Rossella Pretto
“La clessidra di bambù”

Tra voce e voce

Trovare la propria lingua attraverso autori di altre lingue, scoprendo zone inesplorate e ignote. Questo lo spirito che ha animato Roberto Mussapi a dar forma in italiano ai versi di Li Po, grande poeta cinese «mistico, mantico, visionario» dell’età d’oro. Una scintilla fatta scoccare da Ezra Pound…

Li Po è un poeta cinese dell’VIII secolo d.C. appartenente alla generazione che ha reso splendida la Poesia della sua epoca. Cavalcando poi i tempi. Il vero nome sarebbe Li Bai; Li Po è onorifico, concesso ai poeti importanti. Della sua vita si sa poco, restano i componimenti e qualche piccolo dettaglio, come quello che lo vide snobbare gli esami imperiali per l’ottenimento di un titolo ufficiale: il rifiuto, probabilmente, dell’accademia in nome di una libertà artistica che non vuole confini e stellette. Talvolta la canonizzazione impedisce il flusso. Talvolta posa sulle spalle del malcapitato un peso tale da disseccare la sua vena più profonda. Comunque sia, nacque nell’Asia centrale e a cinque anni la sua famiglia si spostò nell’attuale regione di Sichuan.

Cerchiamo di farne un quadro, o solo uno schizzo ma bastevole per lasciare un’impressione intima e viva. Iniziamo dal “Canto di Lu Shan”, questa ascesa, il trionfo. «Sono davvero un pazzo di Chu, / che canta il canto della Fenice e / irride il saggio Confucio» scrive Li Po avventurandosi con il suo bastone verde giada sulla Montagna dello Splendore in cerca di geni, «la Luh Shan si innalza accanto alla costellazione dell’Orsa del Sud / come un paravento a nove fogli / ricamato di nuvole, / e il lago chiaro riflette il suo smeraldo». È una poesia, quella cinese di Li Po, concreta, che eleva ciò che vive, pur nella sua piccolezza, a immagine, forma che, poi, nell’ideogramma, trasborda il suono, la musicalità, la poesia – in un circolo virtuoso che si chiude. Non astratta, non concettuale, la realtà non è copia imperfetta ma gioia di rivelazione, tensione scorrente. Lo sguardo di Li Po – dopo aver indagato «i due picchi che svettano verso la Porta d’Oro, / e più in alto, alla cascata del Picco dell’Incenso» – vede oltre l’azzurro le vette inerpicarsi ancora. La via dello spirito è stata percorsa «toccando l’arpa tre volte». Ecco allora che Li Po riesce a vedere «lontano tra le nuvole iridescenti geni / che salgono alla città celeste con / le mani piene di loto. / Incontrerò l’Immenso lassù nel Nono Cielo. / Per poi viaggiare, con Luao, / verso il Grande Vuoto» scrive nella prima poesia tradotta da Roberto Mussapi nel bel volume curato per Bibliotheka, La clessidra di bambù, impreziosito da un disegno di Omar Galliani.

Viaggia senza posa, Li Po, in questi versi e nella vita. Fa dell’esistenza passo e del passo un canto. Sente la musica di ciò che accade, potremmo dire con Heaney. D’altronde, il camminare non è la misura della scrittura, il suo ritmo? Nella metrica antica il piede indica la cellula ritmica elementare, formata da una sequenza di sillabe lunghe e brevi, paragonabile – con le dovute differenze – alla battuta musicale. Il termine deriva probabilmente dalla pratica esecutiva di marcare il tempo forte battendo il piede sulla sillaba iniziale di ogni unità ritmica. Si dice che Li Po fosse sempre in cerca di mecenati. Mussapi la crede una lettura riduttiva, essendo Li Po spirito inquieto, sempre bisognoso di contatto con il fluire delle cose, bellezza e consumazione. La leggenda racconta che annegò in un fiume cercando di acchiappare la luna, ebbro. Nella seconda poesia di questa raccolta scrive di aver nascosto la sua identità per trent’anni dal vinaio. «Guerriero della Provincia del Lago, / perché mai chiedi di me? / Basta guardarmi: / una reincarnazione del Buddha del Grano d’Oro!». Umile splendore. Ma risuona forte anche il dolore di un temperamento crepuscolare, straziato dalla bellezza transeunte che il poeta consegna al canto, la vita che sfiorisce, l’eterno mutamento che affiora in versi che ricordano quel monumento dei sonetti shakespeariani.

Vino

Il vento primaverile giunge da oriente e vola via,
lievi increspature sul vino nella coppa d’oro.
I fiori cadono, fiocco dopo fiocco,
miriadi insieme.

