Danilo Maestosi
Al museo Maxxi di Roma

Roma, una metropoli

La grande mostra sul «sistema Roma» curata da Ricky Burdett fornisce un'occasione preziosa per analizzare le contraddizioni di una città unica ma troppo piena di contraddizioni (storiche, urbanistiche e politiche)

Trovare il capo del filo da srotolare sembra facile. Tutto appare già scritto nel titolo della mostra Roma nel mondo, che domina il cartellone delle offerte del Maxxi di via Guido Reni. E imprime subito all’iniziativa un sapore di novità. Da afferrare con un po’ di pazienza, perché può riaccendere la voglia di interrogarsi sul futuro e il passato di questa nostra città e magari partecipare a definirne meglio i contorni.

Bella idea dedicare una rassegna a Roma, inquadrandola non nella sua rituale secolare veste di città eterna pronta a celebrare i tremila anni d’età ma nel suo abito di metropoli che sfila in passarella insieme ad altre metropoli del pianeta. Misurando così e restituendoci in questo confronto al presente e al futuro con il resto del mondo urbanizzato vizi e virtù, prospettive ed ostacoli da superare. Ma soprattutto un punto di vista diverso da quello convenzionale e sommario con cui siamo abituati, in maggioranza credo rassegnati, a definire la nostra identità e i nostri malesseri di cittadini, a incorniciare nella contemporaneità le nostre ambizioni di vita.

E qui il gioco si complica. Perché ci costringe a navigare controcorrente. In un mal di mare di complessità che ci impedisce di cercar sponda e conforto di terra ferma nel qui e ora delle opinioni, dei veleni, e del tifo sui social. Sfuggente il tema stesso della città, un corpo che abbraccia e rifiuta in egual misura chi è convinto di possederla o di esserne escluso. Complessa la disciplina, con cui è stato scritto il copione di questa mostra: l’urbanistica, un tessuto di analisi, previsioni e rimedi cuciti su schemi e proiezioni che reclamano tempi lunghi e mescolano esperienze e saperi, scelte politiche e procedure amministrative respingenti e in continua evoluzione. Merito dei curatori di questa rassegna (Ricky Burdett è coadiuvato da Paola Viganò e Sergio Bianchi, accademici di solida reputazione e, in parte, con passaporto straniero) aver tentato di scrollarsi di dosso il peso di un linguaggio da specialisti, confezionando un palcoscenico a tre dimensioni di notevole impatto divulgativo.

Grandi plastici di volumi colorati in varie gradazioni alternati a mappe anch’esse trattate in tecnicolor per illustrare lo sviluppo delle metropoli messe a confronto e i campi d’indagine della loro storia. La lettura trasformata in visione. Un prologo che agevola il tragitto attraverso i capitoli successivi che danno più risalto all’ascolto delle testimonianze scritte e orali che hanno modellato e continuano ad aggiornare l’immaginario in cui si è depositata la storia e l’aspetto di Roma. Negli sguardi di che la abita e degli altri cittadini del mondo che la visitano o la scelgono, a volte consapevolmente a volte per necessità o per caso, come nuova dimora.

È un patrimonio immateriale sbilanciato da una sproporzione vistosa di giudizi e pregiudizi consolidati in un tempo relativamente recente che per inerzia o orgoglio elitario stentiamo quasi tutti ad aggiornare. Stenta a farlo persino questa mostra, nonostante i siparietti Terzo Millennio che i curatori riservano alle voci, ai rimpianti e alle fantasie, ai desideri dei nuovi migranti. Troppo pochi e sommersi dal coro di citazioni grandi firme dei pellegrini più illustri del Gran Tour e dei turisti colti del dopoguerra e del primo decennio del boom, quando Hollywood rilancia il fascino magico e neorealista di Roma, il suo cuore antico e la sua vena popolaresca e disincantata che abitano ancora fianco a fianco come nella capitale papalina nei quartieri e nei rioni del centro.

