Storia di un incontro
Uccelli
«E adesso, invece, Adolfo gli sta di nuovo davanti, un pezzo di sigaro acceso in bocca che esala un gradevole aroma. Non è possibile, si dice, assurdo. Non può essere, assolutamente non può essere»...
L’inizio è stato in fondo banale, o meglio ancora verosimile. Entrando nel piccolo giardino, di mattina presto per scopare le foglie cadute sulle mattonelle del pavimento, ha scorto subito un grande uccello. Non si trattava di un gabbiano, o di un colombo, ma di un pennuto insolito, alto e imperioso, incapace però di volarsene via, in grado solo di zampettare veloce e infastidito per la presenza di un estraneo. Non sapendo cosa farne, ha iniziato a bagnarlo col getto violento della pompa. L’ha fatto a lungo, e quello ogni tanto apriva il becco con un gemito aggressivo, salvo poi, ad ogni pausa del lancio dell’acqua, strizzarsi da sé in cerca di refrigerio. Alla fine, ha deciso di afferrarlo servendosi di una coperta. C’è riuscito, nella difficile impresa, dopo vari tentativi, e l’ha portato sino alla porta di casa, mentre quello cercava di sfuggire dalle sue braccia (lo avvertiva dalle scosse decise sotto la coperta) e poi in calle, gettandolo fuori in malo modo. Quando un’ora dopo è uscito a comprare il pane e il giornale, atti che segnano da tempo la sua giornata, si è a lungo voltato in qua e in là nel caso ci fosse ancora. Invece niente. Forse un gatto o lo spazzino. Si è sentito così crudele e goffo, a metà tra il cinico cacciatore e il tremulo animalista.
Passano poche ore e verso mezzogiorno gli capita di uscire di nuovo. Ha voglia di una buona frittata (vivendo da solo è diventato un cuoco discreto) e gli mancano però le uova. Fare le spese al supermercato per i prezzi più consoni a un impiegato della Regione in pensione costituisce da sempre per lui un’operazione rilassante che lo distrae dai pensieri cupi. E oggi l’immagine dell’uccello che palpita spaventato sotto la coperta continua a visitarlo. Avanza a passi rapidi e intanto controlla in fretta nelle tasche se ha con sé le chiavi per il rientro, il cellulare e il bancomat. Rituali indispensabili, in quanto da un po’ di tempo gli pare di cadere ogni tanto in amnesie inquietanti, quasi fosse sulle soglie dell’Alzheimer o di altre patologie neurologiche. Ma dal medico, lui non intende andarci. Stare mesi in coda per una risonanza, o buttar via soldi per una visita privata, non è il caso. Sono tanti gli anni, del resto, settantasei, e dunque che problema c’è? Non pretende mica di essere eterno. E stamani, non fosse per il volatile, si sente bene, con una fiducia decente verso la vita. La sua esistenza, in più, presenta un aspetto positivo: lui è figlio unico, con genitori a loro volta figli unici. Dunque, niente parenti, niente eredi, niente avvoltoi. E la casa era in affitto.
Poi, all’improvviso, lo vede che gli viene incontro. Sì, Adolfo, un suo antico compagno di scuola media, da cui era stato a lungo picchiato, sta caracollando come un pistolero verso di lui. L’aveva reincontrato di recente dopo oltre mezzo secolo di lontananza. Già, un giorno, stava nell’Ospedale Giustinian per un esame al colon assieme ad altri vecchi. Era un controllo gratuito, da qui la sua adesione, una volta superata la soglia dei settant’anni. Si portava dentro una scatoletta, ritirata nel reparto specifico in via preliminare, con un fiocco rosa o azzurro, una spatolina che si doveva prima, a casa, intingere nelle proprie deiezioni mattutine, seguendo il dépliant illustrativo. C’era una lunga coda, e si scherzava, anche in modo grossolano. Ma in aria si respirava paura, in quanto bisognava tornare, se chiamati dalla segreteria, nel caso l’esame avesse appurato la presenza di cellule tumorali. Ebbene, tra quei vecchi disfatti e agitati, gli si era avvicinato uno che in qualche modo l’aveva riconosciuto. Era Adolfo, quell’Adolfo là. Una gran pancia, tutto curvo e pelato. Spariti d’incanto i muscoli esorbitanti del passato, in un corpo ora flaccido e inerme. Lui, al confronto, pareva suo figlio, anche se erano quasi coetanei. E Adolfo si è messo così, parlando in veneziano, a raccontargli la sua storia, con dovizia di particolari. Aveva, a farla breve, lavorato a Mestre in una ditta di caldaie, era sposato con la stessa donna da oltre quarant’anni, e aveva un solo figlio, disabile dalla nascita. Lui l’ha guardato con ferocia negli occhi sussurrando “Mi dispiace”, ma l’altro ha precisato imperterrito di essere fiero per averlo riconosciuto. Pretendeva a quel punto uno scambio di confidenze tra loro. Il fatto è che Adolfo aveva dimenticato il giochino della scuola media. Lui, con distacco e per sommi capi, gli ha spiegato che non si era sposato (e quello l’ha interrotto, commentando che l’aveva previsto), e quindi il lavoro in Regione e l’attuale tranquilla quiescenza. Alla fine, dopo un rapido saluto, era scappato dall’Ospedale, per il terrore di fare la strada con il compagno ritrovato.
