Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Ridere a Teheran

In "Divine Comedy", il regista iraniano Ali Asgari usa l'ama della satira per denunciare la situazione drammatica di Teheran: la storia di un film che non "può" essere proiettato

Woody Allen si aggira a Teheran su una vespa rosa guidata da una ragazza coi capelli blu, sta cercando una sala dove proiettare il suo ultimo film. Ovviamente non c’è il famoso newyorkese in Divine Comedy, quarto lungometraggio del regista e sceneggiatore iraniano Ali Asgari, ma il protagonista molto lo ricorda anche se ha la barba e i capelli neri: con gli abiti stropicciati, gli occhiali, la calvizie incipiente e imbranato con le donne, incarna la versione iraniana di Woody, un regista quarantenne celebrato all’estero e che in patria si arrabatta per pagare l’affitto perché le sue pellicole non sono gradite alla censura degli ayatollah.

Presentato all’ultima Mostra di Venezia, Divine Comedy è il film iraniano che non ti aspetti di vedere nei giorni drammatici in cui il regime teocratico di Khamenei massacra la gente che manifesta nelle piazze, di questa tragedia non c’è traccia. C’è invece la storia evidentemente autobiografica di un regista che non riesce a proiettare il suo film privo delle necessarie autorizzazioni e che usa il sorriso amaro dell’ironia per ridicolizzare i burocrati della rivoluzione. Asgari sceglie di fare della satira una strategia creativa e un atto di resistenza e ha il coraggio di raccontare ciò che subisce – come tutti i protagonisti della nouvelle vague cinematografica iraniana a cominciare da Jafar Panahi – con la leggerezza di una commedia. Ma la realtà non si può cancellare: il regista avrebbe dovuto promuovere l’uscita del film con un tour nelle sale di Bologna, Roma, Napoli, Torino, Milano, Firenze, ma gli ayatollah gli hanno cancellato il volo.

Come il precedente Kafka a Teheran” anche Divine Comedy è stato girato in clandestinità: le riprese fatte in una manciata di giorni, gli esterni esauriti in poche inquadrature della vespa per le vie di Teheran (inevitabile pensare a Caro diario di Nanni Moretti), un solo brano jazz come commento musicale, in sostanza un film girato in interni e imbastito sui dialoghi della sceneggiatura.

Bahram Ark (il nome del personaggio coincide col nome dell’attore) è, come il fratello gemello Bahman, un regista quarantenne azero iraniano che realizza tutti i suoi film nella lingua madre simile al turco e non può proiettarli in patria per il divieto del regime che autorizza pellicole solo in farsi. I fratelli sono cresciuti con la passione per il cinema: in una sequenza commovente di foto in bianconero, Bahram ricorda a Bahman come riuscirono a trovare i soldi per far acquistare dal padre un lettore di dvd e poter vedere all’infinito Matrix, il loro film cult. Ma mentre il fratello fa pellicole comiche che non incontrano ostacoli da parte del ministero della cultura, Bahram affronta temi drammatici che raccontano la realtà del suo paese. Così, nonostante sia riconosciuto tra i maggiori registi e premiato in tutti i festival, in patria non può proiettare i suoi film bloccati dalla censura.

Nel vano tentativo di ottenere il permesso per proiettare la sua nuova pellicola, Bahram cerca la complicità del censore Chegini, anche lui di origini turche. Ma il censore lo contesta con argomentazioni assurde, a cominciare dalla presenza di un cane, ritenuto animale impuro, che nel film diventa un personaggio simpatico al pubblico. E poi c’è lo scoglio insormontabile del doppiaggio in farsi che il regista rifiuta. Chegini gli ricorda anche la sua partecipazione al film Kafka a Teheran dello stesso Asgari e questo chiude qualsiasi possibilità di ottenere il permesso di proiezione.

Inizia così un’odissea piena di humor alla ricerca di una sala di proiezione e del pubblico che la riempia. Bahram, accompagnato dalla sua produttrice Sadaf, cerca di aggirare il divieto della censura ricorrendo a ogni mezzo, perfino acquistare in modo rocambolesco una dose di cocaina pur di convincere l’attore di moda Rouzbeh a programmare il film nella sala di cui è proprietario. Ed è a questo punto che si spiega il titolo: per convincere l’attore megalomane, il regista inventa che sarà il protagonista del suo prossimo film ispirato alla Divina Commedia e lui, strafatto di cocaina, decanta alcuni versi del Purgatorio vantandosi di conoscere tutta l’opera a memoria.

Ma non sarà l’attore cocainomane né un esercente volgare e sghignazzante a concedere lo spazio per la proiezione. Bahram e Sadaf arrivano nella villa di una dottoressa convinta animalista che accetta di proiettarlo proprio perché tra gli attori c’è un cane. Nel finale tragicomico il cane della donna abbaia furiosamente al cane nella pellicola bloccandone la proiezione, mentre irrompono i censori e al film si sostituiscono le immagini della caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria. Nella scena conclusiva è il cane che osserva intensamente gli umani e il suo sguardo diretto nell’obiettivo sembra dirci che per noi non c’è speranza.

La produttrice che accompagna in vespa Bahram si chiama Sadaf Asgari e nella vita è la nipote del regista. È lei a ricordarci con un solo gesto ciò che sta succedendo nel suo paese: si rifiuta di indossare l’hijab per coprire i suoi capelli tinti di blu.

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