Tu, bella ragazza, avvampata dal vino,
il tuo viso rosa è più rosa ancora.
Per quanto tempo possono fiorire
l’albero della pesca e della prugna
accanto alla casa dipinta di verde?
La luce fuggente effimera inganna l’uomo,
presto porta l’età del passo malfermo.

Alzati e danza,
nel sole declinante,
mentre l’impulso della gioventù
non è ancora domato:
a che serve lamentarsi
dopo che i tuoi capelli son diventati
bianchi come fili di seta?

Li Po pensa alla casa lontana, vaga solo tra i raggi di luna, sente la tristezza del barcaiolo, il gemito delle donne che attendono gli uomini salvi dalla battaglia, il lamento della guardia di frontiera («Il tepore del sole ora è aria di morte, / un’orda di guerrieri dilaga in terra cinese. / Trecentosessantamila. / E dolore, dolore come pioggia»). Sono micro-variazioni della nostalgia incarnate nella voce degli elementi – le montagne (su tutto), i fiori, il vento, il fiume, gli alberi, le nuvole. Ognuno di loro passa e lascia un’eco in lui. Sonorità che traboccano sulla pagina e ricollegano alla volta chiara del nostro orizzonte. Pallido di luce, tremante e inerme di fronte al mistero dell’essere.

E sempre c’è un sentimento di esilio, desiderio e lontananza sofferta, la mancanza delle stelle che acuisce lo slancio: «Mi chiedi quanto mi pesi il distacco. / Fiori che turbinano confusi a tarda primavera. / Le parole non bastano, nel cuore niente ha fine». E ancora: «Sento il mio cuore sconfinato, / le mie lacrime perle». È da quel dissidio, in quella crepa che si incastonano gemme, il luccichio prezioso dell’immortalità attingibile in una vita o il sogno di un mondo che si schiude ed erge un palazzo sul vuoto di suoni gorgoglianti, il sogno di Coleridge, quello doppio di Kublai Khan, il triplo di Mussapi. E il demone di voci che lo possiede. In postfazione, il poeta ne lascia testimonianza, suggerisce la strada della sua poesia: «sentivo una necessità fisiologica di dare voce ad autori di altre lingue per trovare la mia, conoscendone o scoprendone zone inesplorate e a me ignote». È in quell’interim, in quella sospensione tra voce e voce, quella propria e quella straniera, che farfuglia la poesia. Un ascolto che pare confuso, che sembra allontanare la parola dalla riconoscibilità del volto. L’estraneo suona alla porta, distrae. Sfuma ciò che si pensava irrimandabile e lascia un posto vacante. Un senso di frustrazione invade. È allo sperdimento che chiama la traduzione. In quel respiro mozzo prende fiato. Sembra un paradosso. Ancora Heaney, traducendo il Filottete di Sofocle, scriveva che la poesia sta «sempre in mezzo / tra cosa vorresti accadesse e cosa accadrà, / gradito o meno. // La poesia / permise al dio di parlare». Non se ne conoscono i confini, la potenza quieta e terribile.

Ernest Fenollosa, nella curatela postuma di Ezra Pound, indicava la via dell’ideogramma dicendo che «non costituisce un alfabeto letteralmente traducibile, ma una realtà che lascia ampi, seppur definiti, spazi di interpretazione immaginativa». Così è sempre. O dovrebbe essere. L’approccio intuitivo. Mussapi arriva a Li Po attraverso Pound, lo studio dell’ideogramma, la traduzione, quella rappresentazione a cui ripugna l’astratto. «Si potrebbe arrivare a credere» scrive Pound «che la cosa che importa, in parte, è una sorta di energia, qualcosa di più o meno simile all’elettricità o alla radioattività, una forza che trasfonde, salda e unifica. Una forza che somiglia piuttosto all’acqua che sgorga attraverso sabbia chiarissima e la mette in veloce movimento». È l’energia segreta della poesia, dice il poeta cinese vivente Yang Lian. Un voltaggio possibile.

Ricordo dell’addio, in una taverna di Chin-ling

Soffia il vento tra i salici, e la locanda
è irrorata dal profumo dei fiori.
La ragazza del Sud mesce allegramente vino.
Miei giovani fratelli,
venuti qui a Chin-ling a dirmi addio,
scoliamo il vino fino all’ultima coppa!
E poi per me chiedete al fiume
che scorre a oriente
se sia più eterno il suo fluire o il mio addio.

Così Mussapi, onorando il donatore, traduce e riscrive.

What the water said
Time past and time present
are the same time flowing in the river.
In your farewell as in a dream I feel
the power and eternity of love.

Nelle foto: vicino al titolo, Roberto Mussapi © Montagnani Ro; nel testo, “Floralia” di Omar Galliani, 1987, inchiostro su carta, riprodotto in “La clessidra di bambù”, a cura di Roberto Mussapi, Biblioteka

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