I ricordi dell’antica frequentazione erano in effetti penosi. Quello, più grande di un anno ma ripetente, stava in un’altra sezione. Fisicamente era molto più sviluppato di lui. Muscoli appunto dappertutto, calzoncini attillati in maniera provocatoria. Nell’intervallo delle lezioni, le classi si mescolavano nel cortile a mangiare la merendina e a giocare a calcio. Ma Adolfo, con un suo compagno ancora più grosso, si divertiva ad attaccare i ragazzini più giovani, a sfidarli vilmente alla lotta. Con lui, in particolare. Lo afferravano, quei due, lo bloccavano, e mentre stava a terra umiliato, non riuscendo a sollevarsi, o a girare la testa, Adolfo gli si sedeva sopra il naso, col buco, sì col suo ano, e spingeva stringendo i denti nello sforzo con i visceri, finché immancabilmente usciva aria. Un odore spaventoso, nonostante i pantaloni, un botto infernale, tre le risate generali. Era la loro vittima, e nessuno, nessuno interveniva a difenderlo. Si mordeva le labbra per non piangere, sapeva solo ripetere che l’avrebbe detto a sua madre, e quello sghignazzava felice spingendo ancor di più. E ripeteva come un mantra “Fanno così i cani che si nasano, e tu sei il mio cagnolino fidato, il mio cagnetto preferito”, applaudito dal compagno servitore. Il gioco era andato avanti a lungo, finché quel mostro non ha concluso il suo ciclo.
Gli era rimasto dentro una ferita tremenda, come fosse stato violato agli occhi di tutta Venezia. Perché lui rappresentava la vittima che suscitava disprezzo, non pietà. Tracce indelebili. Il tempo, in questo caso, non è stato un buon medico. Anzi, e di questo lui lo ritiene responsabile, la violenza subìta nelle ruminazioni successive, specie durante una aspra adolescenza, diveniva fonte di uno stupefacente eccitamento, cui lui assisteva sbigottito, quasi da masochista. E forse tutte le scelte pavide della sua esistenza nascevano da quel cortile assordante di peti e di blasfemie. Mesi dopo l’incontro in ospedale, in compenso, la faccia di Adolfo stava su una foto listata a lutto, giovanile e sorridente, sulla parete del campo di Santa Margherita, a fianco dell’Agenzia immobiliare, dove si collocano gli annunci funebri, da lui controllati avidamente ogni giorno. Aveva esultato, in quell’occasione. Forse in alto c’era qualcuno che aveva visto tanto scempio e aveva provveduto.
E adesso, invece, Adolfo gli sta di nuovo davanti, un pezzo di sigaro acceso in bocca che esala un gradevole aroma. Non è possibile, si dice, assurdo. Non può essere, assolutamente non può essere. C’era la sua foto. Quelle foto non mentono. Ma Adolfo procede radente al muro umido e sporco della calle, desideroso di sparire. Lui si fa coraggio, e annaspando osa chiedergli se ha visto per caso un uccello ferito per strada. Quello alza gli occhi furibondo, e intanto ostenta l’antico ghigno, più straziante che minaccioso. “No vedo osei, mi”. Al che lui rilancia tossendo con timidezza: “Ma com’è andato l’esame al colon?”. Quello sembra non capire, per cui lui insiste: “Io quest’uccello l’ho fatto morire, son sicuro. Sono stato crudele e vigliacco. Era ferito, non riusciva a volare”. Adolfo lo scosta, lontano da sé, è in ritardo. Deve andare. Allora lui non si trattiene oltre: “Se parlo con i morti, con morti che mi rispondono pure, significa una cosa sola”. Adolfo scuote la testa e sembra non capire. Ma lui non vuole diventar matto per colpa sua, un’altra volta. Bisogna, bisogna chiarire. “Prima l’uccello e poi te. C’è una relazione, non credi?”. Quello spalanca gli occhi, infastidito e con una smorfia volgare: “Sono di fretta, no go tempo per osei”, gli fa allungando il passo, perso dietro i suoi pensieri. E lui intanto quasi urla supplichevole e pusillanime: “Continuerai a farti vedere? O no? Cosa mi succede?”. Ma quello è ormai un’ombra piccola che si dissolve mentre lui lo chiama invano. Poi non può che ricomporsi, e recarsi al supermercato per le uova. Anche perché i passanti lo fissavano stralunati, quasi parlasse da solo.
La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.