Già, la mitica Bellezza di Città eterna. Una calamita irresistibile spalancata ad attirare masse sempre più numerose di viaggiatori mordi e fuggi da tutto il mondo. Ma anche una sorta di maledizione che deforma impigrisce dirotta verso una rassegnata miopia lo sguardo dei suoi abitanti che rischiano di perdere la misura di una conoscenza affacciata sulle trasformazioni del globo: nel 2050, stando ai calcoli degli esperti, il 75 per cento della popolazione del pianeta si concentrerà nel recinto delle megalopoli.

No, non è semplice cambiare prospettiva e rimettersi in moto. La speranza è che questa rivisitazione a scala metropolitana dei nuclei urbani più estesi del pianeta, avara in fondo di soluzioni ma ricca di direzioni da inseguire, possa stimolare almeno chi ama Roma ad interrogarsi sul rapporto, giusto o sbagliato, che ci lega ai luoghi e alla gente con cui condividiamo lo spettacolo e il disagio collettivo del coabitare, e ad assumercene senza deleghe la responsabilità.

Ecco un primo dato statistico per riattivare l’attenzione. Un invito a ricordare che Roma è una città moderna, che ha raggiunto le dimensioni attuali, aumentando di un netto ottanta per cento la sua popolazione e la sua espansione residenziale dal dopoguerra in poi. E come tale oggi va pensata e inquadrata.

Italo Insolera che per primo l’ha fatto in un libro da manuale, sigillato proprio da quel titolo, è oggi lapidato come un osservatore fazioso e antipatriottico dalla destra al potere. Una censura cui è sfuggito invece Fellini. Ci doveva spingere a farlo già la sua Dolce Vita, testimonianza fine anni ’50 illuminante del tumultuoso trapasso dal vecchio al nuovo. In quanti l’hanno archiviato in memoria in una sola sequenza, strappata ad uno dei monumenti da souvenir più gettonati: il bagno di Mastroianni e della Ekberg nelle acque di Fontana di Trevi? E quanti hanno invece rimosso l’immagine altrettanto eloquente del prologo: quella statua di Cristo appesa a un elicottero che sorvola e battezza, come la profezia di un miracolo in bilico tra sacro e profano, i casermoni e i cantieri che con la benedizione del Vaticano dilagavano a macchia d’olio lungo le consolari oltre la cinta delle Mura Aureliane?

Mezzo secolo dopo – anche qui una raccolta di carrellate per cinefili doc, Sacro Gra, di Gianfranco Rosi – sulla spinta della speculazione edilizia, la soglia si è spostata oltre il raccordo anulare. Con dimensioni da record.

L’area comunale di Roma abbraccia un perimetro di 1.287 chilometri quadrati, dieci volte di più di quella dei municipi di Parigi (105,4 km), il doppio di quella del Cairo (573 km in cui si addensano quasi 10 milioni di abitanti), poco meno di Londra (1571,9 km, occupati però da 9 milioni di persone).

Difficile governare un’area così vasta e frammentata, il rischio è di perdere il contatto prezioso con gli umori e i malumori di chi ci abita e seguire solo la strada a senso unico del tornaconto del capitalismo finanziario imperante.

Anche se, ad incoraggiare la spinta al cambiamento c’è un dato su cui Roma può fare leva, la relativa densità abitativa. Inferiore a quelli di tutte le grandi metropoli. Dentro e a ridosso delle Mura Aureliane 1.853 residenti per km quadrato contro i 18.435 del cuore storico di Parigi, i 10.512 di quello del Cairo. Un centro sempre più vuoto e svuotato male di cui Roma non si può certo vantare.

