva in precedenza liquidato. Tanto che, non appena tutti si allontanano tra saluti fugaci e disimpegnati, gli viene naturale proporsi di accompagnarla. E la ragazza, leggermente più alta di lui, curva un po’ la schiena per non mortificarlo. Camminano, ma il silenzio immediato che sorge tra loro non lo imbarazza e più di una volta osa guardarla ricevendo in cambio un vago assenso. Arrivati a un portone verde in Campo San Giacomo dell’Orto, è lei di fatto che ha condotto lui, si azzarda a invitarla alla pizzeria vicina, la prima sera che entrambi potranno. Non si può dire bella Clara, ma quando lei gli aveva confessato di aver trovato geniale la sua frase gli occhi le brillavano un’arguta complicità. In più, non poteva negare che quella casa era in realtà una palazzina antica. Dal battente aperto, infatti, ha intravisto uno scalone, un tappeto rosso sui gradini di marmo, e ai lati due statue di negri in abiti settecenteschi a reggere fiaccole. Insomma, un certo fascino nell’insieme, e poi le sue labbra erano carnose. Inevitabile così che lui cominci a immaginarsi di baciarla anche se per adesso si ripromette solo di tornare sull’argomento del Dio assente, appena possibile.
Sì, hanno alla fine combinato di vedersi alla pizzeria vicino alla casa di Clara. S’è messo elegante, a suo modo. Ha avuto però un moto di stizza, quando la madre sporgendosi nella sua stanza, mentre provava la sciarpa azzurra, regalo della nonna nell’ultimo Natale, ha sibilato mentre apriva le imposte per evitare sprechi di luce. “Spero sia per una ragazza”. Erano accenni alle sue amicizie con compagni più grandi, lontani, con cui intratteneva lunghe corrispondenze. Amici di fatto, nessuno, e figlio unico. L’ultimo di costoro, un siciliano che aveva lasciato giurisprudenza di Padova per tornare nella sua Catania, gli era sembrato l’ennesimo insulto della vita. Era tempo allora di tentare seriamente con una ragazza, magari di farla finita, a quasi 21 anni, con la verginità di cui si vergognava. L’unico difetto, in questa svolta, consisteva nel fatto che un’opzione del genere tranquillizzava i genitori, e la cosa lo esasperava. Una volta arrivato davanti alla pizzeria, si è affrettato a occupare un tavolino in ombra, sedendosi. Dopo un po’, vede la calle oscurarsi, la luce coperta dalla sua figurina slanciata e il passo svelto, e la vocina timida “Non sono in ritardo, vero?”. Cosa ne verrà fuori da queste Margherite? si chiede mentre si alza con gesto educato per farle posto di fronte a lui. Hanno ripreso la conversazione su Dio, come lui auspicava. E subito sfodera un argomento preparato per l’occasione. Ovvero sulla follia di martiri, di torture, di guerre nei conflitti su divinità ternarie o uniche. La ragazza lo ascoltava, impressionata da quella foga. Arrivati finalmente i piatti, e ordinati due calici di Pinot, aveva dichiarato alzando la voce, tanto che dai tavoli vicini si erano girati a guardarlo, il suo orrore per gli uomini con sottana, per i travestiti detti preti. E coi bambini nelle parrocchie, cosa facevano quegli uomini infelici? Clara, che tagliava piccoli pezzi di pizza prima di portarli lentamente alla bocca (e dunque restava molto indietro rispetto a lui nei tempi del pasto) aveva provato con calma ad obiettare: “Non sono tutti così. Ne conosco alcuni che sono meglio di noi. Don Milani, per esempio”. Al che, dal momento che doveva diventare avvocato civilista (in quel momento ha deciso che prenderà la laurea), lui si era lanciato in una perorazione ardente sul povero Don Milani, innamorato dei suoi ragazzini, ma raffrenato e sublimato. Era rosso in viso. Anche per il doppio calice, inusuale. Dopo di che la conversazione, o meglio il monologo, aveva svoltato verso l’educazione: “Se non ci parlassero di Dio quando siamo piccoli, crollerebbero Chiese e Vaticani che non se ne può più”. Aggiungeva poi, era il suo punto forte, che padre e Dio esercitano