A proposito di "Ardesia"
La Georgia sepolta
Il nuovo romanzo di Ruska Jorjoliani è un viaggio a ritroso nelle origini "europee": dall'Italia, terra di approdo, alla Georgia, luogo dell'identità da ritrovare
Ruska Jorjoliani è nata a Mestia, in Georgia, nel 1985 e vive a Palermo dall’età di ventidue anni. È opportuno partire da questa essenziale nota biografica per provare a raccontare Ardesia (128 pagine, 16 Euro), il suo nuovo romanzo pubblicato a ottobre del 2025 da Italo Svevo Edizioni. La cui protagonista, emanazione letteraria dell’autrice, torna nel paese natale per una breve vacanza insieme a Martin e Francesca, una coppia di amici provenienti dalla Francia. Nel luogo d’origine della sua famiglia e dove lei stessa è cresciuta, in quello che fino a non molto tempo prima era un villaggio rurale con poche migliaia di abitanti e ora è una frequentata località turistica nella parte nordoccidentale del paese, assisterà all’improvvisata e a tratti grottesca riesumazione del bisnonno, morto in circostanze misteriose quasi un secolo prima e sepolto in un punto imprecisato del giardino antistante alla sua casa ormai ridotta a un rudere. A eseguire il maldestro recupero dei resti saranno uno zio della donna e il giovane cugino Irakli, che ha ereditato il terreno.
«Stamattina mi sono messa le ballerine dorate, comprate su Vinted, senza avere il minimo sospetto che avrei dovuto farmi strada, qualche ora dopo, tra le ossa sparpagliate di un mio antenato […] Non avrei mai immaginato che un giorno avrei assistito all’esumazione del mio bisnonno. Me lo sono sempre figurato fatto di materiale iridescente, un po’ reale e un po’ inventato, a volte come scolpito nella pietra, dai bordi affilati e dagli spigoli duri, a volte flessibile come una spugna impregnata d’acqua, sensibile persino a un lieve tocco di dita, che però ritorna sempre alla sua forma iniziale. Una vita turbolenta, costellata di passioni, delitti, evasioni».
Vale la pena chiarire come sia una peculiare tenerezza a prevalere su ogni tentazione di macabro voyeurismo, nella resa di questo curioso espediente che costituisce la scena principale dell’opera e, allo stesso tempo, è il sostrato sul quale si innesta e dal quale si dipana l’intero impianto narrativo. In una calda giornata di fine primavera, man mano che le ossa dell’avo dalla fama controversa e quasi ammantata di mito emergono dalla terra umida, sotto spesse lastre di ardesia – eccolo il riferimento al titolo, che tornerà anche nella descrizione delle architetture locali –, il racconto in prima persona della pronipote si ramifica e fiorisce di ricordi, scene di vita familiare e aneddoti tramandati e rimaneggiati col trascorrere dei decenni, talvolta allo scopo di edulcorarli, altre per accentuarne l’enfasi. Ma non mancano digressioni con rimandi a luoghi o ad antiche usanze che ancora persistono, arcaici retaggi culturali nei quali spesso si fondono fede, credenze popolari e superstizione.
«Un po’ come accadeva quando il bisnonno giungeva ogni anno dal Grande Paese per la festa di Lipaanali assieme agli altri parenti defunti, entrava dalla porta lasciata socchiusa apposta, si sedeva attorno alla tavola colma di prelibatezze, come i panetti ripieni di fagioli e la purea di patate con formaggio fuso, in un angolo del soggiorno un’altalena fatta con la corda di corteccia di betulla per consentirgli di dondolarsi, i coltelli adagiati sulle lenzuola per farlo desistere dall’avvicinarsi ai letti, tutti gli altri oggetti contundenti conservati in posti sicuri, noi bambini con un segno di cenere sulla fronte».
E così la ricerca intima, tesa a ricostruire le ragioni di quella insolita sepoltura, e con essa la storia dell’uomo e della propria famiglia, diviene l’occasione per estendere lo sguardo verso l’ambiente circostante e sulla società georgiana, sospesa tra modernità e tradizione, tra Asia ed Europa, e che non si è mai del tutto affrancata dall’ombra della dominazione sovietica. Non è un caso che Martin e Francesca, chiamati quasi accidentalmente ad assistere discosti alla singolare operazione, lui sociologo e lei studiosa di antropologia – come a incarnare gli intenti dell’autrice al di là del puro coinvolgimento affettivo –, lascino la scena nel momento in cui il racconto si fa più sentito e, al cospetto di quanto resta del comune ascendente, emerge con forza il vincolo di solidarietà familiare tra zio e nipoti.
Senza rinunciare all’ironia, attraverso l’uso di una lingua puntuale e una prosa sicura ed efficace che dosa con parsimonia gli inserti dialogici e non indugia mai in inutili virtuosismi, Ruska Jorjoliani ci propone il racconto godibile e intenso di un viaggio sentimentale e comunque lucido, un ritorno alle origini e agli affetti privati che smuoverà certezze consolidate e rimetterà in discussione, in un ideale confronto fuori dal tempo con lo sfuggente antenato, la stessa identità della protagonista.
E proprio in questa indagine identitaria, al netto dei misteri a cui è legata la sorte dell’uomo nella fossa, pare di riconoscere il punto caldo del romanzo, per restare alla metafora della terra. La stessa terra che incrosta le ossa del bisnonno e nella quale affondano le mani della donna, elemento organico primario, vivificatore e a sua volta vitale, nella misura in cui è capace di creare e alimentare legami più forti e duraturi del sangue e della carne, perché immuni al trascorrere del tempo, alla distanza e al corrompersi della memoria.