Inferiori stando ai dati messi in bilancia anche i dati dell’inquinamento atmosferico, sicuramente favorito dal clima, dalla posizione geografica e dai vantaggi del ponentino non oscurati da grattacieli e barriere edilizie. Ed è abbastanza singolare perché se Roma ha un indice della qualità dell’aria accettabile vanta invece un record poco invidiabile: oltre novecento romani su mille possiedono un’auto, un tasso quasi quattro volte superiore a quello di Parigi (270) e New York (249), più alto di quello di due templi del traffico su quattro ruote come Città del Messico (604) e Los Angeles (606). Per non parlare della rete di strade e di quella del trasporto pubblico entrambe sottomisura. Eppure la media che fotografa i tempi del flusso dei pendolari è di 74 minuti al giorno contro gli 82 di Parigi, gli 83 di Hong Kong, i 101 di San Paolo, i 105 di città del Messico. Non è riscontro da buttar via.

Su e giù. È l’effetto altalena che il linguaggio delle statistiche si porta appresso. A spingerci verso l’alto di un po’ di cauto ottimismo tre tracce che questa mostra evidenzia.

Roma è una metropoli giovane che dopo una crescita impetuosa si è praticamente fermata in una dimensione, piena di lacune, ma emendabile e a misura umana. Può trarre vantaggio di non aver tenuto a battesimo come altre metropoli d’Occidente e d’Oriente progetti ed esperimenti di riassetto giunti al limite del loro ciclo o arenati nelle imprevedibili derive della contemporaneità.

E può far leva su tre fattori importanti. Il suo prestigio di capitale del cristianesimo che le assicura un notevole bacino di attenzione e potenziali visitatori. Il richiamo della sua storia secolare stratificata in una dote di monumenti senza concorrenza: lo conferma fra l’altro il successo del giubileo appena compiuto. E la sua straordinaria dotazione di verde. Oltre alle sue ville storiche e ai suoi parchi periferici, dall’Appia antica a Ostia, la preziosa riserva dell’Agro romano che la speculazione ha eroso a strappi ma non cancellato. Brandelli preziosi di bellezza da ricucire e a cui il restituire il senso perduto, arginando il saccheggio e il potere dei palazzinari. E riallacciando in una cerniera d’identità comune i monumenti del centro e i tesori antichi delle tenute imperiali e patrizie disseminati insieme a lembi fascinosi di paesaggio naturale antropizzato nell’hinterland.

Un’impresa che però non può calare dall’alto. E deve fare i conti con un dato anagrafico allarmante: la crescita demografica di Roma che si è arrestata. Mantenuta sopra lo zero solo dal flusso dei migranti, un innesto di energie, aspettative e risorse relegato in massima, sotto il tappeto ai margini del recinto urbano. In quelle periferie scollegate che la cattiva politica di oggi inquadra solo come territori invasi da orde minacciose di nuovi barbari, nemici che stravolgono regole, memorie e abitudini come un cancro senz’anima, da estirpare o mantenere al confino.

Con un saldo tra nati e morti così basso arriva un altro verdetto spaesante: l’età media degli abitanti di Roma che in poco più di un ventennio è arrivata a 46,8 anni contro il 33,9 di Londra, i 30 di Istanbul, il 29,7 di Mumbai. Oltre il 35 per cento dei residenti va dai 65 anni in su. Una città di pensionati insomma. Una città di vecchi in un’epoca in cui la vecchiaia non porta più saggezza, assediata da un incubo ossessivo, della morte, che la deriva autoritaria della politica manipola e precipita in altre paralizzanti velenose paure. Richieste e promesse di sicurezza mal orientate. Il disordine dei poveri e degli emarginati e il conflitto, ogni forma di trasgressione e di ribellione, che questo popolo da ammutolire invoca, condannati alla prigione o alla gogna come attentati o atti di guerra.

Come si può cambiare Roma se non ci si libera di questo bagaglio? Al massimo si possono solo combinare pasticci in nome della Provvidenza. Come a Roma succede da sempre, ci ricordava Argan, primo sindaco targato Pci e intellettuale doc, citato in una didascalia a metà mostra.

