Diario di città
Antica Torre Toscano
Ritratto dolente (ma non nostalgico) di Volterra, quando era luogo di incontro di intellettuali annichiliti dal fascismo: da Pietro Calamandrei a Luigi Russo a Benedetto Croce
A Volterra c’è una casa torre intatta, sospesa, nella sua elegante verticalità, sopra un tempo, il suo, che ancora la tiene e ne perpetua il rigore geometrico, il gioco di ombre, la severità. È perfetta per musicare liticamente/liricamente rimorsi antichi: il claustro difensivo, la protervia gerarchica e anche il raccoglimento. Ebbene lì, in un’aula solenne, costruita forse per cospirare, per giudicare, per godere di marginali frugalità, in moltissime occasioni, ho parlato, “criticato”, fatto letteratura. Ho anche coinvolto amici e maestri (Luigi Blasucci, Umberto Carpi, Marco Santagata tanto per fare qualche nome) per lezioni pensate per la città che, in passato, in particolare durante la dittatura fascista, ha consolato, con la sua severa bellezza, le sofferenze morali, l’isolamento di molti spiriti liberi che venivano sul nostro monte per respirare e per vivere il sublime dolce amaro della storia, per “sentire”, spiritualmente e razionalmente, il cammino faticoso dell’uomo sugli impervi sentieri del suo lungo viaggio verso la luce della libertà.
Valga come prova la riflessione di Luigi Russo, che, in un articolo dedicato alla morte di Piero Calamandrei (cfr “Belfagor”, novembre 1956), ricorda di essere venuto a Volterra, con Omodeo, Pancrazi, Croce e, appunto, Calamandrei, per evadere dalla tristezza e dalla mortificazione del presente attraverso la visita dei luoghi dell’anima di una città combattiva e orgogliosa della sua indipendenza.
Una città concentrata anche in studi severi dove la classicità, pensando a personalità, fra le altre, come Fedra Inghirami e Raffaele Maffei, non era certo vista con sudditanza e con genuflessioni difronte alla grandezza degli antichi. Una malinconia da lenire, se non da curare, e che portò il gruppo di amici e di studiosi che ho citato anche nella vicina Pomarance per rendere omaggio alla tomba del tormentato, e intellettualmente inquieto, Michele Marullo Tarcaniota, simbolo di una ricerca affannosa e costante dell’impossibile. Io so per certo che, in quella giornata, i nostri maestri fecero delle foto ricordo (io le posseggo) e una di queste li riprende davanti alla Porta all’Arco che è la più maestosa delle due etrusche rimaste. L’altra, porta Diana, si presenta come un passaggio, un varco morbido sul nostro monte, claustro per doppie mura, dopo il cimitero e prima dello scosceso che, fra roveti quasi maestosi, frammenti boschivi innervati attorno a querce e lecci antichi, case coloniche in pallido bianco o giallo paglierino, si svolge in spirale (i tornanti eleganti, modellati in slow dance) verso l’Era e le sue grotte sabbiose. Calamandrei, Croce, Omodeo, Pancrazi e Russo, sono schierati come le dita di una mano aperta davanti alla solenne ed enigmatica Porta all’Arco la cui facciata presenta tre protomi, tre teste alle quali l’usura del tempo ha tolto il nome, ha negato l’identità.
I nostri guardano la porta, dando le spalle alla campagna, alle colline e ai piani agricoli attraversati e lambiti dal verde Cecina con tratti argentei per i riflessi dei pietrischi rocciosi che lo rendono quasi alpino. Vestono cappotti pesanti e indossano cappelli a larga falda tipici degli anni Trenta del secolo scorso. Sappiamo che qualcuno dei nostri, rari, studenti universitari pisani li riconobbe, almeno il professor Russo e il senatore Benedetto Croce. Lo sappiamo perché la loro presenza in città era passata nelle chiacchiere cittadine con un che di cospirativo arricchito dai fatti che di lì a poco avrebbero cambiato il mondo e, non poco, anche la nostra millenaria Volterra.
Non credo sia un caso se, in questo percorso narrativo, costruito seguendo solo i suggerimenti delle emozioni, costruendo una vicenda scritturale disordinata come lo sono i sentimenti, tutto mi è stato suggerito dalla vista del mio luogo dell’anima: la casa torre Toscano e la sala dalla fioca luce per cogliere quanto sia vero che le parole sono l’ombra delle Idee sulle Cose. Qui, proprio qui, infatti, fra tanta storia, sono stati vissuti incanti che nessuna pagina scritta ha eternato. Tante vibrazioni legate alla identità cittadina che poi fanno parte, come pagine inedite, della lunghissima storia volterrana. Qui, in questa Torre che, grazie alla presenza dell’arte e della fantasia, ha smesso di esser tetra, si è compiuto più volte il miracolo raccontato, nei Giganti della montagna, da Pirandello nei panni di Cotrone: «Io ho sempre inventate le verità, caro signore! e alla gente è parso sempre che dicessi bugie. Non si dà mai il caso di dirla, la verità, come quando la s’inventa».
Ringrazio Riccardo Di Donato per aver citato questa storia (e pensare che io, poco prima dell’inizio del suo intervento, mentre in auto andavamo verso Volterra, gli avevo parlato, ignorando quello che aveva già scritto nel suo intervento, di questa presenza a Volterra pensando di raccontargli una novità) durante l’iniziativa, 18 novembre 2023, della dedica a Mario Giustarini di uno spazio cittadino in ricordo, anche ma non solo, dei 36 anni di lavoro, come sindaco, al servizio della comunità.