la medesima funzione autoritaria. Se cade l’uno, anche l’altro deve seguirlo nella perdita di prestigio. Un invito universale al ribellismo e a pensarla con la propria testa. Anche perché suo padre ingegnere, ossessionato dai soldi, gli stava decisamente antipatico da sempre. Aveva begli occhi, comunque, Clara, e anche il petto sotto il maglione grigio non era male. Il cachecol di seta azzurro, poi, la rendeva carina, decisamente. La bacerò in calletta, sì, la devo baciare in calletta, non quella che conduce al portone verde, ma quella cieca che muore sul piccolo canale, si era ripromesso mentre insisteva per offrire. Meno male che il conto non era alto. Aveva calcolato bene i costi. Terribile se avesse dovuto chiedere un contributo. Avviandosi verso la calletta, parlando dei ragazzi con cui erano stati al Bar da Nico, aveva scoperto con angoscia che Clara era stata per qualche mese assieme a Piero, il più alto di quel gruppo male assortito, prossimo medico e decisamente uno sciupafemmine, a sentire gli altri. Così, sospirando, si era domandato il significato di quell’ “assieme”. Probabile che fosse esperta e facesse confronti di conseguenza. La cosa lo intimidiva, anche perché non poteva dire lo stesso per sé. In più, gli risuonavano nelle orecchie certe frasi fastidiose di sua madre, a proposito delle ragazze, ovvero guardar loro il petto e i fianchi a ipotizzare se sono in grado di partorire e di allattare, e in second’ordine se la creatura in questione viene considerata o meno degna di diventare madre dei tuoi figli.
Le ha lasciato la carrozzina per andare a cercarsi le sigarette e tornando tutto gli pare normale. Feliciana era passata per caso da Nico bar, dove lui teneva il piccolo per la mattinata, una volta tanto. La baby-sitter era influenzata e la moglie impegnata a scuola. Lui l’ha invitata calorosamente a sedersi, a prendere qualcosa con quel caldo. La ragazzina adesso se ne sta tranquilla, a sorseggiare la sua coca cola, e il piccolo continua a dormire beato. Si è vantato della sua apertura mentale. Dopo Basaglia, non poteva essere diversamente. Era la sorella del suo assistente nell’ufficio legale, giovane e tormentato per la parentela. “In casa aspettiamo che faccia qualche sciocchezza. In cura da uno psichiatra, non so se ce la farà”, quello si confidava con gli occhi umidi. Ma lui era superiore a quelle paure. Sua moglie no, invece. La Clara per carità, sempre stata conservatrice. In tutto. Guai se sapesse che lui si è fidato a lasciare a quella strana ragazza il loro Luchino, anche per pochi secondi. Luchino, il figlio nato dopo tanti anni, quando ormai non speravano più. A un tratto Feliciana strabuzza gli occhi, e si fa brutta e irriconoscibile, mentre spalanca la bocca, sbava e si mette a frignare: “Colpa tua, è colpa tua. Non dovevi lasciarmelo. Mia madre lo dice sempre. Anche mio fratello”. Lui la osserva stupito, mentre assapora la sigaretta sino in fondo. “Cosa, cosa vuoi dire? Tua madre, cosa?”. E quella, con un’espressione folle, guardando verso l’alto: “Non so badare nemmeno a me stessa. E ha ragione. Ma io non volevo farlo. Sono state le voci che”. Lui si sporge sulla carrozzina, per controllare che il piccolo sia sempre ben coperto. Anche se è primavera, giungono correnti d’aria dalla laguna, non si sa cosa possono combinare. No, la faccina mite continua a restare ben coperta. Soltanto qualcosa sulla tempia sinistra (il piccolo dorme di profilo) appare arrossata. Avvicinandosi, se ne accorge meglio. Non conviene sollevarlo. Se si sveglia, sono dolori. Ma è troppo immobile, Luchino. Troppo.
Cerca disperato sul telefonino il numero del Pronto Soccorso. Trema, guardando la ragazza che sorride come un’ebete, e all’improvviso si ricorda, chissà perché e dopo tanto tempo, del nome dell’eroe antico che bestemmiava Dio. Capaneo. Si chiamava Capaneo.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.