Una città pasticciata? Una città interrotta, titolo di un convegno fine anni ’70 che anche gli urbanisti del Maxxi registrano qui come un promemoria di tracce di buone intenzioni tradite in corso d’opera. O una città socchiusa con qualche spiraglio di miglioramento?

Quante definizioni e quanti fili da districare si porta appresso il visitatore insieme allo spettacolo che sigilla il finale. È una grande mappa modellata in creta che ci sgrana davanti in tutta la sua ampiezza e in tutti i suoi dettagli l’immagine a volo di drone della Roma di oggi. Uno schermo su cui dosati giochi di luce e interventi in sonoro ripercorrono a mosaico la storia e la geografia della capitale. Un corpaccione da polipo, la testa è il cerchio sempre meno abitato delle Mura Aureliane, la bocca sono i quartieri borghesi a ridosso, i tentacoli sono i nuclei delle periferie, torri di Babele dove si addensano, spesso senza favorire dialogo, le speranze, le frustrazioni, le differenze degli ultimi arrivati e dei meno abbienti che chiedono ascolto. Il film è tutto da scrivere, e coglie una tendenza intatto.

Ma i riflettori che ritagliano quinte e frammenti del copione mi sembrano mal tarati. Lasciano in ombra troppe storie. Troppe esperienze scomode ai bordi da soppesare. Curioso che una perlustrazione che dovrebbe alimentare la progettazione al futuro di un tessuto urbano più efficace e più umano, dimentichi due presenze consolidate da ampio risalto internazionale come il museo dell’Altrove al Prenestino e il museo delle periferie in costruzione a Tor bella Monaca, partorite dalla fantasia controcorrente di Giorgio De Finis, artista e antropologo.

Singolare che le luci non si accendano in cabina di regia a registrare e magari offrire una virtuale rete di collegamento al presidio prezioso di istanze maturate sul campo di centri sociali come Baobab, il Forte Prenestino, l’ex Snia col suo laghetto generato dalla truffa abortita di un costruttore, il centro culturale che sta ridando vita a Corviale, la comunità che si sta battendo per sottrarre il controllo del litorale tra Ostia e Torvaianica alla mafia degli stabilimenti, gli esperimenti pilota di riattivare il ritorno all’agricoltura dell’Agro. Non sono forse piste di feconda porosità di un tessuto urbano poco e male esplorato che la buona urbanistica dovrebbe valutare? Il mio timore di un’autocensura è forte.

Testimonianze scartate perché troppo scomode e trasgressive per la committenza? O pagine sacrificate per ipocrisia estetica, sostituite da qualche accattivante fotografia nel nome di un culto sterile della Bellezza, che a Roma purtroppo è sempre stato il motore di falsi movimenti e lo scudo di false coscienze?

Un difetto tutt’altro che innocuo che è diventato uno stereotipo da barzelletta per i turisti in transito. Un aneddoto da souvenir. Come la truffa di offrire in vendita il Colosseo, chiedendo in anticipo una mancia, che ancora circola e trova chi abbocca tra i visitatori in coda sulla piazza dell’Anfiteatro.

La bellezza senza tempo della città eterna e dei ruderi antichi spacciata come merce da bancarella. E trasformata dallo sguardo poco esigente dei turisti in cerca di folklore in un una maschera, un modo di barcamenarsi tra furbizia e disincanto del romano tipo. Ci sghignazzava oltre un secolo fa anche James Joyce, geniale profeta del contemporaneo, in un laconico commento da cartolina, buttato giù in uno dei tanti soggiorni nella capitale. I romani? Mercanti che per avvicinarti ti offrono sempre in vendita la nonna. Riassumo a memoria una frase, rubata da una didascalia esibita proprio in mostra. Vista la caratura del personaggio vien da pensare più a un monito ai posteri che a una caduta di stile.


La fotografia del quartiere San Lorenzo di Roma accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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